5 Marzo 2021, venerdì
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Joseph Mengele,il “Dottor Morte” di Auschwitz

a cura di Maria Parente

Macchina di sterminio, l’angelo della morte, fanatico di Adolf Hitler, si appassiona al nazionalsocialismo con le opere di Rosenberg. Alla termine del servizio militare, arruolatosi come volontario, Joseph Mengele, accettò di buon grado la proposta del professore von Verschuer, divenuto nel frattempo direttore del dipartimento di antropologia e genetica del Kaiser Wilhelm Institut, che Mengele aveva già avuto modo di conoscere quando dalla città di Monaco si trasferì a Francoforte. E’ proprio questo il momento in cui i due medici compresero che i campi di concentramento sarebbero diventati “una miniera di risorse umane”: migliaia di deportati vi giungevano ogni giorno e tra questi c’erano sicuramente cavie perfette per lo studio della razza ebraica. Mengele dunque decise di accettare la proposta di von Verschuer di seguirlo nel campo di Auschwitz, punto di partenza per il vortice di orrori che hanno contraddistinto personalità come quelle dell’ “angelo nero”.

GEMELLI,NANI E GIGANTI:L’OSSESSIONE DI MENGELE– Joseph Mengele, in particolare, era ossessionato dai gemelli e anomalie della crescita: il nanismo e il gigantismo. Le madri interpretano il fatto come un buon segno e senza troppo riflettere consegnano i loro figli. I più grandi, invece, immaginano che i gemelli costituiscano materiale interessante per ricerche scientifiche, cosa che può tornare solo a loro favore, per cui si fanno volentieri avanti. Allo stesso modo ragionano i nani. I gemelli e i nani, quindi, vengono separati e passano nella parte destra. Le guardie accompagnano questo gruppo in una baracca particolare. Qui il cibo è buono, i posti per dormire sono abbastanza comodi, buone le condizioni igieniche, buono il trattamento per i detenuti.E’ il Block 14 del campo B Iif. Di qua, sotto sorveglianza, passano alla già menzionata baracca degli esperimenti, nel campo degli Zingari. Lì si effettuano su di loro tutti gli esami praticabili su una persona vivente. Analisi del sangue, punture lombari, scambio di sangue tra gemelli e un numero indeterminato di altri esami, tutti dolorosi ed estenuanti. Tali esperimenti, camuffati come visita medica, che si praticano in vivo, cioè su un organismo vivente, sono ben lungi dall’esaurire la problematica gemellare dal punto di vista scientifico. Hanno un valore relativo, non dicono molto. Si passa, quindi, alla fase successiva,che è la più importante: l’esame in base all’autopsia per il confronto degli organi normali, oppure patologicamente sviluppati, ovvero malati. Ma perché ciò avvenga, è necessario che vi sia il cadavere. Dal momento che la dissezione e l’osservazione dei diversi organi deve essere eseguita nello stesso tempo, occorre che la morte dei gemelli si verifichi nel medesimo momento. E nella baracca sperimentale del kappa-zeta di Auschwitz, campo B IId, la morte simultanea di gemelli avviene regolarmente. Ci pensa il dottor Mengele a privarli della vita. I gemelli, però, non erano l’unico interesse del “dottor morte”. Egli trovava particolarmente “allettanti” i nani e gli zingari affetti da una malattia della pelle, il noma. Esso era una specie di tumore del viso che gradatamente lacerava i tessuti fino a lasciare completamente scoperte le membra della persona affetta. Forse casi del genere non si sarebbero verificati in condizioni normali, ma ad Auschwitz c’erano le condizioni ideali per l’evolversi di tali malattie. Si dedicò anche a una serie di esperimenti sulla tubercolosi e questa volta le sue vittime furono dei bambini, tristemente passati alla storia come “i 20 bambini di Bullenhuser Damm”. Egli selezionò tra i piccoli ebrei del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau dieci maschi e dieci femmine, che successivamente furono trasportati a Neuengamme, come cavie umane per osservare gli effetti della tbc.

«Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…»– la frase indelebile pronunciata dal dottor morte una gelida mattina di novembre del 1944; dalla baracca 11 del campo di Birkenau partì una fila di bimbi che inconsciamente aveva decretato la propria triste fine. Una volta giunti al campo troveranno ad aspettarli il dottor Kurt Heissmeyer, incaricato da Mengele di giungere a delle conclusioni importanti su quella malattia. Heissmeyer fa incidere la pelle sul petto dei bambini, sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi da tre a quattro centimetri, poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi e infine copre le incisioni con un cerotto.In questo modo i bambini contraggono la malattia nello stadio più avanzato e nel giro di qualche giorno presentano sintomi molto evidenti. Ad uno ad uno i venti bambini vengono fatti coricare sul letto operatorio e con un’incisione. Heissmeyer asporta loro le ghiandole linfatiche sotto le ascelle. Ogni intervento dura circa un quarto d’ora. Tutto sembrava andare per il verso giusto, se solo al medico capo di Neuenmgamme non fosse mai giunto “l’ordine di esecuzione da Berlino: devi eliminare i bambini con il gas o con il veleno”. I bambini vengono immediatamente caricati su un camion diretto ad Amburgo, alla scuola di Bullenhuser Damm, all’epoca usata come luogo di detenzione. Un’ora prima di mezzanotte cominciò il massacro: i piccoli individui furono svestiti, venne somministrato loro un potentissimo sonnifero e poi furono impiccati, lì in una scuola, «come quadri alla parete». In quel mondo di follia, ove la vita umana non aveva più alcun valore, anche le ipotesi più pazze sembravano degne di verifica: in mezzo ai criminali la scienza stessa delirava.

MORI’ SENZA MAI ESSER STATO PROCESSATO-Riguardo alla sorte di Mengele, sono state date versioni diverse e, ancora oggi, nessuno sa quale sia la più veritiera. Nel 1949 scappò in Sudamerica, prima in Argentina, poi in Paraguay e infine in Brasile nel 1960. Nonostante i vari tentativi da parte dei servizi segreti di scovare quel personaggio diabolico, Mengele riuscì a vivere per oltre 35 anni sotto falso nome. Solo dieci anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1979 a Bertioga, un esame del DNA rivelò l’identità di quel corpo che sembrava quello di un uomo qualunque, deceduto per cause naturali.

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