12 Aprile 2021, lunedì
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Un Commissario Ue per il Mediterraneo

“Viviamo intorno ad un mare come rane intorno ad uno stagno”, diceva Socrate del Mediterraneo. Non un mare che separa, quindi, ma uno stagno che unisce: un’immagine di comunità che oggi, quasi duemilacinquecento anni dopo, stentiamo a riconoscere.

Già gli antichi romani parlavano in maniera rivendicativa di Mare Nostrum, la cui retorica ha resistito fino a oggi, al punto che si è arrivati a farne paradossalmente il nome di un’operazione navale per fronteggiare i flussi di migranti provenienti dalla sponda sud.

Compiti della Presidenza italiana
La Presidenza italiana dell’Ue si è aperta in un momento particolarmente drammatico e bene ha fatto a porre l’immigrazione come tema centrale.

Tema caldo che in Europa dovrebbe interessare anche i paesi freddi perché in questi anni non poche crepe si sono aperte nelle loro democrazie avanzate e nel loro “modello sociale” universalmente ammirato per come combinava, in modo virtuoso, crescita economica e welfare, tradizioni nazionali e apertura verso l’esterno.

Un progetto sistematico e coerente di rilancio di una società aperta in chiave liberale e democratica (ed europea) non è stato elaborato da nessuna delle principali famiglie politiche del continente e neppure da singoli governi. La Presidenza italiana, invece di presentarsi con un’agenda unilaterale, dove chiede solo per sé, meglio farebbe a proporre un progetto nell’interesse di tutti.

Regolamento di Dublino, Mare Nostrum e Frontex Plus
Da dove cominciare, allora? Respingendo il paradigma lanciato a suo tempo dalla destra xenofoba “immigrato uguale criminale” che ha ottenuto molto successo, al punto che ancora oggi il fenomeno viene affrontato soprattutto attraverso la lente securitaria, ma anche aggiustando quello lanciato dalle parti politiche e sociali più sensibili al tema e cioè “immigrato uguale forza lavoro”.

Aggiustarlo, come ha scritto il demografo Massimo Livi Bacci, in quanto “zoppo”: occorre aprirsi agli immigrati sia per ragioni funzionali alla crescita economica e come contrappeso al processo d’invecchiamento della nostra società, sia per considerazioni umanitarie, per definizione non selettive.

Se è vero, come stigmatizzato da alcuni stati membri, che “il tasso di dispersione” dei migranti che arrivano in Italia è troppo alto, è velleitario pensare di superare, in questa fase, il principio di Dublino – secondo cui il paese di primo ingresso è competente per l’esame della domanda di asilo – perché si incontrerebbero troppe resistenze (il principio di Dublino è stato di recente rivisto, ma solo parzialmente).

La proposta di introdurre un altro principio, quello del mutuo riconoscimento delle decisioni di asilo – che avrebbe in futuro permesso di aggirare la norma – è stato infatti subito bloccato dai paesi nordici, quegli stessi che chiedono una maggior ripartizione nei reinsediamenti, soprattutto per i siriani.

Né il phasing out di Mare Nostrum in Frontex Plus appare di facile e rapida realizzazione perché, ammesso che si raggiunga un accordo di principio, occorrerebbe trovare le cospicue risorse necessarie, essendo vuote le casse di Frontex.

Anche gli screening centers in loco sono fuori discussione finché i paesi di transito, Libia in primis, non avranno trovato quel minimo di stabilità per garantire la sicurezza delle operazioni. Analoghe ragioni – mancanza di stabilità e di interlocutori istituzionali – non consentono, con l’eccezione della Giordania, ulteriori accordi di partenariato sulla sicurezza e la mobilità sul modello di Marocco e Tunisia.

L’idea vacua di un Commissario all’Immigrazione
Tutte obiezioni che si oppongono alla creazione di un Commissario Ue all’Immigrazione, idea che circola nelle cancellerie europee, sponsorizzata, non si sa in quale misura, dal governo italiano.

Tale funzione sarebbe solo di facciata, non essendo previsti mezzi, strutture e strumenti per spalleggiare in maniera credibile un ruolo che rischia di rivelarsi controproducente. Sarebbe un classico della politica: quando non si sa o non si vuole risolvere un problema spinoso, ma di grande impatto pubblico, ci s’inventa una nuova funzione ad hoc.

Meglio creare allora un Commissario Ue per il Mediterraneo, a cui affidare le politiche di settore per quell’area geografica (commercio, cooperazione, agricoltura, pesca, formazione), con capitoli di bilancio già esistenti e personale qualificato già operativo nelle diverse direzioni generali.

Strumenti con cui il Commissario per il Mediterraneo potrebbe presentarsi come un interlocutore unico, capace di trattare e – del caso – di imporre. In altre parole, quella che oggi chiameremmo governance mediterranea, con una visione che inglobi tutta l’area del “grande mediterraneo”.

Politica di vicinato al capolinea
Ma è essenziale che al contempo si riveda la Politica europea di vicinato (Pev), nel suo complesso. Le crepe interne della Pev, abbinate alla crisi ucraina a est e alle rivolte arabe a sud, segnalano che questa politica, figliastra della politica di allargamento, ma priva della stessa forza trasformatrice, è ormai giunta al capolinea.

È inconcepibile che le politiche a est continuino a essere disegnate sulla falsariga delle politiche di allargamento. Sia per il Sud che per l’Est l’Unione europea dovrà elaborare nuovi schemi mentali e nuove strategie. Intraprendere questo complesso processo di ripensamento attraverso un disegno istituzionale chiaro – un Commissario per l’Europa orientale e un Commissario per il Mediterraneo – sarebbe un buon inizio.

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