25 Luglio 2021, domenica
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Cambiare in lockdown

A cura di Giuseppe Catapano 

I studenti di economia s’imbattono molto presto in queste parole: “Non è dalla benevolenza del birraio, del macellaio, del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”. Le ha scritte a metà del 700 Adam Smith, il fondatore della scienza economica: il primo teorico del mercato tenuto in equilibrio da una “mano invisibile” (quella dell’utilità).

Parecchie delle “leggi” fissate dalla “Ricchezza della Nazioni” erano valide allora e lo sono anche oggi. Ma non sono valide sempre e comunque. Nell’Italia (Europa) del lungo lockdown da Covid, la “legge del birraio” pare addirittura assumere validità a rovescio. È il birraio ad apparire oggi destinato a fallimento se il consumatore non usa verso di lui una sua speciale “benevolenza”, quella di mantenere il più possibile inalterata la sua domanda. La “benevolenza” di sfidare il rischio di contagio in modo controllato – rispettando tutti gli standard sociosanitari – laddove al birraio sia in qualche modo consentita l’apertura. 

Il coraggio razionale di sfidare l’incertezza e quindi la tendenza a ridurre drasticamente i consumi per aumentare il risparmio cautelare: soprattutto quando i livelli di reddito fossero comunque garantiti. La capacità e volontà di imparare a utilizzare nuovi modelli di acquisto: sfidando la tentazione di imboccare immediatamente la scorciatoia delle piattaforme globali. Prestando attenzione prima ai nuovi servizi offerti dal “birraio” di sempre. Soprattutto quando quest’ultimo mostra di reagire in tempo reale alla crisi: se per primo non si rassegna a vedere uccisa dal virus una propria iniziativa d’impresa e relazioni ancore vive sul proprio mercato. Se ricorre a giovani smanettoni locali per dotarsi di una app digitale. Se usa di più e meglio i rider, senza più pensare di abusarne.

Non sarebbe la prima volta vedere l’algoritmo della “mano invisibile” combinare disastri. E doversi accorgere che senza “mani visibili” – quelle di tutti – nessuno va da alcuna parte (o solo pochi si avvantaggiano su molti). È, fra l’altro, il messaggio forte dell’ultima enciclica di Papa Francesco, di tutto il suo magistero.

Un altro passaggio memorabile della “Ricchezza delle Nazioni” descrive il balzo di produttività di una fabbrica di spilli riorganizzata secondo il principio della divisione del lavoro. L’innovazione è il motore di ogni rivoluzione economica, di ogni sviluppo: innovazione tecnologica, ma non solo. In quella fabbrica di spilli della Scozia settecentesca il cambiamento era essenzialmente organizzativo: rivoluzionava il modo di lavorare ma anche, a valle, la qualità e il prezzo dei prodotti sul mercato. La meccanizzazione produttiva fu duramente contestata dal luddismo e ci vollero secoli perché l’innovazione sociale e politica producesse le organizzazioni sindacali e lo stato di diritti liberaldemocratico. Ma il vantaggio competitivo di una fase storica verso le precedenti sta principalmente nell’abbreviare i tempi dell’education come processo umano collettivo: nel poter apprendere presto e bene dal passato. Cambiare si deve, cambiare si può. Anche in lockdown.

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