27 Luglio 2021, martedì
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Podemos, sbaraglia gli afecionados

Non era mai successo che un movimento nato da cinque mesi riuscisse a conquistare un elettorato solitamente poco disposto ad abbandonare i suoi partiti di riferimento. Ci è riuscito Podemos (“possiamo”), la formazione che ha sbaragliato quel panorama politico spagnolo storicamente caratterizzato da una stabilità quasi impermeabile.

Podemos nasce ad opera di un gruppo di accademici, intellettuali, sindacalisti e personalità legate alla cultura, attivi nel variegato mondo della sinistra radicale. Prima del successo registato alle recenti europee, i fondatori avevano protestato contro la globalizzazione e la guerra in Iraq, avevano mostrato grande interesse per i regimi “alternativi” latinoamericani e si erano fatti coinvolgere nel movimento degli indignados.

Mercato elettorale spagnolo
Anche considerando un tale retroterra culturale, Podemos ha puntato a proporsi come forza politica di tipo orizzontale, caratterizzata da assemblee e consultazioni puntuali con la base. Le primarie on line utilizzate per scegliere il leader, aperte per quattro giorni con la partecipazione di circa 30mila persone, non hanno avuto precedenti storici.

La vittoria di Pablo Iglesias, professore trentacinquenne all’università Complutense di Madrid, ha sancito l’affermazione di diritto di colui che era già di fatto il personaggio più conosciuto e carismatico del partito. A favorirlo, l’abilità dimostrata nei talk show politici di ambito prima ristretto e autoprodotto e poi anche diffuso e nazional-popolare – in particolare nelle trasmissioni del canale di taglio giovanile e di sinistra “La Sexta”.

Il partito di Iglesias ha saputo ben riempire uno spazio politico che una serie di circostanze rendevano disponibile sul mercato elettorale.

La crisi economica, dalle conseguenze tanto dure e durature in Spagna – sia per la crescita della disoccupazione che per l’impoverimento delle prospettive economiche delle classi più disagiate e dei giovani – ha avuto tra i suoi effetti quello di ridurre in modo notevole il consenso attorno ai due grandi partiti che si alternano al potere da più di trent’anni.

Il Psoe (socialista) prima, e il conservatore Partido popular poi, sono stati abbandonati da una parte considerevole del proprio elettorato, perchè giudicati inefficienti e corrotti, incapaci di risolvere i gravi problemi economici del paese, privi di leader sufficientemente validi.

È il Psoe a soffrire del discredito maggiore: incapaci di rinnovarsi dopo la grave sconfitta del 2011, i socialisti scontano ancora oggi i severissimi provvedimenti economici di austerità presi durante l’ultimo governo Zapatero (2008-11), travolto dalla crisi. Una parte dell’elettorato di sinistra era dunque in cerca di un nuovo “principe”: Izquierda Unida, il partito di estrema sinistra, si dimostrava anch’essa sclerotizzata e inadatta a costituire un’alternativa convincente.

Iglesias, l’Obama spagnolo grillino
Podemos è riuscito ad attirarli grazie a un discorso ambizioso, innovatore e persuasivo soprattutto agli occhi dell’elettorato più giovane, ossia del gruppo sociale più colpito dalla crisi e più infuriato con la classe politica in generale.

La comunicazione di Pablo Iglesias – praticamente l’unico volto della campagna – ha oscillato dai toni obamiani (“siamo pronti a dare speranza ai disillusi e una possibilità ai giovani”), a quelli grillini – utilizzati in maniera ben più massiccia nella polemica politica nazionale, condotta contro la “casta” del “Psoe” che costituisce un “regime moribondo da mandare via”, per essere sostituito da “cittadini portavoce” che obbediscano alle indicazioni giunte dagli iscritti via web.

Oltre al continuo accento sulla questione generazionale, la proposta politica per europee si è distinta per gli attacchi alla Troika e alla Germania e per la promessa di una drastica riduzione degli stipendi degli eurodeputati.

Andalusia, ultima rocccaforte della sinistra
Il successo di Podemos è stato netto (7,97% dei voti e cinque eurodeputati eletti), ma abbastanza diseguale sul territorio nazionale: in particolare, risalta l’11,3% conquistato a Madrid in confronto allo scarso 4,7% ottenuto in Catalogna.

Podemos non ha sfondato nel sud: l’Andalusia e le regioni limitrofe sono infatti l’ultima roccaforte dell’indebolito Psoe. Lì, il consenso socialista regge, puntellato com’è dalle generose politiche assistenziali concesse negli ultimi decenni e difese a spada tratta dal partito.

L’insuccesso catalano è dovuto alla presenza, nella regione di Barcellona, di un altro formidabile catalizzatore del dissenso dell’opinione pubblica: la questione dell’indipendenza. Al contrario, il gruppo di Iglesias va meglio nelle zone urbane in generale e nelle aree, come le Asturie, in cui è riuscito ad allearsi ad altre forze della sinistra radicale.

Molti simpatizzanti premono ora per un’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida già a partire dalle amministrative di questo autunno, per costituire una coalizione stabile – con l’obiettivo di sostituire i socialisti come prima forza della sinistra, esattamente come Syriza ha fatto in Grecia. Tuttavia, le due classi dirigenti sembrano sia poco compatibili che piuttosto malfidate l’una nei confronti dell’altra. Sarebbero molti, in Europa, ad essere interessati da una tale evoluzione della politica spagnola.

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