15 Maggio 2021, sabato
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Tra la salvezza e l’inferno

A cura di Giuseppe Catapano 

L’Italia è da sempre caratterizzata dal difetto, per cui quando sembra che il suo sguardo abbia messo a fuoco ciò che va inquadrato, in realtà vede (anche) altrove. Ma in questa fase, in cui l’orizzonte da scrutare è oggettivamente buio, l’imperfezione si è ingigantita fino a diventare una grave malformazione. Il primo ha a che fare con la cultura di governo in generale, il secondo con l’atteggiamento dei partiti nell’attraversare questo passaggio politico che li vede in qualche modo “commissariati”, e il terzo con l’idea che gran parte degli italiani si è fatta di Draghi e del suo governo. 

Per moltissimi, con Draghi l’Italia si è giocata il jolly e c’è una fideistica attesa che l’uomo con quel po’ po’ di curriculum  possa sfoderare un decisionismo inedito per le lande desolate dell’attuale classe politica, che gli consenta di rimettere in piedi il Paese, sia sconfiggendo la pandemia che rilanciando l’economia. Un pensiero di grana grossa che ne nasconde altri due, assai pericolosi: ci pensa SuperMario, noi dobbiamo solo attendere che metta a posto le cose; se fallisce uno come lui, non ce n’è più per nessuno, andiamo tutti a ramengo. Ora, è vero che la distanza che separa Conte da Draghi è siderale, e che per una fase di emergenza come quella che stiamo vivendo di meglio non si poteva sperare. Ma è dai tempi di Pietro Nenni che abbiamo scoperto che la “stanza dei bottoni” dove tutto si controlla e si decide non esiste e che non basta tutta la determinazione del mondo a sopperire ad un sistema pubblico inefficiente e deresponsabilizzato e a uno privato svogliato e costruito sulle rendite di posizione. 

Dunque il rischio è che la forbice tra le aspettative e i risultati tangibili sia così ampia che presto le prime si tramutino in delusione cocente e i secondi siano sottovalutati anche se in qualche misura significativi. Una situazione che, se si verificasse, potrebbe aprire le porte non più ai peggiori populismi – quelli, purtroppo, sono già tra noi da lungo tempo – ma a qualcosa di maggiormente grave. Per evitarlo, questo strabismo, occorrerebbe un mix tra pazienza e consapevolezza , che per ora non c’è.

Da un lato, si è insinuata, tanto nella politica quanto nella società, l’idea che il compito dei governi sia quello di intervenire a rimedio degli accadimenti: salvataggi, risanamenti, ristori, bonus. Il verbo più usato è “fronteggiare”, che appunto dà il senso di come si creda che l’azione della politica debba essere quella di fare muro. E poi di risarcire, una volta prodotto il danno. Se ci riflettete, siamo agli antipodi rispetto all’idea che la politica serva a programmare, progettare, indurre gli avvenimenti. Anche di fronte a qualcosa di imponderabile come una pandemia, un conto è inseguire il virus e le sue conseguenze – come abbiamo fatto fin dal primo momento – e tutt’altro è prevenirne le mosse, anticipando le contromisure. A maggior ragione questo vale se si tratta di disegnare e costruire il futuro, facendo scelte preventive. Da qui all’altro strabismo politico, quello mostrato dai partiti nella lettura di ciò che sta accadendo intorno a loro e dentro il sistema politico e istituzionale, il passo è brevissimo.

Se i partiti credono che Draghi sia una parentesi chiusa dopo la quale tutto tornerà come prima, hanno fatto male, anzi malissimo, i loro conti. E questo a prescindere da quale sarà la parabola personale del presidente del Consiglio. Paradossalmente, se anche la pagina che sta scrivendo dovesse rivelarsi brutta, questo non toglierebbe nulla al fatto che il sistema politico – quello risultante dal fallimento della Seconda Repubblica, ben peggiore del pessimo che l’ha preceduto – abbia in Draghi la pietra tombale che lo seppellisce. Un destino che i partiti con l’occhio buono vedono per quello che è – e ciò spiega le loro convulsioni interne – ma con quello affetto da eterotropia lo immaginano ben diverso. Da qui la resistenza a fare quelle riforme strutturali che per oltre un quarto di secolo sono state eluse perché soddisfacevano il futuro a scapito del presente, o così si temeva. Riforme senza le quali, ora non ne usciamo.

Prendete il PNRR, il piano finanziato dalle risorse europee del Recovery. Lo strabismo sta evitando che nel Paese cresca una duplice fondamentale consapevolezza. La prima è che i soldi arriveranno solo e soltanto se il piano prevederà espressamente le riforme, e in particolare quelle più funzionali ai due obiettivi fondamentali dell’operazione Next Generation Ue, il rilancio dell’economia e l’ammodernamento del sistema-paese, e allo strumento con il quale perseguirli, gli investimenti strategici. 

