22 Maggio 2022, domenica
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IL “FATTORE P” (PUTIN)DIVIDERÀ LA POLITICA ITALIANA

Sicuramente è corretto pensare che il nostro sistema politico verrà terremotato da quanto sta accadendo. Per il semplice motivo che si sta riproducendo una situazione simile a quella che l’Italia ha vissuto dopo il secondo dopoguerra: divisione tra due blocchi lungo l’asse Est-Ovest, noi paese cerniera, necessità per le forze politiche (ma più in generale per tutte le articolazioni della società) di schierarsi o da una parte o dall’altra. L’ambizione di Putin di voler ridefinire gli assetti geopolitici mondiali, infatti, ha come effetto collaterale quello di ridare all’Italia, suo malgrado, la centralità che era venuto meno con la fine della vecchia guerra fredda, decretata dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo dell’impero sovietico. Ma questo impone nuovi vincoli, come quelli che fino al 1989 impedirono al partito comunista più forte d’Occidente, il Pci, di andare al governo. E la linea di demarcazione, questa volta, è tra chi sta sui due fronti dell’evento più discriminante della storia recente: da una parte l’atlantismo, seppur variamente declinato, e dall’altra il putinismo e il neutralismo, magari mascherato da peloso pacifismo racchiuso nello slogan “né con la Nato né con Putin”.

Piaccia o non piaccia, come allora si creerà una “conventio ad excludendum” per chi sta dalla parte di Putin o comunque non è convintamente schierato con l’Alleanza atlantica e con l’Europa. Non ci sarà spazio per i distinguo, tantomeno per i “né, né”. E il fenomeno sarà tanto più forte perchè Roma è, con Berlino, la capitale europea su cui in questi anni (e in particolare durante il periodo del governo gialloverde) Mosca ha più investito, alimentando un torbido acquitrino russofilo.

Ma se un tempo il “fattore K” teneva fuori dall’area di governo i comunisti, oggi il “fattore P” (Putin) chi esclude? Se dobbiamo prestare fede al voto al Senato per la conversione del “decreto Ucraina”, comprendente l’aumento delle spese militari, solo una piccola e residua pattuglia di parlamentari, prevalentemente ex 5stelle, ha volato contro (35 contro 214 favorevoli). Ma è pur vero che il governo aveva posto la fiducia, e la cosa fa la differenza. In realtà, il “fronte dei distinguo” è ben più vasto, se si considera la posizione “pacifista” (sic!) assunta da Conte (eletto a capo dei 5stelle con percentuale bulgara, ma da meno della metà degli aventi diritto), spinta fino al punto di contraddire decisioni e impegni che lui stesso aveva preso quando era presidente del Consiglio. Cui si somma l’assordante silenzio di Grillo (sì, proprio quello che nel 2017 aveva detto su Putin e Trump “li considero un beneficio per l’umanità, la politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti come loro”). C’è poi la posizione, a dir poco ambigua, di Salvini e di quella parte della Lega che lo segue (sarebbe interessante sapere quanta, se qualcuno dei contrari si decidesse a scendere in campo aperto), come si evince da frasi da lui pronunciate, come “dare più armi all’Ucraina non avvicina la pace”. Infine c’è da domandarsi quanto sia solida la “svolta atlantista” di Meloni, considerato che per essere piena e sincera essa deve includere anche una “svolta europeista”, e su questo punto molta acqua ha ancora da scorrere sotto i ponti.

D’altra parte, da quando la guerra ha imposto di scegliere tra Putin e Zelensky, i giornali si sono sbizzarriti nel ricordare le posizioni filo Mosca di Lega e 5stelle, fin dai tempi della Crimea, e impegnati a ricostruire i diversi filoni di denaro che in questi anni hanno alimentato le casse di partiti, correnti e gruppi vari (e pure le tasche private di taluni politici e faccendieri, come anche di qualche giornalista). Dunque, ritrovarsi oggi di fronte ad una linea di demarcazione che, volenti o nolenti, separa gli euro-atlantisti da putiniani, filo-cinesi e neutralisti vari, costringe la nostra sgangherata politica a fare i conti con le proprie ambiguità e opacità. E bleffare sarà sempre meno facile, specie al cospetto dei momenti elettorali che ci aspettano (il 12 giugno ci sono le amministrative, in un election day che vedrà gli italiani votare anche per i referendum sulla giustizia; poi le politiche). Anche perchè gli elettori avranno pure la memoria corta, ma la famosa foto a Villa Madama che ritraeva Conte, Salvini e Di Maio scodinzolanti con Putin è del luglio 2019, mica del secolo scorso.

