25 Gennaio 2021, lunedì
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Recovery plan, la sanità non è tra le priorità del programma: ecco perché urge il Mes

a cura di Maria Parente

La bozza del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” illustrata dal Governo per l’investimento dei 196 miliardi di euro destinati al Recovery Plan italiano lascia non poche perplessità circa l’utilizzo e la destinazione dei fondi promessi all’Italia per la ripresa post-pandemia.

In cima alle priorità , seguendo le linee guida dettate dall’Unione, fa capolino la rivoluzione verde e la transizione ecologica seguito dalla digitalizzazione. Dunque sulla base di quanto deciso da Commissione e Consiglio nei mesi scorsi, si ricorda che almeno il 37% delle risorse va speso per progetti “verdi”: per l’Italia significa almeno 72,5 miliardi. In più è richiesto “un livello minimo del 20% di spesa legato al digitale“: fanno altri 39 miliardi e passa. La bozza italiana rispetta l’indicazione e va un po’ oltre, visto che alla transizione green vanno- stando alle tabelle- 80 miliardi pari al 40,8% dei 196 miliardi che sono la cifra complessiva degli stanziamenti della Rrf per l’Italia (stima ancora provvisoria), mentre al digitale ne vengono assegnati 45 (23%). E così il 64% del totale è già assegnato.

Per quanto riguarda uno degli aspetti più discussi, gli “scarsi” fondi alla sanità, va detto che quel comparto non è tra i punti principali del documento della Commissione visto che i Paesi, sulla carta, possono finanziarlo anche con le risorse del Mes. Le linee guida del Recovery plan italiano si limitano dunque a consigliare che scuole e ospedali siano in cima alla lista degli edifici pubblici da riqualificare e modernizzare e come esempi di interventi per affrontare le vulnerabilità dei sistemi sanitari cita il “miglioramento dell’accessibilità” e il rafforzamento dell’assistenza di lungo termine. Il piano italiano, partendo dalle criticità emerse durante la pandemia, punta su assistenza territoriale e digitalizzazione, capitolo che comprende la telemedicina per l’assistenza domiciliare ai pazienti anziani ma anche l’ampliamento dell’accesso dei laureati in medicina alle specializzazioni che sono risultate più scoperte, a partire da anestesia e terapia intensiva.

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