20 Giugno 2021, domenica
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DRAGHI: TERMINE e CONTINUITÀ

a cura di Giuseppe Catapano 

Nei palazzi romani come nelle redazioni dei giornali, nel mondo imprenditoriale e degli investitori finanziari come a Bruxelles e nelle cancellerie d’Europa, quando ancora è lontano il compiersi dei 100 giorni di luna di miele che si concedono a qualunque primo ministro, già circola la domanda, più angosciata che impertinente: ma Draghi che cosa vuole fare? Sembra, e forse è presto per porre e porsi questa domanda .Ma in realtà è molto opportuno cercare fin d’ora la risposta, perché da essa dipenderanno le nostre sorti. Sapendo che occorre considerare i due piani della parabola di Draghi nella politica italiana: il piano del suo percorso personale, che legittimamente appartiene solo e soltanto a lui, e quello della “agenda Draghi”, cioè del tipo di politiche che vanno messe in atto per fronteggiare le emergenze ma anche per finalmente indirizzare verso la normalità il sistema-paese, che invece è cosa pubblica, su cui i partiti ma anche le componenti più sensibili della società devono confrontarsi e prendere posizione. Nel cercarla, la risposta, ne va preventivamente data una ad un altro quesito, per così dire propedeutico: quello di Draghi è un governo d’emergenza che ha una missione a tempo, per cui più che risolvere i problemi strutturali potrà solo impostare le soluzioni, o pur nascendo da un’emergenza istituzionale – il fallimento del sistema politico nato a seguito delle elezioni del 2018 – ha l’ambizione e la capacità di svolgere una funzione costituente?Sappiamo che né Mattarella che l’ha proposto e convinto ad accettare – con l’aiuto di un paio di interlocutori europei – né il presidente del Consiglio sono partiti avendo preventivamente scelto l’una o l’altra delle due ipotesi. Il loro pragmatismo li ha indotti, e tuttora li induce, a navigare a vista. E la navigazione è a dir poco perigliosa, sia dal lato delle pure emergenze (piano vaccinale contro la pandemia e ripartenza dell’economia) come da quello delle riforme strutturali (giustizia, pubblica amministrazione, welfare, scuola), ma anche rispetto alle ambizioni strategiche declinate in fase di nascita del governo (transizione digitale e ambientale), per poter fare pronostici o intestardirsi sui percorsi. E la liquidità della condizione dei partiti e la fragilità del sistema istituzionale aggrava ancor di più l’impossibilità di fare previsioni. Dunque scopriremo la vera natura del governo Draghi via via che essa si definirà. Sia perché lo stesso Draghi capirà che effetto gli avrà fatto stare in quel posto allo stesso tempo maledetto ed entusiasmante che si chiama governo del Paese, e sia perché dipenderà da come saranno andate le cose.

Per esempio, se gli italiani con l’inizio dell’autunno avranno raggiunto l’immunità di gregge (diciamo con una copertura di almeno il 70%) e il Covid, pur tra mille problemi e ancora molte vittime, sarà stato ricondotto nell’alveo di una seppur brutta influenza, sarà un conto, mentre se disgraziatamente il piano vaccinale dovesse risultare fallace, è evidente che lo scenario diventerebbe tutto un altro. Nel primo caso, quello più augurabile, Draghi allo stesso modo potrebbe sentirsi appagato e rendersi disponibile per il Quirinale, oppure invogliato a fare altri passi nella direzione della soluzione dei problemi strutturali del Paese. Nel secondo caso, quello disgraziato, Draghi allo stesso modo potrebbe sentirsi obbligato ad insistere nell’affrontare l’emergenza pandemia oppure sentirsi indotto ad alzare le mani.

Certo, non dipenderà tutto solo da Draghi. Di mezzo ci sono i partiti, che dopo aver dovuto accettare l’ex presidente della Bce quale segno della loro sconfitta, come singoli e come sistema politico nel suo complesso, hanno subito un traumatico effetto di straordinaria fibrillazione (che è solo all’inizio). E di mezzo ci sono i gruppi parlamentari, che dovranno nel segreto dell’urna decidere chi sarà il Capo dello Stato e sono ben consapevoli che quello sarà l’unico atto politico di valenza strategica che dipenderà (anche) da loro. Per questo sarebbe molto auspicabile che in questo momento le componenti più sagge (o se si vuole, meno irresponsabili) della politica dovrebbero esprimere pubblicamente l’auspicio che quantomeno Draghi porti a compimento la legislatura. E questo sia per dar modo al suo esecutivo di agire lungo un arco temporale, poco più di due anni, che gli consenta di avere un minimo di respiro riformatore, sia per evitare che l’elezione del Capo dello Stato – prevista tra fine gennaio e inizio febbraio prossimi – coincida con la fine anticipata (di un anno) della legislatura.

