27 Ottobre 2026, martedì
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Israele, l’opposizione accusa Netanyahu di tradimento: «Non sacrifichi i soldati per vincere le elezioni»

Avigdor Liberman si rivolge alla procuratrice generale e chiede un’indagine penale sul premier, accusato di spingere verso una nuova escalation con l’Iran in vista del voto del 27 ottobre. Al centro dello scontro, le indiscrezioni su un possibile attacco preventivo, le tensioni con i vertici militari e l’esplicito sostegno di Donald Trump al leader israeliano.

La guerra torna al centro della contesa politica israeliana e si trasforma in un terreno di scontro che investe la sicurezza nazionale, la tenuta delle istituzioni e la credibilità del governo. A poche ore dalle elezioni della Knesset, l’opposizione alza il livello della sfida a Benjamin Netanyahu e porta sul tavolo un’accusa di eccezionale gravità: tradimento dello Stato e dei suoi interessi fondamentali. A formularla è Avigdor Liberman, leader del partito Yisrael Beytenu, che ha annunciato su X di aver scritto alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara per sollecitare l’apertura di un’indagine penale nei confronti del primo ministro.

All’origine dell’iniziativa ci sono le notizie, non confermate e contestate dal governo, secondo cui Netanyahu starebbe valutando la possibilità di riaprire le ostilità contro l’Iran prima del voto del 27 ottobre. Una prospettiva che, secondo Liberman, non può essere valutata soltanto attraverso la lente della strategia militare: il sospetto sollevato dall’opposizione è che una nuova escalation possa rispondere anche a un calcolo elettorale, trasformando la minaccia iraniana in uno strumento di mobilitazione politica.

«Il tentativo di trascinare lo Stato di Israele in una guerra alla vigilia delle elezioni, insieme alla volontà di sacrificare i soldati dell’esercito israeliano per il solo timore di perdere le elezioni, costituisce un tradimento dello Stato, della sua sicurezza e dei soldati dell’Idf», ha scritto Liberman nel suo messaggio. Il leader di Yisrael Beytenu ha inoltre sostenuto che, nell’ultimo mese, Netanyahu avrebbe esercitato pressioni sui vertici dell’apparato di sicurezza affinché adottassero misure suscettibili di provocare un errore di valutazione nei confronti di Teheran.

Si tratta di accuse politiche pesantissime, che dovranno essere distinte dagli eventuali profili di responsabilità penale. La richiesta di Liberman non equivale all’avvio di un procedimento né dimostra che il premier abbia agito per finalità elettorali. Porta però alla luce una frattura profonda: in un Paese sottoposto a una pressione militare costante, la decisione di entrare in guerra, o di riaprire un conflitto, è diventata anche una questione di fiducia nella leadership che la assume.

Il sospetto di una guerra prima del voto

Il detonatore immediato della polemica è un’indiscrezione diffusa domenica sera da Channel 12. Secondo l’emittente israeliana, ai vertici delle Forze di difesa israeliane sarebbe arrivata un’indicazione politica favorevole a un attacco contro l’Iran, con l’obiettivo di condurre un’operazione rapida prima delle elezioni. La ricostruzione riferisce inoltre di un duro confronto tra Netanyahu e il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, chiamato a valutare le implicazioni operative di una simile decisione.

La notizia ha aperto un fronte delicato nei rapporti tra il potere politico e la gerarchia militare. Secondo quanto riportato da Channel 12, Zamir avrebbe chiesto un confronto approfondito prima di procedere, sollecitando anche l’approvazione legale e una formale assunzione di responsabilità da parte dei vertici politici. Una richiesta che, se confermata nei termini riferiti dall’emittente, richiamerebbe un principio essenziale dell’ordinamento democratico: le decisioni militari spettano alla leadership politica legittimata a prenderle, ma devono essere accompagnate da valutazioni operative, verifiche giuridiche e responsabilità chiaramente attribuibili.

Lunedì mattina il ministro della Difesa, Israel Katz, ha respinto la ricostruzione, definendo «completamente infondate e false» le notizie relative a disaccordi tra la leadership politica e l’esercito sulla questione iraniana. La smentita governativa impedisce di considerare accertata l’esistenza di una direttiva operativa nei termini descritti dalla stampa israeliana. Non cancella, tuttavia, il peso politico della vicenda, che ha ormai investito il rapporto tra Netanyahu e i vertici militari proprio nel momento in cui la sicurezza nazionale domina la campagna elettorale.

Il punto più sensibile riguarda la natura dell’eventuale decisione. Un’operazione contro l’Iran potrebbe essere giustificata dal governo sulla base di valutazioni strategiche e di minacce ritenute imminenti. Ma la prossimità del voto introduce un elemento ulteriore: chi stabilisce se il momento di agire sia dettato da una necessità militare oppure dalla convenienza politica? E quali garanzie possono impedire che una scelta dalle conseguenze potenzialmente irreversibili venga condizionata dalla competizione elettorale?

