17 Giugno 2021, giovedì
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Fiere d’arte: quest’anno diventano in forma digitale

fiere d’arte digitali anno 2020

Doveva e poteva essere una vera e propria rivoluzione digitale dell’arte e invece, una dopo l’altra, le fiere d’arte non stanno riuscendo a cogliere e superare questa imponente sfida e gran parte dei $16.6 miliardi di opere d’arte vendute nel 2019 nei giorni delle kermesse rischiano di andare in fumo.

Le conclusioni sono forse troppo severe, ma i risultati sembrano confermare la delusione generale, inconfessata ma serpeggiante nell’ambiente.

D’altra parte, la partita economica delle sole fiere dell’arte muove somme incredibili, circa il 45% del mercato complessivo dell’arte che, secondo il “The Art Market Report 2020” vale $64,1 miliardi.

Ma andiamo con ordine e ripartiamo dall’ormai noto, triste e ancora incombente lockdown, diventato concreto acceleratore di molte situazioni e dinamiche compreso l’ingresso nel digitale del mondo dell’arte, di cui oramai da anni si parlava sempre più.

Mentre alcuni operatori di settore, le case d’asta in primis, hanno colto l’occasione per confermare l’interesse ed attenzione al digitale, le fiere d’arte invece hanno sofferto la differenza tra l’esposizione fisica delle opere e la comunicazione e fruizione online.

Eppur vero che le kermesse sono sempre state un’occasione di socialità, più o meno mondana, tra incontri, rassegne culturali, eventi, party, performance artistiche, coinvolgimento delle attività produttive, commerciali e persino di interi quartieri, generando partecipazione collettiva e un indotto economico milionario.

Per contro, vi è da dire che da un settore capace di muovere ingenti risorse economiche, sull’ingresso nel mondo del digitale ci saremmo aspettati molto di più di quanto non sia stato concretamente espresso.

La prima ad accettare la sfida è stata Art Basel, la quale a marzo ha lanciato la sua edizione online di Hong Kong dichiarando 250 mila visitatori collegati, contro gli 88 mila partecipanti all’edizione fisica dell’anno precedente.

All’interno della piattaforma sono state esposte opere per un valore totale pari a $270 milioni, mentre il dato delle vendite rimane sostanzialmente un mistero.

Sempre Art Basel, ma a giugno nella sede “virtuale” di Basilea, ha presentato opere per un valore pari a $740 milioni con notizia di clamorose vendite per gallerie come David Zwirner con un coniglio di Jeff Koons venduto a $8 milioni, o per la Gladstone Gallery con un’opera di Keith Haring da $4,75 milioni. Risultati dichiarati che sanno più di richiami promozionali per la stampa, che di vera vendita occasionale online. Nei giorni scorsi Art Basel ci riprova con “OVR:2020” dove ancora una volta (23-26 settembre) le porte virtuali della fiera hanno aperto, offrendo ai collezionisti 600 opere, tutte realizzate nell’anno corrente e presentate da 100 gallerie, un format che andrà a ripetersi anche nel mese di ottobre ma per i quali non si hanno ancora dati o impatto reale sul mercato.

In Italia per la prima volta MIART si è fatta DIGITAL 2020 (9-13 settembre), con la partecipazione di 133 gallerie, contro le 183 gallerie provenienti da 20 paesi dichiarate a gennaio per quella che doveva ancora essere l’edizione fisica. Di questa edizione rimangono i dati dichiarati all’indomani con 178.709 visualizzazioni per le opere e l’acquisto per 50.000 euro già preventivati da parte del Fondo di Acquisizione di Fondazione Fiera Milano.

Per tutte si potrebbe affermare buona la prima, o vedere il bicchiere mezzo pieno, ma non benissimo, anzi alcuni malumori serpeggiano tra gli operatori, alla ricerca affannosa di nuove certezze.

Ma cosa potrebbe non aver funzionato realmente?

Certamente sarebbe stato improbabile riprodurre la partecipazione dal vivo, le bollicine dei drink e non ultimo la stretta di mano, ma non impossibile ricercare nuove e più adeguate tecnologie di interazione online veramente immersive e maggiormente coinvolgenti ed entusiasmanti.

In molte fiere digitali le opere sono state esposte come fossero “beni di largo consumo”, scatole di pomodori, ma non di Warhol, scarpe o pannelli decorativi per la casa, pronti per un e-commerce con il carrello!

Forse è mancata la giusta attenzione per la fruizione delle opere, la curatela, per il rapporto diretto tra gallerista e collezionista o semplice acquirente, è mancata certo la possibilità di apprezzare la materia, i chiaroscuri, i colori ma soprattutto l’esperienza, seppur virtuale, del visitatore.

Poche o rare le interazioni, che invece gli strumenti digitali offrono ormai in abbondanza anche come semplici video, audio o ulteriori immagini per, ad esempio, gli approfondimenti sugli artisti, sulle opere, sulle stesse gallerie e l’ambito sociale e culturale che ha prodotto il fare di un artista.

Perlopiù l’esposizione virtuale è parsa come una semplice trasposizione delle opere, dalle pareti fisiche di stand e gallerie a quelle fredde digitali, talvolta senza neppure la didascalia e tantomeno il contorno sociale, emozionale ed esperienziale che caratterizza il successo digitale di un’applicazione o piattaforma social online.

Seppure sia ancora troppo presto per tirare le somme, sarebbe ingeneroso non vedere e raccontare gli sforzi per approdare nel mondo dell’online che sarà, per l’arte, la realtà prossima e ormai immediata.

Provare ad andare oltre è d’obbligo, reinventare, studiare e investire per offrire nuove esperienze ai collezionisti, dove il digitale potrà diventare un valido alleato delle esposizioni fisiche.

Tuttavia dobbiamo augurarci che questo 2020 non porti con sé un dimezzamento delle vendite di opere d’arte nel mondo a causa di questa piccola disattenzione digitale, di cui nessuno ha colpa, ma di certo si poteva fare meglio.

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