25 Giugno 2021, venerdì
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Riparte la ripresa

A cura di Giuseppe Catapano 

Ci stiamo rialzando, è previsto che ci metteremo in cammino, ma in realtà avremmo bisogno di metterci a correre. È a questa conclusione che si arriva analizzando con attenzione le previsioni economiche di primavera diffuse dalla Commissione Europea relative all’Italia nel contesto continentale, e dell’eurozona in particolare. La buona notizia è che finalmente dovremmo registrare una velocità di reazione – in questo caso di uscita dalla recessione – perfettamente in media con quella europea e per quest’anno perfino migliore di quella tedesca. Si dirà: ma il Recovery è lì apposta a farci recuperare il terreno perduto. Sì e no. Prima di tutto perché è uno strumento che è stato pensato per sanare le ferite inferte dal Covid, non per accorciare le differenze strutturali preesistenti. In secondo luogo, perché l’incidenza sul pil degli investimenti generati dal Recovery è limitata. Lo stesso governo italiano stima nel Pnrr che l’incidenza a fine piano, cioè nel 2026, delle risorse europee denominate Next Generation Eu, sarà di appena tre punti percentuali e mezzo aggiuntivi rispetto a quanto l’economia si sarebbe mossa a prescindere.
Non va trascurato, che dagli Stati Uniti spira un gelido vento inflazionistico di cui avevamo perso memoria, e che è misurabile negli aumenti pirotecnici dei prezzi delle materie prime, o nella loro assenza dal mercato come nel caso dei microchip (cosa che in questo momento sta mettendo in crisi molte imprese manifatturiere, proprio mentre stavano scaldando i motori per la ripresa grazie ai vaccini). E una fiammata inflazionistica potrebbe indurre le banche centrali a rallentare, se non addirittura a invertire, la politica monetaria dei tassi zero. Per esempio, con l’emergenza sanitaria che dovesse volgere alla fine – cosa ovviamente più che auspicabile – la Bce, specie se preceduta da qualche mossa della Federal Reserve, potrebbe iniziare a ridurre l’ammontare degli acquisti dei titoli dei debiti pubblici degli stati europei (quelli dei Btp italiani sono i più massicci). Una mossa, anche se graduale, che farebbe tornare a crescere il costo del nostro debito pubblico e a riaccendere il fuoco sotto il pentolone dello spread, con tutto quello che ne conseguirebbe.

Credo che la tenuta della nostra industria manifatturiera, uscita dalla crisi degli anni Dieci di questo secolo lasciando al loro destino le lavorazioni a basso valore aggiunto per salire di gamma puntando sull’innovazione tecnologica spinta e sull’export, sia la garanzia che un pezzo di turnaround sia già stato fatto e che la spinta dei privati si farà sentire. Ma proprio per questo scrivo  che l’appello lanciato da Giorgio La Malfa alle imprese perché mettano mano al portafoglio – capitale proprio, crediti bancari, mercato finanziario, ecc. – e s’intestino un piano straordinario di investimenti aggiuntivi a quelli previsti dal Pnrr. 

Giunti a questo punto qualsiasi imprenditore direbbe che non basta la sua volontà, ma occorre che il sistema intorno a lui renda facile sul piano pratico e induca favorevolmente sul piano psicologico lo sviluppo. E giù un fitto cahiers de doléances delle infinite cose che non vanno, dalla giustizia che ti tratta come un criminale per il solo fatto di guardare al profitto e ti tiene appeso ai procedimenti per decenni, alla burocrazia che fa a pugni con il buonsenso. Tutto vero. Le  imprese e le loro organizzazioni di rappresentanza in questi anni, pur di fronte ad una politica debole e levatura modestissima, non sono state capaci di fornire le idee e la classe dirigente di cui il Paese, e quindi anche loro stesse, necessitava. Dall’altro perché i singoli hanno preferito la scorciatoia della cessione e conseguente monetizzazione delle loro attività, lasciando che siano eccezioni senza rilevanza statistica le occasioni di aggregazione per creare aziende e filiere più grandi e forti.

Ora, però, si può finalmente dire che quel che è stato è stato, e che con Draghi si può – e quindi si deve – voltare pagina. Forte del prestigio e dell’autorevolezza del presidente del Consiglio, l’Italia può pianificare un periodo virtuoso di riforme e di investimenti strutturali. Quelle ragioni di malfunzionamento del sistema paese di cui l’imprenditoria si è lamentata corrispondono esattamente alle riforme che il governo ha inserito nel Pnrr e su cui l’Europa vigilerà occhiuta che siano realizzate.  Gli imprenditori, presi singolarmente e come comunità, devono crederci e investire su questo passaggio, difficile ma decisivo. “Si persuadano che questo è il momento di rischiare e di contribuire con le proprie forze e i propri mezzi alla ripartenza del Paese. Nell’immediato dopoguerra vi fu certamente il Piano Marshall, ma il miracolo economico fu l’effetto congiunto di quelle risorse aggiuntive e di uno sforzo straordinario di investimenti prodotto dall’imprenditoria privata”.

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