5 Agosto 2021, giovedì
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grandi vini: sorprendente California

A cura di Ignazio SorriEnologo 
Parlare di grandi vini americani non è facile in Europa a causa di una cattiva reputazione, secondo cui i vini prodotti in Usa sono troppo alcolici, sovra estratti e “marmellatosi”, o, nella migliore delle ipotesi, “parkeriani”. Una definizione, quest’ultima, che in Europa ha assunto una connotazione negativa, di vini troppo ricchi, che piacciono a Robert Parker, il critico più influente del mondo dalla metà degli anni ’80 fino ad almeno il primo decennio del 2000.

L’impressione è che questa cattiva reputazione non venga da una conoscenza basata sugli assaggi. Forse è in parte dovuta al fatto che i migliori vini Usa sono quasi sempre prodotti da vitigni francesi e affinati in barrique, quindi considerati una sorta di imitazione. Nella famosa Napa Valley, ma anche in altre aree vocate della California, si producono infatti in prevalenza vini a base dei vitigni tipici di Bordeaux – per quanto riguarda i rossi, in particolare a base Cabernet Sauvignon – e di Borgogna per quanto riguarda i bianchi, a base di Chardonnay.

E poi c’è la recente affermazione di un altro vitigno “borgognone”, il Pinot Nero, soprattutto in Oregon e nello stato di Washington. Va anche considerato che, soprattutto negli anni ’80 e ’90, si è affermato un gusto che ha premiato vini pesanti e caratterizzati da eccesso di estrazione, dove spesso la concentrazione derivava da pratiche enologiche, piuttosto che dalla qualità dell’uva. È accaduto anche in Francia e in Italia.

Ma lo stigma è rimasto solo sui vini americani. La verità è che in Europa non si conoscono molto i vini d’Oltreoceano, anche perché gli importatori europei li hanno sempre snobbati. Ho trascorso tre anni in California e per quanto anch’io non sia immune da una certa sottostima dei vini prodotti in Usa, ho dovuto in parte ricredermi.

Ho avuto modo di frequentare con cadenze regolari uno dei templi mondiali del vino, che, udite udite, sta a Tampa, Florida. Mi riferisco alla cantina e relativa carta dei vini del ristorante Bern’s, meta di periodici pellegrinaggi da parte dei girovaghi del vino di tutto il mondo. Da Bern’s, insieme all’apertura di bottiglie dei più blasonati vini francesi degli ultimi 100 anni, ho avuto modo di assaggiare varie volte vini americani degli ultimi 60 anni di livello straordinario.

Detto ciò, vale la pena ricordare ciò che accadde nel 1976 nel corso del famoso “Giudizio di Parigi” – un’epica disfida organizzata dall’inglese Steven Spurrier, in cui all’Hotel Intercontinental si assaggiarono alla cieca vini americani e francesi a base di Cabernet Sauvignon e Chardonnay, con giuria di esperti esclusivamente francese.

Due vini americani, Chateau Montelena 1973 e Stag’s Leap 73 si piazzarono al primo posto rispettivamente tra i vini bianchi e rossi. Più o meno una cosa simile capitò con il Sassicaia 1985. Cito cinque nomi di vini che conosco bene e devono la loro notorietà non solo all’indubbio livello qualitativo, ma anche ai prezzi elevati: Screaming Eagle Cabernet Sauvignon, con prezzo medio delle ultime annate intorno a 3.000 euro, con punte ben superiori.

Harlan Estate, con quotazioni oltre i mille euro. Bryant Family Vineyard Cabernet Sauvignon, intorno ai 700 euro. E Opus One, con prezzo medio delle ultime annate ben superiore ai 400. Ce ne sono tanti altri di grande livello, per fortuna molto più abbordabili. Quelli che ho citato ritengo abbiano le carte in regola per essere considerati vini da investimento. Sono rari, hanno normalmente alte valutazioni dai principali critici del mondo (guarda caso i più influenti sono americani), assicurano una certa longevità e se si osservano i loro prezzi si nota che sono aumentati in modo costante nel corso degli anni.

Non è un caso che comincino a entrare nelle cantine dei collezionisti, siano regolarmente battuti alle principali aste e trovino posto nei portafogli dei principali fondi d’investimento sul vino. Riporto a seguire la mia nota di degustazione di uno di questi vini, bevuto di recente, Harlan Estate 2007, a cui manco a dirlo, Robert Parker attribuisce un punteggio di 100 centesimi. “Di colore rosso rubino carico ha un naso intenso in cui si distinguono sentori di ribes nero, grafite e fiori secchi su uno sfondo di tabacco e cuoio e una leggera nota tostata. È un vino di grande struttura, denso e ricco, quasi masticabile, ben bilanciato da un tannino fine che non asciuga e un’acidità fresca e succosa. Il finale è lunghissimo con un retrogusto di liquirizia”. È veramente un gran vino. Ometto il voto. Era comunque molto alto”.

grandi vini : sorprendente California

A cura di Ignazio SorriEnologo 
Parlare di grandi vini americani non è facile in Europa a causa di una cattiva reputazione, secondo cui i vini prodotti in Usa sono troppo alcolici, sovra estratti e “marmellatosi”, o, nella migliore delle ipotesi, “parkeriani”. Una definizione, quest’ultima, che in Europa ha assunto una connotazione negativa, di vini troppo ricchi, che piacciono a Robert Parker, il critico più influente del mondo dalla metà degli anni ’80 fino ad almeno il primo decennio del 2000.

