14 Aprile 2021, mercoledì
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E se il vaccino non fosse la migliore risposta possibile?

a cura di Ronald Abbamonte

Quando si parla di pandemia si affronta un tema molto delicato e allo stesso tempo invasivo vista la quantità di limitazioni che il contagio ci impone. Una materia  delicata rispetto alla quale anche a livello d’informazione bisognerebbe sempre utilizzare tutte le cautele necessarie. Cosa che non sempre si può dire che si sia effettivamente realizzata in questi mesi o per il bombardamento ansiogeno  delle informazioni impartite o per l’enorme mole d’informazioni parziali alcune volte  inesatte ed altre addirittura fuorviante.

Compito dell’informazione  dovrebbe essere  quello d’informare coniugando la verità con la misura e mettendo a disposizione di chiunque la possibilità di farsi una proprio opinione su tutto quello che accade specie quando in ballo è la salute, la sopravvivenza fisica ed economica.

Con questo spirito ci domandiamo se sia giusto il tentativo messo in campo a livello mondiale di voler superare attraverso il vaccino la pandemia in corso.

E se fosse un paradosso tentare di sconfiggere il virus attraverso un vaccino?

La domanda potrebbe sembrare provocatoria e forse anche illogica, soprattutto vista la quantità di sforzi che si stanno affrontando, tra mille difficoltà, in ogni angolo del mondo per garantirsi un’approvvigionamento adeguato di scorte. Ma in realtà non c’è alcuna provocazione illogica a porsi una domanda del genere considerando quanto avvenuto un po’ di anni fa e precisamente tra il 2002 e 2004, con l’altra epidemia nota come SARS sempre avente ad oggetto alcuni coronavirus e sempre di origine cinese.

Situazione almeno apparentemente simile a quella attuale, con migliaia di morti in Asia, con un allarme generalizzato a livello mondiale,  anche in quel caso fu tentata la strada del vaccino come risposta ad una possibile diffusione su larga scala. All’epoca furono creati 4 vaccini di cui si accertò  l’efficacia contro il virus e rispetto ai quali ci furono qualche perplessità relativa agli effetti collaterali,  avendo osservato, nelle cavie da laboratorio,  una reazione che evidenziava una sorta d’ipersensibilità indotta dal vaccino. Ma se oggi in pochi ricordano  quell’esperienza, potenzialmente in grado di avere gli stessi  effetti dell’attuale Covid-19,  è perché il virus esaurì da solo la sua carica di contagiosità senza che fosse necessario procedere alla somministrazione di nessuno dei 4 vaccini creati, ognuno dei quali in grado di destare perplessità sotto il profilo degli effetti collaterali.

Stessa storia qualche anno dopo con la cosiddetta “influenza suina”con la differenza,  in quel caso, nonostante la mortalità avesse investito solo il Nord America, qualche stato, come la Svezia  decise di procedere alla vaccinazione di massa per scongiurare ogni ulteriore pericolo. Operazione che con il senno di poi risultò una scelta sbagliatissima soprattutto perché il virus esaurì, ancora una volta, da solo la sua evoluzione mentre rimasero in essere gli effetti collaterali  della somministrazione del vaccino, una narcolessia  di cui soffrirono per alcuni anni migliaia di svedesi.

Alla luce di queste  esperienze,  entrambe aventi ad oggetto virus respiratori,  appare evidente che i vaccini poco hanno avuto a che fare sul loro decorso, durato non più di due anni, e che la loro pericolosità in termini di effetti collaterali, almeno riferendoci a quanto successo, è risultato un rischio non proprio giustificato da correre.

Per quanto attiene all’attuale vaccino anti Covid-19 e in particolare a quello prodotto da Pfizer è da aggiungere che il margine di rischio è senz’altro più elevato avendo proceduto, sulla pressione del momento, ad una sperimentazione molto parziale aggravata dalla decisione di saltare la fase di sperimentazione animale. Quello che ci dice Pfizer in proposito con i suoi protocolli è che nessuno delle migliaia volontari dello studio è morto o è finito in terapia intensiva. Ma questa conclusione potrebbe essere non tanto  la prova inconfutabile della non pericolosità del vaccino quanto il prodotto di una sperimentazione eseguita solo ed esclusivamente su soggetti non anziani o malati a rischio. Tutto quello che sappiamo è che il vaccino riduce del 90% i sintomi su soggetti giovani e non malati. Nulla invece sappiamo su quello che succede ai vaccinati, se si contagiano comunque e se si ammalano.

Appare evidente che sarebbe non proprio da pazzi domandarsi se “il gioco vale la candela” soprattutto alla luce del fallimento degli ambiziosi piani vaccinali inizialmente  previsti e della necessità di rivedere in termini sostanzialmente peggiorativi il lasso di tempo necessario, almeno in italia, per raggiungere un numero significativo di persone trattate con il vaccino.

Quindi non è improbabile che se venisse confermato quanto accaduto nelle precedenti esperienze citate, praticamente i tempi per vedere superato il problema sarebbero gli stessi a prescindere che ci si affidi o men al vaccino. Il tutto potrebbe chiudersi e ci auguriamo che comunque si chiuda presto e bene  con il paradosso di non sapere se sarà possibile affermare o meno , con sufficiente certezza , che per la prima volta nella storia  un virus respiratorio si stato debellato attraverso una vaccinazione.  

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