Sono interrogativi che non possono essere risolti sulla base delle sole indiscrezioni. Per questo la distinzione tra fatti confermati, ricostruzioni giornalistiche e accuse dell’opposizione resta decisiva. Ma è proprio la necessità di chiarire la catena delle decisioni, le valutazioni dell’intelligence e le responsabilità istituzionali a rendere la vicenda politicamente esplosiva.

La minaccia nucleare come argomento elettorale

Netanyahu, dal canto suo, ha riportato il dossier iraniano al centro del discorso pubblico con un messaggio diffuso domenica 25 ottobre su X. Il premier ha insistito sulla persistente minaccia rappresentata dal programma nucleare della Repubblica islamica, sostenendo che resterebbero ancora due anni per «finire il lavoro con l’Iran», in riferimento al tempo che manca alla conclusione del mandato di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il riferimento temporale è significativo. La minaccia iraniana viene presentata non come una questione circoscritta a una singola operazione militare, ma come una sfida strategica che si estende lungo un orizzonte politico più ampio, legando le scelte israeliane alla permanenza di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. In questa prospettiva, il rapporto tra i due leader diventa parte integrante della strategia di sicurezza rivendicata dal premier israeliano.

La questione nucleare rappresenta da anni uno dei principali argomenti della politica estera di Netanyahu. Il governo israeliano considera le ambizioni atomiche iraniane una minaccia esistenziale e sostiene la necessità di impedirne il consolidamento. La disputa riguarda però anche gli strumenti, i tempi e i costi di questa strategia: quanto può spingersi un governo nell’uso della forza? Quali rischi di ritorsione è disposto ad accettare? E in quale misura una nuova offensiva potrebbe trasformare una minaccia da contenere in un conflitto regionale più vasto?

Alla vigilia delle urne, queste domande assumono una dimensione inevitabilmente politica. Netanyahu può presentarsi come il leader determinato a completare un obiettivo strategico che considera essenziale per la sopravvivenza di Israele. L’opposizione, al contrario, può contestare che la sicurezza nazionale venga utilizzata per consolidare il consenso e mettere in discussione l’opportunità di nuove operazioni in un momento tanto delicato.

La contrapposizione non si esaurisce quindi nella scelta tra fermezza e prudenza. Riguarda il confine tra una strategia di sicurezza di lungo periodo e la possibilità che le esigenze della campagna elettorale influenzino decisioni destinate a coinvolgere militari, istituzioni e popolazione civile.

Trump scende in campo per Netanyahu

A rendere ancora più internazionale la contesa è intervenuto Donald Trump, che ha rivolto agli elettori israeliani un appello esplicito a votare per Netanyahu. Il presidente americano ha rivendicato le operazioni militari condotte contro l’Iran e ha sostenuto che i due leader debbano portare a termine il percorso intrapreso.

«Quando andrete alle urne, ricordate che Bibi è stato uno straordinario primo ministro combattente», ha scritto Trump, invitando gli israeliani a votare per Netanyahu e aggiungendo: «Dobbiamo finire il lavoro che abbiamo iniziato!». Il messaggio, pubblicato su Truth e rilanciato dal premier israeliano su X, costituisce un endorsement diretto e difficilmente equivocabile.

L’intervento americano offre a Netanyahu un sostegno politico di grande rilievo. Il legame con Trump può essere presentato come una garanzia di continuità strategica e come la prova della capacità del premier di mantenere Israele al centro delle priorità di Washington. Al tempo stesso, l’appoggio esplicito del presidente statunitense inserisce la competizione israeliana in un quadro più ampio, nel quale la relazione personale tra i due leader diventa parte del confronto elettorale.

La questione non è soltanto diplomatica. Quando il presidente della principale potenza alleata invita apertamente gli elettori di un altro Paese a sostenere un determinato candidato, il messaggio supera la normale rivendicazione dei risultati della cooperazione bilaterale. Diventa un intervento nella dinamica politica interna, soprattutto se l’endorsement viene accompagnato dalla promessa di proseguire una campagna militare condivisa.

Trump ha costruito il proprio messaggio su una successione di rivendicazioni operative. Ha citato l’operazione Midnight Hammer, sostenendo che abbia impedito all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, e l’operazione Epic Fury, descrivendo le capacità militari iraniane come gravemente compromesse. Secondo il presidente americano, Teheran avrebbe perso la propria marina e la propria aviazione militare, mentre le forze armate e l’economia del Paese sarebbero state devastate.

Trump ha inoltre attribuito all’Iran un’inflazione del 301 per cento e sostenuto che il blocco navale gli avrebbe impedito di ricevere petrolio. Ha affermato anche che due livelli della leadership iraniana, militare e civile, sarebbero stati eliminati. Si tratta di dichiarazioni e valutazioni del presidente statunitense, che non possono essere considerate automaticamente confermate in assenza di riscontri indipendenti.

La retorica impiegata da Trump punta a presentare le operazioni come un successo strategico già acquisito e, contemporaneamente, come un processo che deve essere completato. È una doppia rivendicazione: da una parte, l’efficacia delle azioni militari intraprese; dall’altra, la necessità di proseguire fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. In questa cornice, il voto israeliano viene collegato direttamente alla continuità della strategia contro Teheran.

