15 Maggio 2021, sabato
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Banche o società che rifiutano il tuo IBAN violano la legge

A cura di Patrizia Solci 

Da qualche tempo in Europa è in corso una campagna contro una misura discriminatoria molto in voga, sia fuori che all’interno dell’EU.

Molte volte sarà capitato soprattutto agli imprenditori che operano online, che una banca o una società  rifiutino i tuoi bonifici  perché  “non gli piace” il tuo IBAN .

Nella quasi totalità dei casi il rifiuto riguarda  le prime due lettere  del tuo IBAN, che denotano la  residenza legale della banca da cui parte il bonifico. Ad esempio, gli IBAN delle banche italiane iniziano con IT, quelle francesi iniziano con FR, quelle tedesche con DE, e cosi’ via…

Il destinatario del tuo bonifico vede le prime due lettere dell’IBAN e decide che il paese di residenza della banca da cui parte il trasferimento non gli piace; per cui ti rimanda indietro la somma. 

I motivi piu’ comuni del rifiuto sono:

– La banca non è abituata a lavorare con il paese da cui sta partendo il bonifico e per pigrizia rifiuta l’incarico.

– La banca si immagina di appartenere a una élite di paesi di serie A e rifiuta qualsiasi bonifico proveniente da paesi di serie B.

– La banca aderisce ad accordi sottobanco con alcuni paesi e non vuole apparire favorevole a paesi che sono concorrenti dei paesi “amici”.- La banca interpreta in modo errato la legge antiriciclaggio e pretende che la società da cui parte il bonifico utilizzi per questa transazione una banca che abbia la stessa residenza della società stessa.

La reazione piu’ comune in questi casi è quella di accettare la cosa e magari di sentirsi anche un po’ in colpa.

Pochi sanno invece che in questi casi chi infrange la legge è proprio la banca o la società che rifiuta il bonifico.

Esiste infatti una legge europea in vigore dal 2014 che liberalizza la provenienza delle transazioni.

E, tanto per essere precisi, in base a questa legge una società residente nel paese X puo’ tranquillamente usare una banca residente nel paese Z per gestire le proprie transazioni.

La società e la banca NON devono affatto risiedere nello stesso paese.

Tale norma non è un semplice “liberi tutti”, ma è la conseguenza del fatto che tutti i paesi dell’EU (e anche diversi paesi fuori dell’EU) hanno stretto lo stesso accordo per le normative di sicurezza e antiriciclaggio, mettono in pratica le stesse pratiche di vigilanza e quindi sono tutti sullo stesso piano e hanno gli stessi diritti.

Questa legge purtroppo viene applicata pochissimo e rischia di ostacolare le attività imprenditoriali sia fuori che dentro l’EU, aggiungendosi agli altri fattori che purtroppo con le norme anti covid mettono sempre piu’ a rischio l’economia europea.Alcune lobbies da tempo stanno cercando di sensibilizzare la Commissione Europea a fare qualcosa contro tali comportamenti illegali e hanno anche creato un sito dove è possibile riportare, in forma anonima, gli eventi di questo tipo, segnalando anche il nome della banca o della piattaforma coinvolta.

Questo non aiuterà a risolvere i problemi specifici segnalati, ma servirà a produrre una casistica che sia sufficiente a provocare un movimento di reazione e a spingere all’azione la burocrazia europea.

Per la risoluzione dei singoli casi, bisognerà invece segnalare il fatto alle autorità di competenza  dell’Autorità Bancaria Europea.
Non ho una casistica per dire la percentuale di successo di queste segnalazioni, soprattutto se riguardano colossi come Paypal, Google e compagni, per i quali queste discriminazioni sono diventate la regola e anzi vengono rivendicate come fossero norme di buona condotta.

Fra i pochi vantaggi che potrebbero portare eventuali valute nazionali digitali potrebbe esserci, forse, anche il superamento di queste ingiustizie. 

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