23 Aprile 2024, martedì
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Ecco la legge di stabilità 2014

Un’occasione mancata. La legge di stabilità per il 2014 è un serpentone lunghissimo di norme spesso mal scritte, nel quale, come in un negozio di rigattiere, si può trovare di tutto. Ma nulla che possa servire a dare un contributo decisivo per uscire da una crisi che da cinque anni sta strangolando il Paese. E’ innanzitutto una promessa non mantenuta. Quella fatta dal premier Enrico Letta a imprenditori e sindacati, di una sostanziale riduzione del cuneo fiscale. Invece il costo del lavoro non si ridurrà per niente. Anzi in molti casi aumenterà. A fronte della norma che prevede leggere rimodulazioni delle detrazioni Irpef per il 2014 sui rediti più bassi da lavoro dipendente, che riuscirà a mettere qualche decina di euro nelle tasche di alcuni lavoratori, altre disposizioni prevedono il taglio degli oneri detraibili come quelli previsti per mutui o spese mediche: probabilmente (si deciderà entro gennaio) la detrazione del 19% attualmente prevista verrà ridotta al 18% per il 2013 e al 17% per il 2014. Idem per i crediti d’imposta, che finiranno per subire una decurtazione del 15%. Ha addirittura il sapore della beffa, se confrontato con le promesse di riduzione del cuneo fiscale, l’aumento dello 0,5% dei contributi che sarà versato dal primo gennaio 2014 dalle Pmi per finanziare un fondo di solidarietà presso l’Inps.
Per il resto la legge di stabilità si disperde in una serie infinita di provvedimenti tappabuchi e in altrettante mance agli amici e agli amici degli amici ai quali, evidentemente, anche in tempi grami, non si può dire di no. Controbilanciate da tante piccole punture di spillo fiscali che singolarmente prese non creano grossi problemi, ma viste nel loro complesso non fanno che scoraggiare ulteriormente chi le tasse le deve pagare.
Così, a fronte di 2 milioni regalati alla Sicilia orientale per incentivare progetti di reimpiego delle bucce di limoni e aranci, si è prevista una norma pasticciata e demagogica per far pagare le tasse a Google e alle grandi web company: peccato che la Commissione europea abbia già fatto capire che si tratta di una disposizione in contrasto con il principio della libera circolazione dei beni e dei capitali, quindi illegittima. Si aumenta la patrimoniale sui depositi bancari dallo 0,15 allo 0,20% per poi distribuire aiutini alle imprese che si associano per sviluppare software o ai call center che assumono dipendenti. Si evita di reintrodurre l’Imu, almeno formalmente, ma in realtà questa ricompare sotto altro nome, come Iuc, imposta unica comunale, finendo per accorpare le imposte sulla proprietà immobiliare con quelle sullo smaltimento dei rifiuti e sui servizi locali indivisibili. Giochetti. Per ringraziare un amico, per sviare qualche critica, per aumentare la dipendenza dell’economia reale dalla macchina burocratica. Intanto l’Italia reale annaspa.
La confusione legislativa è manifestata anche da alcuni episodi, come la reintroduzione, in seconda lettura, dell’obbligo di invio dello spesometro, per gli agricoltori con fatturato inferiore a 7 mila euro (l’anno!). L’obbligo era stato cancellato pochi giorni prima, durante la prima lettura. Non solo: la legge di stabilità non è ancora stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale e già si pensa a come modificarla, per esempio in materia di imposte locali, posto che le entrate derivanti dalla Tasi non bastano ai sindaci e che le norme sulla mini Imu per la prima casa sembrano destinate a produrre più confusione che gettito.
Manca invece un provvedimento ampiamente annunciato dal ministro Fabrizio Saccomanni, quello sulla depenalizzazione della voluntary discolosure. Era stato predisposto anche un emendamento in tal senso ma alla fine il governo ha preferito rinviare (guarda un po’) a un decreto legge da approvare all’inizio di gennaio. Capito: se vuole uscire dalla palude, l’Italia dovrà farcela da sola.

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