L’impressione è che questa cattiva reputazione non venga da una conoscenza basata sugli assaggi. Forse è in parte dovuta al fatto che i migliori vini Usa sono quasi sempre prodotti da vitigni francesi e affinati in barrique, quindi considerati una sorta di imitazione. Nella famosa Napa Valley, ma anche in altre aree vocate della California, si producono infatti in prevalenza vini a base dei vitigni tipici di Bordeaux – per quanto riguarda i rossi, in particolare a base Cabernet Sauvignon – e di Borgogna per quanto riguarda i bianchi, a base di Chardonnay.

E poi c’è la recente affermazione di un altro vitigno “borgognone”, il Pinot Nero, soprattutto in Oregon e nello stato di Washington. Va anche considerato che, soprattutto negli anni ’80 e ’90, si è affermato un gusto che ha premiato vini pesanti e caratterizzati da eccesso di estrazione, dove spesso la concentrazione derivava da pratiche enologiche, piuttosto che dalla qualità dell’uva. È accaduto anche in Francia e in Italia.

Ma lo stigma è rimasto solo sui vini americani. La verità è che in Europa non si conoscono molto i vini d’Oltreoceano, anche perché gli importatori europei li hanno sempre snobbati. Ho trascorso tre anni in California e per quanto anch’io non sia immune da una certa sottostima dei vini prodotti in Usa, ho dovuto in parte ricredermi.

Ho avuto modo di frequentare con cadenze regolari uno dei templi mondiali del vino, che, udite udite, sta a Tampa, Florida. Mi riferisco alla cantina e relativa carta dei vini del ristorante Bern’s, meta di periodici pellegrinaggi da parte dei girovaghi del vino di tutto il mondo. Da Bern’s, insieme all’apertura di bottiglie dei più blasonati vini francesi degli ultimi 100 anni, ho avuto modo di assaggiare varie volte vini americani degli ultimi 60 anni di livello straordinario.

Detto ciò, vale la pena ricordare ciò che accadde nel 1976 nel corso del famoso “Giudizio di Parigi” – un’epica disfida organizzata dall’inglese Steven Spurrier, in cui all’Hotel Intercontinental si assaggiarono alla cieca vini americani e francesi a base di Cabernet Sauvignon e Chardonnay, con giuria di esperti esclusivamente francese.

Due vini americani, Chateau Montelena 1973 e Stag’s Leap 73 si piazzarono al primo posto rispettivamente tra i vini bianchi e rossi. Più o meno una cosa simile capitò con il Sassicaia 1985. Cito cinque nomi di vini che conosco bene e devono la loro notorietà non solo all’indubbio livello qualitativo, ma anche ai prezzi elevati: Screaming Eagle Cabernet Sauvignon, con prezzo medio delle ultime annate intorno a 3.000 euro, con punte ben superiori.

Harlan Estate, con quotazioni oltre i mille euro. Bryant Family Vineyard Cabernet Sauvignon, intorno ai 700 euro. E Opus One, con prezzo medio delle ultime annate ben superiore ai 400. Ce ne sono tanti altri di grande livello, per fortuna molto più abbordabili. Quelli che ho citato ritengo abbiano le carte in regola per essere considerati vini da investimento. Sono rari, hanno normalmente alte valutazioni dai principali critici del mondo (guarda caso i più influenti sono americani), assicurano una certa longevità e se si osservano i loro prezzi si nota che sono aumentati in modo costante nel corso degli anni.

Non è un caso che comincino a entrare nelle cantine dei collezionisti, siano regolarmente battuti alle principali aste e trovino posto nei portafogli dei principali fondi d’investimento sul vino. Riporto a seguire la mia nota di degustazione di uno di questi vini, bevuto di recente, Harlan Estate 2007, a cui manco a dirlo, Robert Parker attribuisce un punteggio di 100 centesimi. “Di colore rosso rubino carico ha un naso intenso in cui si distinguono sentori di ribes nero, grafite e fiori secchi su uno sfondo di tabacco e cuoio e una leggera nota tostata. È un vino di grande struttura, denso e ricco, quasi masticabile, ben bilanciato da un tannino fine che non asciuga e un’acidità fresca e succosa. Il finale è lunghissimo con un retrogusto di liquirizia”. È veramente un gran vino. Ometto il voto. Era comunque molto alto”.

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