E cioè: giustizia, pubblica amministrazione, infrastrutture, fisco. E sanità, considerato che la pandemia ha messo clamorosamente a nudo i difetti del nostro sistema sanitario a base regionale, e che senza un intervento su di essi da attuare in parallelo al piano vaccinale rischiamo che la ripresa economica abbia le gambe legate da questa che è a tutti gli effetti una precondizione per la crescita del pil. Riforme che devono essere definite, dettagliate, quantificate e incorporate nel Def che entro aprile deve essere scritto, e sulle quali la Commissione europea chiede la misurazione degli effetti strutturali che esse dovrebbero produrre sull’economia reale e sulla finanza pubblica. E questo per ottenere il via libera preventivo di Bruxelles – ma in realtà dei paesi che erano meno favorevoli al Recovery – al piano. Ed è troppo viva in Europa la consapevolezza che l’Italia negli ultimi venti anni non sia stata capace di spendere più del 50% dei fondi strutturali comunitari (ancor oggi, del precedente bilancio ordinario 2014-2020, c’è un residuo non-speso di circa 35 miliardi che, come spesso in passato, rischiamo di perdere), per immaginare che ci concedano sconti. Ma se anche in fase di presentazione del piano tutto andasse liscio, poi, il fatto che le risorse siano soggette al sistema dello “stato avanzamento lavori”, ci obbligherà anche a farle concretamente, queste benedette riforme, se si vorrà evitare che i rubinetti delle erogazioni si chiudano strada facendo.

La seconda consapevolezza che manca – e qui l’assenza è totale, come hanno ben chiarito nella puntata di War Room di giovedì 8 aprile gli economisti Mario Baldassarri, Lorenzo Bini Smaghi e Stefano Micossi – riguarda le conseguenze di eventuali errori nella gestione del Recovery. Non solo i soldi smetteranno di arrivare, non solo i mancati investimenti e le mancate riforme impediranno lo svilupparsi della ripresa e l’inderogabile ammodernamento del Paese di svolgersi, ma il debito pubblico, che è già ormai prossimo al 160% del pil, diventerebbe insostenibile, inducendo di conseguenza il nostro default e mettendoci ai margini dell’Europa. Avete forse idea di qualcuno che nell’ambito politico abbia cognizione delle conseguenze fatali che produrrebbe presentare un PNRR pieno di spese correnti, o improduttive, o comunque non sufficientemente strategiche, a piè di lista? Qualcuno ha riflettuto sul fatto che Angela Merkel, cui dobbiamo il varo del Next Generation Ue nonostante le tante e fortissime resistenze – non tutte strumentali, peraltro – sta per uscire di scena e che le cancellerie che fecero opposizione sono con il fucile puntato pronte a spararci addosso al nostro primo passo falso? Bini Smaghi lo spiega con chiarezza: se con quei soldi faremo presto e bene opere come l’alta velocità ferroviaria o la fibra per infrastrutturare digitalmente le nostre comunicazioni, gli olandesi e soci penseranno che ne avranno anche loro un vantaggio, non fosse altro come turisti, ma se serviranno per fare gli stadi o per finanziare la sopravvivenza di Alitalia, o anche peggio, allora scoccherà un redde rationem cui non sopravviveremo né noi né l’Europa.

Nel suo rapporto di quest’anno, il centro studi Economia Reale del professor Baldassarri ci avverte con assoluta chiarezza: senza i fondi Ue, e dunque a legislazione vigente, dei 9 punti percentuali di pil persi nel 2020 siamo destinati a recuperarne solo 3,3 quest’anno e 2,2 l’anno prossimo, per poi scendere ad una crescita di un solo punto nel 2023 e precipitare ai soliti “più zero virgola” nei cinque anni successivi, tant’è che nel 2028 avremmo ancora una trentina di miliardi di pil in meno dei 1622 miliardi del 2019 (che già non avevano ancora del tutto recuperato la ricchezza persa dal 2008 in avanti). Con la conseguenza che al debito di 2570 miliardi del 2020 si aggiungerebbero altri 500 miliardi e passa per arrivare a 3096 nel 2028, stando sempre sopra al 150% del pil. Sarebbe una situazione finanziaria sostenibile, o lo spread – che peraltro in questi giorni è tornato a tre cifre – finirebbe con l’esplodere come nel 2011? Sperabilmente no, probabilmente sì.

Ma attenzione, la crescita sarebbe più sostenuta di qui fino al 2023, ma poi tornerebbe inesorabilmente la stagnazione a colpi di “zero virgola”. E questo perché il NGEU, pari a 125 miliardi all’anno per sei anni, per ora è una manovra “una-tantum”. Si dovrebbe renderlo “permanente”, ma ciò richiede un bilancio federale che vada oltre il bilancio ordinario, oggi pari all’1% del pil dei 27 paesi Ue (negli Usa è il 25%), finanziato sia con risorse proprie che con debito comune. Sarebbe un primo determinante passo verso gli Stati Uniti d’Europa, ma appunto per questo non ci possono essere paesi zavorra, altrimenti non solo la maggiore integrazione continentale non decolla, ma rischia seriamente di fare passi indietro.

Draghi, ovviamente, tutto questo lo sa, ma rischia di non avere né il tempo né tutte le leve che servono. Invece, i partiti e il grosso del Paese, che potrebbero creare il consenso e le condizioni per questa straordinaria rivoluzione, non lo sanno. Per ignoranza e per ignavia. Siamo a un maledetto crocevia, e qualcuno pensa ancora che lo strabismo di Venere sia un segno di bellezza.

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