25 Febbraio 2021, giovedì
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Vittime del processo mediatico: da indagati a condannati è un attimo

a cura di Maria Parente

Accusare e giudicare sono due tra le attività per cui l’essere umano si dimostra particolarmente abile e propenso. Soprattutto in assenza di prove, quando ci si ritrova a disquisire di un omicidio, si punta facilmente il dito contro il soggetto che più si presta ad essere etichettato come assassino: complice del meccanismo, a fomentare l’opinione pubblica, sono i media che elaborano i risultati delle indagini talvolta in modo da “aizzare” l’odio verso la vittima predestinata, colpevole o presunto. L’omicidio, d’altronde, pretende che venga individuato l’autore perché chiunque privi della vita un suo simile deve pagare e scontare l’intera pena detentiva, ma che sia il colpevole ovvero il reale autore del misfatto, non un colpevole individuato nei salotti televisivi e condannato dai telespettatori. L’unico modo per individuare l’omicida senza incorrere nell’errore è dato dalla confessione, univocamente confutando l’epilogo della tragedia; una confessione che può essere positiva od anche negativa, in quest’ultimo caso difficilmente addivenendo ad una conclusione appetibile, che sia ben accetta dall’opinione pubblica, ciò avviene perché siamo soliti interpretare la confessione a senso unico, intendendola esclusivamente come un’ammissione di colpa: non si può dar credito a chi confessa e ammette di non aver compiuto, di non aver ucciso. Soprattutto se le prove e gli indizi depongono malgrado a suo sfavore: una serie di coincidenze che si sposano alla perfezione e inducono a pensare che solo la persona idolatrata dalla tv e dalla stampa è, effettivamente, l’omicida. Vi siete mai domandati poi se l’uomo o la donna indagato non fosse realmente la persona da dover condannare? E’ oramai consuetudine quella di avviare processi mediatici la cui condanna a priori – cioè prima che il processo vero e proprio cominci – indica il condannato nell’indagato. Ci sfugge probabilmente che ogni indagato è innocente fino alla sentenza definitiva sulla colpevolezza emessa al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nella realtà invece la situazione è totalmente ribaltata: ogni indagato è colpevole senza dubbio solo per il fatto che nei suoi confronti è stata formulata una accusa ancora tutta da provare. Tutto ciò è mostruoso, compromettendo non solo l’esistenza delle persone coinvolte da un momento all’altro etichettati killer, ma ponendo in essere gravi violazione dei diritti costituzionali ed in particolare dell’articolo 21 Cost., che riguarda l’informazione, e dell’articolo 27 che considera innocenti tutti i cittadini prima di condanna definitiva.

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