Tralasciando le conseguenze che tutto ciò ha o rischia di avere sul governo Draghi – è presto, il momento della verità, salvo non sia lo stesso presidente del Consiglio ad anticiparlo, ci sarà in estate, dopo il voto del 12 giugno e in prossimità di settembre, quando matureranno le coperture previdenziali dei parlamentari e sarà meno complicato sciogliere le camere – vale la pena domandarsi se il “fattore P” determinerà anche la fine del populismo e del sovranismo. La mia risposta prevede due distinzioni. La prima è la differenza che corre tra i due fenomeni: il populismo è assai più diffuso, perché purtroppo è una malattia che hanno contratto un po’ tutte le forze politiche, comprese le euro-atlantiste; mentre il nazionalismo sta più a destra che a sinistra, e dunque una forza sovranista non può che essere anche populista, non necessariamente vale il contrario. La seconda distinzione è tra la rappresentazione politico-parlamentare di queste due tendenze e la loro diffusione, antropologicamente e sociologicamente parlando, nella società.

Detto questo, sono convinto che quelle tossine siano in fase di lenta regressione dalla testa e dalla pancia della società, e che le forze e i leader che in questi anni hanno praticato entrambe le tendenze avranno pesanti difficoltà, fino a subire (o provocare) scissioni e (speriamo) a scomparire. Ma mentre sarebbe necessario che gli italiani, che hanno metabolizzato la pandemia, ma non hanno ancora ben capito quali significati abbia questa guerra – cui guardano con la compassione (com’è giusto che sia) ma senza la capacità di analisi del suo portato più vasto – fossero aiutati a comprendere le conseguenze immediate e prossime che essa produce anche per noi, e i cambiamenti strutturali che determinerà in Europa e nel mondo, nessuna leadership o intelligenza del Paese s’incarica di svolgere questo lavoro. Succede così che forme assunte dal conflitto politico della stagione nazional-populista, che ha avuto il suo culmine tra il 2018 e il 2020, non abbiano più motivo di esistere, non fosse altro perché i flirt dei protagonisti dell’anti-politica prima con le teorie novax o comunque minimaliste sul Covid, e poi con i tiranni delle  “democrature”, non solo non pagano ma hanno generato dolorose disillusioni. Inoltre, di fronte ai pericoli esterni, scema il desiderio dei contropoteri, del nuovo purchessia, dell’uno vale uno. Viene meno la voglia di fare le bucce al Potere, di sottoporlo a processo e di ingiuriarlo per i suoi privilegi. Anzi, al contrario, la pretesa di vedersi garantita la “sicurezza” e la “difesa” evoca forza, competenza, serietà, continuità. Paradossalmente, però, manca chi, nel campo liberale e in quello riformista, s’intesta il cambiamento e indica il nuovo approdo. Che sarà complesso, perché bisognerà andare al di là delle emergenze, a cui gli establishment si sono attaccati proponendo una tranquillizzante ricetta di puro pragmatismo (Draghi), per affrontare la sfida di una più complessiva ridefinizione dell’identità occidentale. Nella Prima Repubblica, ai tempi del “fattore K”, la Dc, i partiti laici e successivamente i socialisti, erano gli euro-atlantisti. Oggi non solo non ci sono più quelle forze e neppure i miserevoli discendenti, ma il campo è desolatamente vuoto.

Questo significa che il corpo elettorale, pur non ripresentandosi alle urne con gli stessi sentimenti del 2018, finirà obtorto collo per votare, magari con più astensioni, gli stessi soggetti di allora? Tutto dipenderà dal fatto se il fronte euro-atlantista saprà proporre o meno al Paese un’offerta politica adeguata. Cosa che non è oggi nemmeno all’orizzonte. Infatti, da un lato il Pd, nelle cui fila pure albergano pulsioni di chi non ha capito il momento (per esempio Delrio), sconta una improvvida e reiterata alleanza con i 5stelle di Conte che si rivelerà penalizzante sia se continua (sarebbe davvero un suicidio), sia se s’interrompe (non s’intravede un’idea che sia una in merito ad alleanze alternative). Sul fronte opposto, il partito euro-atlantista doc, Forza Italia, è il più piccolo e debole della coalizione. E per di più sconta la presenza di un leader ottantacinquenne che si deve far perdonare l’eccesso di amicizia e confidenza con Putin (anche lui, come Grillo, sull’Ucraina produce un silenzio assordante). Mentre Lega e FdI devono ancora dimostrare di stare ed essere dalla parte giusta.

Insomma, il ritorno del mondo diviso in blocchi e l’affermarsi in Italia del “fattore P”, richiedono un cambio di passo assoluto della politica. Ma gli elettori avranno in mano solo la leva destruens: non votare i partiti intrisi di ambiguità, che non a caso corrispondono a quelli che in questi anni hanno razzolato nel campo nazional-populista. Ma non potranno inventarsi un’offerta politica che non c’è. Strutturarla – in tempo utile per le elezioni del 2023 – spetta, coraggiosamente, a quella parte del Paese, élite e società civile diffusa, che ne ha le capacità e ne sente il dovere. Il tempo stringe e il contesto costringe.

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