Trump ha concluso il proprio intervento con un riferimento agli slogan ostili rivolti per decenni contro Israele e gli Stati Uniti. «Israele veniva chiamato il piccolo Satana e gli Stati Uniti il grande Satana da persone molto malvagie», ha scritto, aggiungendo che non si sentirà più nel mondo il grido «Morte all’America, morte a Israele». Anche in questo caso, il linguaggio assoluto serve a rappresentare il confronto con l’Iran come una battaglia destinata a modificare in modo definitivo gli equilibri regionali.

La sicurezza nazionale e il confine della responsabilità politica

La denuncia di Liberman si inserisce in questo intreccio di interessi militari, ambizioni strategiche e competizione elettorale. Il leader di Yisrael Beytenu non si limita a contestare l’opportunità di un nuovo attacco: mette in discussione la legittimità stessa di una decisione che, a suo giudizio, potrebbe esporre il Paese a rischi maggiori per ragioni legate alla sopravvivenza politica del premier.

L’accusa di tradimento ha un peso particolare proprio perché investe il rapporto tra il governo e coloro che sono chiamati a eseguire le sue decisioni. I soldati dell’Idf, evocati da Liberman, diventano il centro morale della controversia. Il loro impiego non può essere ridotto a una variabile della competizione politica, ma deve discendere da obiettivi di sicurezza identificabili, da una valutazione dei rischi e da una catena di comando responsabile.

Occorre tuttavia evitare che la gravità dell’accusa venga confusa con la dimostrazione di una responsabilità penale. Per stabilire se esistano gli estremi di un reato sarebbero necessari elementi concreti, capaci di dimostrare condotte specifiche e di soddisfare i requisiti previsti dalla legge. La contestazione politica di una scelta militare, anche quando è durissima, non coincide automaticamente con il tradimento in senso giuridico.

La richiesta alla procuratrice generale assume dunque un duplice significato. Da un lato, mira a ottenere un accertamento istituzionale su circostanze che l’opposizione considera potenzialmente pericolose. Dall’altro, trasferisce il conflitto sul terreno della responsabilità pubblica, chiedendo che la questione non venga archiviata come una semplice polemica da campagna elettorale.

La procura si trova così evocata in una controversia che tocca il nucleo più sensibile dello Stato: il potere di decidere la guerra, i limiti della discrezionalità politica e la necessità che le decisioni straordinarie restino sottoposte a controllo. In una democrazia sottoposta a minacce esterne, la sicurezza non sospende la responsabilità istituzionale. Semmai la rende ancora più stringente.

Un voto che va oltre Netanyahu

Le elezioni della Knesset del 27 ottobre si svolgono quindi in un clima nel quale il confronto sul futuro del governo è inseparabile dalla questione iraniana. Netanyahu cerca di accreditarsi come il leader capace di guidare Israele in una fase di confronto strategico, rivendicando i risultati militari e il sostegno di Washington. Liberman tenta invece di trasformare il rischio di una nuova escalation in una contestazione della condotta del premier, chiedendo che siano chiarite le ragioni e le responsabilità di eventuali decisioni operative.

Le due narrazioni si confrontano su un punto decisivo. Per Netanyahu, la minaccia iraniana richiede continuità, determinazione e la capacità di portare a termine gli obiettivi di sicurezza. Per i suoi critici, proprio l’eccezionalità della minaccia impone di evitare che l’uso della forza venga condizionato da interessi di parte e di garantire che ogni scelta sia sostenuta da valutazioni militari e giuridiche adeguate.

L’intervento di Trump rafforza la prima impostazione, ma rende anche più evidente la dimensione internazionale del voto. Il futuro politico di Netanyahu viene associato alla prosecuzione della strategia americana contro Teheran, mentre il confronto interno israeliano rischia di diventare un referendum non soltanto sul premier, ma anche sul modello di sicurezza che il suo governo intende perseguire.

Resta da chiarire se le indiscrezioni su un possibile attacco preventivo corrispondano a una decisione effettivamente maturata, a un’ipotesi discussa ai vertici o a una ricostruzione contestata. La smentita di Katz e le accuse di Liberman delineano, per ora, due versioni contrapposte che richiedono riscontri ulteriori. È su questo terreno, e non sulla sola intensità delle dichiarazioni pubbliche, che dovrà misurarsi la credibilità delle rispettive posizioni.

Una cosa, però, appare già evidente: in Israele la guerra con l’Iran non è soltanto una questione di missili, intelligence e capacità militari. È diventata anche il banco di prova della fiducia nel governo, della solidità dei controlli istituzionali e della possibilità di separare le esigenze dello Stato dalle convenienze della politica. Quando la decisione di combattere entra nel cuore di una campagna elettorale, la domanda più importante non è soltanto se un attacco sia possibile, ma chi lo decide, sulla base di quali prove e con quale assunzione di responsabilità.

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