Ma questo, evidentemente, non basta. Se si vuole sanare l’emergenza democratica da tempo aperta, e cioè la caduta verticale della credibilità della politica e dei suoi protagonisti, individuali e collettivi, senza doversi affidare ad una personalità estranea agli assetti politici, occorre avviare la rifondazione del sistema. Suona infatti vuota di senso pratico la continua evocazione di formule politiche, quali che esse siano, quando mancano le precondizioni della vita democratica, e cioè l’esistenza di veri partiti, e non di strumenti personali, definiti secondo precise distinzioni politico-culturali, e di personale politico che abbia, in termini di competenze ed esperienze, almeno la sufficienza. Per questo il governo Draghi è una parentesi che, se sfruttata a dovere, può consentire di avviare una fase rifondativa della politica e delle istituzioni.

Oggi viviamo in una bolla di mediocrità in cui si è formato un pernicioso “bipopulismo” in cui ciò che rimane delle vecchie aree del centro-destra e del centro-sinistra è permeato di una miscela velenosa fatta di populismo, sovranismo, giustizialismo, statalismo. Il cedimento del Pd, morale prima ancora che politico, al grillismo, da un lato, e la scomparsa del moderatismo di Forza Italia, dall’altro, combinato con il permanere dell’assenza dalla scena politica delle componenti liberal-democratiche, se non per qualche residuo infinitesimale predisposto al frazionismo, sono le cause dell’affermarsi di questo bipolarismo a trazione populista, in cui gli unici elementi distintivi sono i linguaggi. Si pensi solo a quanto il Pd a guida Zingaretti-Bettini ha concesso alla demagogia pentastellata durante il Conte2: prescrizione, quota 100 e reddito di cittadinanza confermati, cambiamento ritardato e maldestro dei decreti Salvini, taglio dei parlamentari. E solo per citare le cose più eclatanti. O come nel divisissimo centro-destra la collocazione europea e atlantica abbia lasciato il passo a confusi e antistorici nazionalismi quando non ad ammiccamenti con chi non può non essere considerato un avversario.

Ora, come conseguenza dell’arrivo di Draghi a palazzo Chigi, diverse cose sono cambiate, almeno formalmente: un riformista doc come Enrico Letta ha conquistato la segreteria del Pd, Salvini ha mollato la sponda sovranista, Conte si accinge a prendersi la guida di quel che rimane dei 5stelle. Ma è tutto fragile: le prime mosse di Letta non segnano ancora una vera discontinuità nell’alleanza con i grillini (non basta derubricarla da strategica e tattica); Salvini pratica la nuova e la vecchia linea politica a giorni alterni, con continue fughe in avanti, dall’aperturismo pandemico giocato in chiave strumentale all’incontro con Orban, a dimostrazione che non si può cambiare solo per aver preso un caffè con Giorgetti; l’arrivo di Conte alla testa dei 5stelle, avvenuto senza uno straccio di discussione politica pubblica tanto da somigliare più al cambio di un amministratore delegato a capo di un’azienda che all’avvicendamento di un leader politico, non sposta di una virgola la questione della praticabilità politica del “movimento”. Mi soffermo su quest’ultimo punto perchè è dirimente. Si dice che i 5stelle siano cambiati e che questo sia un bene. È vero, il tempo del vaffa è lontano. Ma quell’approccio non lo hanno lasciato perchè sono maturati, ma solo perchè si sono inebriati del potere (o meglio, dei simboli di esso, che quello vero non sanno neppure dove stia di casa). Ed essere passati dall’antipolitica al nulla mascherato da nuovismo non è un gran vantaggio, per il Paese. E se Conte assicurerà il passaggio dal vuoto alla banalità comunicativamente vestita da Casalino, di certo le cose non miglioreranno, specie se sotto l’abito si cela una pratica dorotea (di quart’ordine) del potere.

Ecco perchè l’evocazione del maggioritario – che sembra tornare a prevalere sul proporzionale – rischia non solo di essere retorico, ma pure assai pericoloso: rafforzare lo schema aggregativo intorno a due poli entrambi vassalli delle diverse forme di populismo, almeno fino a che il governo Draghi non si sarà rivelato capace di sconfiggere sul campo anche questo virus oltre che il Covid, condanna il Paese ad una deriva o ungherese o venezuelana. E in entrambi i casi non è una bella prospettiva.

Insomma, Mario Draghi non ha vita facile, perchè le inefficienze dell’apparato pubblico, abituato a dare risposte burocratiche e a rifugiarsi nella deresponsabilizzazione, e l’essere sostenuto da una maggioranza che lo malsopporta, rendono incerto il suo decisionismo. I tre principali partiti di maggioranza, che vogliono liberarsi dal suo commissariamento, e quello di opposizione, che vorrebbe al più presto tradurre i sondaggi i seggi, non vedono l’ora di spedirlo al Quirinale. Mentre i riformisti e i liberaldemocratici che avrebbero titolo e voglia  di intestarsi la paternità politica di Draghi, sono piccoli e litigiosi. Ma continuare ad averlo alla guida dell’Italia, Draghi, è l’unica precondizione perchè si possa costruire un’alternativa solida e credibile al “bipopulismo perfetto”.  

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