17 Giugno 2024, lunedì
HomeNewsI ritardi dell'Atac? Spesso colpa degli autisti. Parola di economista

I ritardi dell’Atac? Spesso colpa degli autisti. Parola di economista

Qualcuno certamente s’indignerà, protestando contro il nuovo Grande Fratello, nel senso di George Orwell e non di Canale 5. Due studiosi, analizzando infatti alcuni dati del monitoraggio satellitare degli autobus dell’azienda municipalizzata Atac di Roma, hanno confermato che l’origine di alcuni ritardi si troverebbe in quello che fanno gli autisti ai capolinea. Un ricercatore dell’Università di Roma Tor Vergata, Stefano Gagliarducci, e un dottorando italiano a Berkeley, Raffaele Saggio, controllando il flusso di dati disponibili sul sito dell’azienda, sono arrivati a conclusioni che avvalorerebbe l’antica vox-populi: taluni ritardi sono dovuti al fatto che molti tranvieri si aspettano al capolinea per prendersi il caffè, fumarsi insieme una sigaretta o fare la chiacchiera in compagnia. La classica voce che, quando ce la raccontano, rubrichiamo sempre come fola: possibile che non siano il traffico o l’assenteismo, come dice spesso l’Atac, o i tagli crescenti, come controbatte il sindacato, a causare il disservizio? I due, che ne hanno tratto un documentato articolo per Linkiesta.it, hanno utilizzato un servizio offerto dalla stessa Atac che «tra le altre cose, permette di verificare l’arrivo esatto alla fermata attraverso un ricevitore Gps installato su ciascun autobus», scrivono. Avvezzi per formazione e studi econometrici a usare le statistiche hanno analiazzato per alcuni giorni, tra il 3 e il 7 marzo, quattro linee di superficie: il 64, il 105, il 409 e il 791. Numeri molto popolari nell’Urbe: la prima linea percorre gran parte del centro partendo dalla Stazione Termini, il secondo parte dalla stazione e fa la Casilini, uscendo a Est, arrivando anche a Tor Vergata, il terze serva la nevralgica Stazione Tiburtina, dove arrivano i pulmann dell’Acotral, i treni dell’Altavelocità di Italo e la metropolitana; il quarto infine collega la Circonvallazione Cornelia, nella zona dell’Aurelia, vale a dire a Sud Ovest della Capitale fino all’Eur traversando il Gianicolo. La scelta di esaminare queste e non altre linee? Dettata dalla rappresentatività «dei tempi di frequenza, alta/bassa, e del tipo di collegamento, centro/periferia», hanno chiarito gli studiosi. Non solo, per «evitare confronti non pertinenti», hanno circoscritto l’analisi. Come? Innanziuttutto hanno preso in esame gli autobus partiti fra le 5 e le 6 del mattino, «quando non c’è traffico, non ci sono ritardi accumulati e il numero di passeggeri non è tale da rallentare le operazioni di ripartenza», fascia oraria che ragionevolmente esclude le motivazioni «ufficiali» ai ritardi. Quindi hanno considerato solo le mattinate in cui il numero delle corse è stato regolare, «per escludere eventuali anomalie al Gps o al sito Atac, oppure all’assenteismo». Infine, i due osservatori hanno considerato alcune fermate, tra le più vicine al capolinea, «poiché, in eventuali arrivi congiunti a fermate più distanti dal capolinea potrebbero essere stati i semafori a compattare le corse». Che cosa emerge? Solo il 44% delle corse è arrivato nell’intervallo programmato. «Il 26% è invece arrivato in ritardo, con casi eccezionali come il 64, fra Stazione Termini e San Pietro, in cui si osservano frequenze di passaggio due-tre volte superiori a quelle previste. «Infine, il restante 30% è arrivato in anticipo, il che purtroppo non è un bene», scrivono Gagliarducci e Saggio. «Dietro a questo dato», notano gli autori, «infatti, sembra celarsi la conferma al sospetto degli utenti romani: su 198 corse osservate, ben 25 volte rileviamo autobus che arrivano sostanzialmente in contemporanea alla fermata. Particolarmente eclatante», concludono, «il caso del 105, periferia Sud-Est–Stazione Termini, il cui 20% delle corse è arrivato a meno di un minuto dalla corsa precedente». Non saranno il caffè o la sigaretta in compagnia degli autisti, ma qualcosa che non va c’è e si vede. A Linkiesta.it non paiono avere dubbi tanto da titolare così l’articolo: «Le pastette degli autisti Atac svelate con gli open data». Adesso si attende la replica dei sindacati. Inevitabile, come già detto, la rievocazione del Grande Fratello orwelliano che, nel romanzo 1984, era appunto l’autorità suprema che tutto controllava, con sistemi elettronici, fin dentro le case di ognuno. Oppure si ricorderà che lo Statuto dei lavoratori, al cui articolo 4 è fatto divieto di usare «impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori». Nessun sistema invece riesce a tracciare la rabbia dei romani dinnanzi ai problemi di ritardo dei mezzi pubblici di superficie. Le cronache capitoline sono piene di episodi di insofferenze e di esplosioni di collera, ai limiti del forconismo. Come quello riportato dal Messaggero, il 20 dicembre scorso, quando una folla di passeggeri inferociti per la vana attesa del 791, per un’ora filata, se ne erano visti arrivare uno ma «fuori servizio»: il mezzo era stato praticamente sequestrato, l’autista chiuso all’interno, in attesa di altri autobus.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti