4 Dicembre 2022, domenica
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“RISCHIO ITALIA”LA POLITICA NON SA COSA FARE

a cura di Catapano Giuseppe

I mercati, che hanno vissuto l’ennesimo “venerdì nero”, tra la Borsa che ha perso oltre il 5% e lo spread che arrivato a 225 punti, perché consapevoli della complessità e gravità della situazione, la classe politica italiana non ha ancora capito la realtà della guerra e, soprattutto, le sue epocali implicazioni. E si comporta come se si vivessero giorni normali o, peggio, come se fossimo ancora immersi nell’ l’età del rancore, durata troppo ma per fortuna in via di declino. Per esempio, sono in molti a non essersi ancora convinti che viviamo dentro una “economia di guerra”. Ora, eccoli serviti: speriamo che se ne accorgano dopo le decisioni assunte giovedì dalla Bce, e che sono in buona misura all’origine della turbolenza dei mercati. Il nesso con Putin  non è difficile da capire: il conflitto avviato dalla Russia con l’apparente obiettivo di conquistare l’Ucraina, ma con quello non dichiarato e tuttavia ben più importante e gravido di conseguenze, di destabilizzare l’Europa, e suo tramite l’Occidente, ha scatenato un’inflazione ormai prossime alle due cifre a cui da decenni ci eravamo disabituati – peraltro abbinata ad un rallentamento della crescita economica che fa temere l’avvento della terribile stagflazione (inflazione e stagnazione) – la quale a sua volta ha costretto la Banca centrale europea a chiudere, giovedì, l’epoca più che decennale del denaro a costo zero, iniziata con la crisi del 2011 e suggellata dalla famosa locuzione di Mario Draghi del luglio 2012 “whatever it takes” (“costi quel che costi”, in italiano rende di più). Con la conseguenza che dopo anni passati a supportare, più o meno ragionevolmente, i deficit, da luglio la Bce smetterà di acquistare senza limiti i titoli di Stato (soprattutto i nostri) e alzerà i tassi, per cui il costo per interessi del nostro debito pubblico – già enorme e aumentato nei due anni di Covid di altri 350 miliardi – salirà notevolmente visto che si applica ad uno stock di debito di 2.800 miliardi, pur rimanendo i tassi ancora ampiamente negativi rispetto all’inflazione. Non è cosa di poco conto. Sia perché i Btp decennali sono già al 3,75% (come non accadeva da febbraio 2014), e lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha sfondato quota 225 (solo la Grecia è messa peggio, ma la differenza è minima, solo 40 basis point in più) e ogni punto percentuale di tasso d’interesse in più ci costa oltre 3 miliardi. E sia perché si sta chiudendo l’ombrello protettivo europeo che negli ultimi anni ci ha riparato, e che potrebbe sparire definitivamente nel 2023, quando verrà ripristinato il Patto di Stabilità, che se anche modificato rispetto al precedente, comunque tornerà a imporci nuovi vincoli.

Si dirà: prima o poi doveva succedere, e che adesso – tra shock energetico, rarità e costo delle materie prime e inflazione – la politica monetaria europea fosse costretta a cambiare, era facile prevederlo, non fosse altro perché la Bce è stata preceduta dalla Federal Reserve americana. Vero, il giro sulla giostra è durato fin troppo, e una classe dirigente accorta avrebbe potuto e dovuto prepararsi per tempo a scendere. Invece, il momento è arrivato e per quel micidiale impasto di ignoranza e codardia che caratterizza chi ci guida (si fa per dire), ci ritroviamo totalmente impreparati, impegnati come siamo in ridicole discussioni sul sesso degli angeli e immersi come siamo in logiche rivendicative del tutto avulse dalla realtà. Come uno scolaro svogliato e asino, siamo sorpresi (ma come, mi interroga proprio oggi?) e non abbiamo fatto i compiti a casa (le riforme strutturali). La verità è che il tempo – lungo – che Ue, Bce e Draghi ci hanno immeritatamente concesso per tagliare il debito “cattivo” (la spesa pubblica improduttiva, assistenziale quando non clientelare) e sostituirlo con quello “buono” (gli investimenti in conto capitale per svecchiare, ammodernare e infrastrutturare il Paese), i partiti lo hanno malamente sprecato. E ora fanno persino fatica a capire, come dimostra la discussione tutta ideologica ed elettorale sul “salario minimo”, che con la Bce che ha ufficialmente iniziato a uscire, anche se in modo graduale, dal ruolo di scudo protettivo, il contesto è già strutturalmente cambiato.

