8 Luglio 2026, mercoledì
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Urne tedesche e paralisi per l’UE

In un contesto politico fragile, la Germania rischia di diventare il malato d’Europa, con una crisi che si riflette in tutto il continente e alimenta le sfide interne e internazionali.

A cura di Giuseppe Catapano

Quella che con Angela Merkel era la “locomotiva d’Europa”, esempio di crescita economica e stabilità politica, oggi si trova ad essere il primo malato del Vecchio Continente, in recessione da due anni consecutivi e con spinte di estrema destra che fanno tremare i polsi persino agli inventori della Große Koalition. Contro l’avanzata di Alternative für Deutschland, il movimento neonazista accreditato di oltre il 20% dei consensi e sostenuto in modo esplicito per non dire sfacciato da Elon Musk, si è mobilitata larga parte del Paese, reazione confluita nella grande marcia che domenica scorsa ha solcato le vie di Berlino fino ad arrivare alla Porta di Brandeburgo. Nato con il sostegno politico e materiale di Mosca e ora supportato anche dalle risorse di Musk (soldi e piattaforma social), il movimento xenofobo e razzista capeggiato da Alice Weidel fa paura non tanto per la rappresentanza parlamentare che sarà in grado di portare a casa, quanto per la tentazione di rincorsa sul suo stesso terreno politico e di propaganda che ha ingenerato di chi si appresta, sondaggi alla mano, a vincere le elezioni. Sull’estrema destra è infatti inciampato l’attuale capo della Cdu, Friedrich Merz, dato per favorito nell’investitura a prossimo cancelliere. Inspiegabilmente, visto il generale consenso sul suo nome, Merz ha deciso di scherzare con il fuoco aprendo in parlamento ad una votazione comune con Afd sul tema dell’immigrazione, rimanendone bruciato. Il disegno di legge non è passato e la manovra è subito rientrata, con tanto di successive dichiarazioni di autocritica e di solenne chiusura incondizionata ad ogni ipotesi di accordo con i neonazisti. Ma, intanto, Merz in un colpo solo ha infranto un sacro tabù tedesco – mai al Bundestag si era accettato l’aiuto dell’estrema destra – e ha violato la vecchia regola di Adenauer (“mai nulla a destra della Cdu”). E quanto al rimedio, si sa, in politica i dietrofront repentini puzzano sempre di opportunismo, specie in piena competizione elettorale. Così, la vicenda è costata una dura condanna a Merz della chiesa cattolica e di quella protestante, e un brutto mal di pancia interno alla Cdu, con tanto di ritorno (momentaneo) sulla pubblica scena di Angela Merkel, che si è sentita in dovere di ammonire Merz – e lo ha fatto con parole taglienti, non fosse altro perché lo ha sempre avversato, in passato – ma soprattutto di ribadire, seppur implicitamente, la regola aurea della politica tedesca, ovvero quella “conventio ad excludendum” che preclude all’estrema destra ogni possibilità di accesso al governo. L’intervento di Frau Merkel – la cui leadership è rimpianta da molti, sottoscritto compreso, nonostante gli errori commessi nel rapporto con Putin e quello commesso nel 2015 di apertura indiscriminata all’immigrazione siriana – riuscirà a riparare al danno creato da Merz e a indurre le forze politiche democratiche di mantenere saldamente chiusa quella Brandschutztür (porta tagliafuoco) che finora ha sbarrato la strada al neonazismo?

Il vero tema è la difficile cucitura di un’alleanza minimamente stabile una volta chiuse le urne e contate le schede. Ergo, Afd non sarà il primo partito in Germania e la sua presenza non sarà accettata in nessuna combinazione politica possibile. Ma tutti gli altri partiti faranno fatica a cementare una coalizione e formare un governo. L’esito più probabile è il ritorno del patto tra i popolari, che però hanno bisogno di restare sopra la soglia non solo psicologica del 30% per evitare che Merz possa essere messo in discussione, e i socialdemocratici del cancelliere uscente Scholz, che però si avviano ad una mesta e già scritta sconfitta. Verdi e liberali pagano la fine ingloriosa del “governo semaforo” (dai colori dei tre partiti che lo componevano), tanto che per i secondi – che annoverano nelle loro fila il ministro dell’economia Lindner che ha rotto con Scholz nella speranza di cogliere il vento trumpiano, che invece è destinato a gonfiare le vele di Afd – si ipotizza il mancato superamento della soglia di sbarramento del 5%. Se così sarà, ci saranno più seggi a disposizione dei partiti maggiori, aumentando le chance della grande coalizione. Ma, al di là dei numeri parlamentari, secondo il Financial Times l’ostacolo più grande sarà rappresentato dalla stesura del programma – ci vorranno mesi – resa ancor più ardua dalla presentazione da parte di Merz di una serie di proposte di politica economica (ridurre le tasse per imprese e famiglie, smantellare la burocrazia, incentivare gli investimenti, eliminare le regolamentazioni ambientali e tagliare i sussidi sociali introdotti dal governo uscente) più conflittuali e più orientati a destra di quanto la maggior parte dei tedeschi sia abituata. Inoltre, il piano Merz è criticato da molti economisti, sia perché ritenuto in gran parte privo di coperture finanziarie e basato su previsioni di crescita irrealistiche, sia perché anche una riforma del “freno al debito”, che richiede una maggioranza di due terzi in Parlamento ben difficile da raggiungere.


Insomma, tra due settimane nel paese più importante e strategico d’Europa rischia di essere certificata dagli elettori un’impasse politica foriera di conseguenze anche al di fuori della Germania. Perché quella tedesca è una crisi strutturale che richiede non solo un programma non banalmente congiunturale, ma persino uno sforzo di auto-ridefinizione del suo essere sistema-paese. E questo proprio mentre l’Europa nel suo insieme è chiamata a fare la stessa complicata operazione per evitare quell’amaro destino che Mario Draghi ha definito “lenta agonia”, chiamando così Berlino ad assolvere il doppio compito di ridefinirsi e contribuire perché l’Unione faccia altrettanto. Ma i riflessi della sfida tedesca si avranno in tutte le capitali continentali, dove, come ho detto all’inizio, ogni esecutivo ha motivi di fragilità che sono al tempo stesso causa ed effetto della forza di opposizioni – nel caso italiano annidate anche dentro la maggioranza – che fanno del sovranismo anti-europeo variamente declinato, delle posizioni filo Putin e, da ultimo, dell’intrupparsi nelle file del trumpismo da esportazione, la loro cifra comune. Un’internazionale dei nazionalisti, una galassia nera a cui ora Musk sta cercando di dare un’organizzazione, chiamando a Madrid una convention dei Patrioti più “illustri” (Salvini, Le Pen, Abascal, Orban, l’olandese Wilders e l’austriaco Sellner), e uno slogan aggregativo (Mega, ovvero Make Europe Great Again).Questo “lavoro” Musk non lo fa da imprenditore di X, Starlink o Tesla, ma da membro del governo americano nell’ambito della strategia dell’amministrazione Trump basata sul doppio assunto secondo cui si attaccano i vecchi alleati (forse con l’eccezione degli inglesi, per via dell’importanza strategica della loro intelligence – sul governo Starmer e i 5 anni dalla Brexit, e si negoziano rapporti bilaterali di forza con i nemici. 


Voi capite bene che in un contesto del genere, con leader europei deboli – chi per condizione oggettiva e chi perché, per troppa ambizione, rischia di non capire la differenza tra fare il “pontiere” e fare la “testa di ponte” immaginando di avere un mandato che non ha a trattare per conto di qualcun altro (Meloni per conto della Ue) – se anche nel paese guida del Vecchio Continente si farà fatica a dare un governo ai tedeschi e un riferimento a Bruxelles, o se per riuscire a farlo ci si dovrà accontentare di un Merz qualunque, c’è di che preoccuparsi. A me personalmente resta la rabbia di aver suggerito a tempo debito, inascoltato, che sarebbe stato più logico dirottare Ursula von der Leyen a Berlino, facendole vestire i panni della leader della Cdu candidata alla Cancelleria federale, e di affidare le redini della Ue a Draghi, forte del suo piano contro l’inesorabile declino continentale. Temo che saranno in tanti, dopo il 23 febbraio e dopo che Putin e Trump avranno aperto il “tavolo della pace” con cui daranno il colpo di grazia alla povera Ucraina, a mangiarsi le mani per non avere avuto il coraggio di fare l’unica (doppia) scelta che avrebbe potuto se non salvare l’Europa, almeno consentirle di vendere cara la pelle.

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