24 Giugno 2024, lunedì
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Commissione politica, politicizzata, ma non partigiana

La domanda gira da tempo, con precisione da quando i maggiori partiti politici hanno deciso di presentare ciascuno un candidato alla presidenza della Commissione. Il dibattito ha la memoria corta. Per capire meglio, è opportuno distinguere tre aggettivi: politica, politicizzata e partigiana.

Non solo guardiana dei trattati
Piaccia o no, la Commissione è sempre stata un organo “politico”, anche se con poteri ridotti e da esercitare nei limiti del trattato. Come interpretare altrimenti il suo diritto d’iniziativa? Anche alcuni poteri di controllo, per esempio quelli sul rispetto delle regole di concorrenza, non sono incompatibili con un ruolo politico; negli Stati Uniti le indagini antitrust sono condotte (come in Europa sotto controllo giudiziario) dal Dipartimento della Giustizia.

Se alcuni in passato hanno proposto di affidarli a un’agenzia indipendente sul modello tedesco, è proprio per sottrarli a un organo considerato “politico”. Più recentemente il six pact e il two pact hanno affidato alla Commissione poteri che sono molto più “politici” di quelli che esercitava nella sua funzione di guardiana dei trattati.

Ugualmente, la Commissione è sempre stata “politicizzata”. Molti suoi membri vengono dalla politica nazionale e intendono tornarci. Tutti o quasi, anche quelli che prima di assumere il mandato erano alti funzionari, hanno preso l’abitudine di riconoscersi in uno dei gruppi politici del Parlamento europeo (Pe) e ne hanno frequentato i congressi.

Moltissimi (Jacques Delors è il caso più noto, ma anche, per esempio, i Commissari britannici) non hanno mai cessato di partecipare anche alla politica nazionale. Quando ero a Bruxelles si parlava tranquillamente (e nessuno se ne scandalizzava) di Commissari socialisti, liberali o democristiani; era considerato politicamente più corretto che definirli con la loro nazionalità.

Alcuni sono a volte sospettati di venir meno al loro dovere d’indipendenza, ma sempre per troppa condiscendenza nei confronti del proprio “paese” e non del proprio “partito”.

Rischio valanga euroscettica
Infine, “politica” e “politicizzata”, ma non “partigiana”. Una Commissione identificata con una maggioranza ipotizzerebbe un’Europa diversa da quello che è, dominata in modo inequivocabile da un solo schieramento; tutte le proiezioni dicono che nessun partito avrà più di un terzo dei seggi nel nuovo Pe e la presenza di un folto gruppo di euroscettici obbligherà i partiti tradizionali ad accordarsi. Comunque, anche con questi nuovi sviluppi i governi continueranno a conservare un ruolo importante nella nomina della Commissione.

Si dice: “come farebbe un presidente espressione di un partito a dialogare con governi espressione di un partito diverso?” La risposta è semplice: esattamente come in passato, quando Delors andava d’amore e d’accordo con Helmut Kohl. Del resto anche se il Presidente fosse più chiaramente riconducibile a un partito, la Commissione è sempre stata espressione di una variegata coalizione e così continuerà a essere; più simile al Consiglio Federale della Confederazione elvetica che ai governi che abbiamo nei nostri paesi.

Anche quando le nomine erano interamente nelle mani dei governi, la composizione della Commissione teneva conto di equilibri politici; se così non fosse, l’alto Rappresentante della politica estera Ashton non sarebbe dov’è.

Deficit democratico da colmare
Allora, di cosa stiamo parlando? L’Europa è accusata non senza ragione di deficit democratico e di scarsa trasparenza. Quando un commissario esercita i suoi poteri, sentiamo dire: “chi è costui, chi l’ha eletto?”. È facile rispondere che la Commissione è comunque responsabile di fronte al Pe, ma non basta più.

Nei meccanismi della democrazia il processo conta almeno quanto il risultato. Ciò che manca alle istituzioni europee è proprio un processo che faccia pensare ai cittadini che le persone che siedono a Bruxelles sono “anche cosa loro”. Può non piacere, ma la democrazia moderna è sempre più (troppo?) un problema di persone.

L’iniziativa dei partiti non è quindi destinata a cambiare la natura della Commissione, ma solo a farla evolvere secondo una tendenza in atto da decenni. La vera domanda è un’altra: riuscirà a dare alla Commissione la legittimità che attualmente le manca? Su questo punto, è legittimo esprimere dubbi. Dopo tutto il trattato di Lisbona conserva ampi poteri al Consiglio europeo che potrebbero essere disattesi solo se le elezioni producessero un’ampia maggioranza a favore di un solo candidato.

Sappiamo che così non sarà, ma si aprirà un negoziato in cui il Pe sarà notevolmente rafforzato rispetto al passato. Inizierà un processo che potrà essere lungo e accidentato, ma che sarà positivo per l’avvenire delle istituzioni.

La verità è che chi ha lanciato questa polemica non lo fa per evitare un cambiamento, ma piuttosto per sovvertire una situazione già consolidata. Vuole negare alla Commissione la possibilità di acquisire la maggiore legittimità che le è necessaria per esercitare i poteri che le sono stati attribuiti; in sostanza, ridurla a semplice organo tecnico lasciando ai governi il monopolio del potere.

L’operazione non è nuova ed è politicamente legittima. Ciò non toglie che la polemica sia intellettualmente disonesta.

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