Così come hanno letto solo in chiave rivendicativa – più sostegni, più bonus, più assistenza – l’involversi della congiuntura. L’economia italiana, colpita dalla guerra, sta infatti rallentando vertiginosamente. Per il 2022 l’Ocse ha tagliato le stime dal +4% a +2,5%. L’Istat, prevedendo un +2,8%, lancia l’allarme sui tanti, troppi fattori che potrebbero far precipitare ulteriormente la situazione: costi dell’energia e dei prodotti alimentari alle stelle, scarsità di materie prime, prosecuzione della guerra, aumento dei prezzi alla produzione (a marzo +15%) e ora blocco delle auto non elettriche (il 2035 è dietro l’angolo) che potrebbero bloccare le imprese manifatturiere. Insomma, la congiuntura internazionale negativa si somma ai nostri pessimi fondamentali mettendoci in condizione di essere l’unico Paese europeo che ancora non ha recuperato i livelli del pil del 2007 (quando siamo stati colpiti dalla crisi pandemica eravamo già molto più debilitati degli altri). Ma sono soprattutto le previsioni per il 2023 che dovrebbero farci preoccupare: per l’Ocse il pil italiano l’anno prossimo registrerà una crescita solo dell’1,2%, tremendamente somigliante a quegli zero virgola che hanno caratterizzato per due decenni il nostro andamento economico. Bankitalia è più generosa e parla di un +1,6%, ma preconizza crescita zero se ci fosse l’inasprimento delle sanzioni alla Russia su petrolio e gas.

In questo quadro, si discute se collegare, più o meno automaticamente, le retribuzioni ai prezzi, considerato anche che negli ultimi 30 anni gli stipendi italiani sono rimasti fermi, mentre sono aumentati di un terzo quelli francesi e tedeschi. Il rischio è creare una spirale negativa. Come paventato dal Governatore Visco, e come ci insegna l’esperienza della “scala mobile” degli anni Ottanta. Il problema vero è la produttività stagnante. Non solo quella del lavoro, ma di un intero sistema economico squilibrato che rende difficile lo sviluppo, la creazione di valore aggiunto. Ma naturalmente un approccio più complessivo, che richiede intelligenza e disponibilità al dialogo, non è dato.

Quello che abbiamo davanti agli occhi è dunque uno scenario schizofrenico: da un lato un peggioramento del quadro economico progressivo e veloce (in pochi mesi lo spread è più che raddoppiato), dall’altro una campagna elettorale già aperta da tempo e che si andrà intensificando nei prossimi mesi, finendo col fagocitare ogni problema per ricondurlo allo schema dell’approccio populista alla raccolta del consenso. Ma anche qui, non è tanto quel che accadrà nel secondo semestre di quest’anno che importa, ma quel che succederà (o meno) nel 2023. Come dimostra un paper di Goldman Sachs – naturalmente accolta con la solita solfa dei poteri forti che vogliono comandare – gli operatori economici e finanziari sono preoccupati di quello che viene comunemente chiamato il “dopo Draghi”. Si assiste alla frantumazione del “campo largo” Pd-5stelle e del vecchio centro-destra mandato in tilt dalla scempiaggine di Salvini e dalla crescita esplosiva di Meloni, cioè dei due fronti del bipopulismo – per fortuna, aggiungo io, ma che è tale solo se a questa positiva dissoluzione di un bipolarismo malato e fallimentare fa seguito una fase costruttiva, quella che Marco Follini intelligentemente chiama il “bisogno di equilibrio” di un sistema politico squilibrato – ma nessuno ha il coraggio di dirlo con franchezza, e soprattutto di fare proposte alternative. Si sa già che Draghi non solo non sarà della contesa – per fortuna – ma non sarà neppure disponibile ad una nuova avventura di governo, tanto che sarebbe molto felice di concludere anticipatamente questa se solo potesse. Ma non si parla del fatto che con il combinato disposto tra questa legge elettorale e i collegi elettorali rivenienti dall’applicazione della norma che taglia di un terzo i seggi di Camera e Senato, nessuno dei due fronti (ammesso che come tali riescono ad andare al voto) vincerà, e dunque occorre fin d’ora immaginare i protagonisti di una futura coalizione trasversale. Ecco il deficit politico-istituzionale che accentua il “rischio Italia”, per il quale i mercati continueranno a sanzionarci pesantemente.

 In un contesto come questo i partiti avrebbero una cosa sola da fare: “ancorare” le aspettative degli investitori per quanto riguarda la prossima legislatura. Nel concreto significa: basta bonus, niente interventi a pioggia, niente promesse insostenibili per vincere le elezioni, ma solo proposte che non siano a deficit e approvare le riforme previste dal Pnrr.

Francamente dubito che accada. Per questo spero che sia dai risultati delle amministrative  Sì – arrivi uno scossone salutare.

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