A cura di Daniele Cappa
Le serrande abbassate raccontano una paura che va oltre i danni materiali. Nel cuore commerciale di Milano, dove le vetrine rappresentano il volto più riconoscibile della prosperità cittadina, la prudenza ha preso il posto della consueta operosità. Negozi chiusi, strade osservate con apprensione, commercianti in attesa di capire se la violenza dei giorni precedenti sia stata soltanto una parentesi o il segnale di una tensione destinata a ripresentarsi.
La città ha trascorso due giornate segnate da scontri e devastazioni. Lunedì 19 ottobre, tuttavia, l’annunciata mobilitazione circolata sugli smartphone dei giovanissimi, con un appuntamento fissato per le 15, non si è tradotta in una nuova ondata di disordini. Nessun assalto ai negozi, nessuna replica della guerriglia che aveva alimentato l’allarme. La giornata è rimasta sostanzialmente tranquilla, pur registrando momenti di tensione durante un presidio del centrodestra, tra urla, spintoni e il lancio di petardi da parte di alcuni giovani.
Una tregua, dunque, ma non ancora una risposta. Perché se la violenza non si è ripetuta con la stessa intensità, il clima di allarme è rimasto intatto. E mentre le attività commerciali cercano di proteggersi da nuovi episodi, la politica si prepara a rispondere sul terreno che le è più familiare: quello della sicurezza, dei provvedimenti urgenti e del rafforzamento dei presidi sul territorio.
Il punto, però, è capire se basterà.
Mattarella: «Violenza inaccettabile». La solidarietà alle forze dell’ordine
La condanna del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è netta. Il capo dello Stato definisce inaccettabili le violenze ed esprime solidarietà alle forze dell’ordine, chiamate a intervenire in una situazione che mette alla prova non soltanto la capacità operativa degli apparati di sicurezza, ma anche il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
La posizione del Quirinale richiama un principio essenziale: la libertà di manifestare è una componente irrinunciabile della democrazia, ma non può trasformarsi in una licenza di aggredire, devastare o intimidire. La protesta appartiene allo spazio dei diritti; la violenza, quando si traduce in condotte penalmente rilevanti, appartiene a quello delle responsabilità individuali.
È una distinzione che dovrebbe essere ovvia, ma che nel dibattito pubblico italiano finisce troppo spesso intrappolata nelle contrapposizioni politiche. Da una parte, chi considera ogni manifestazione problematica come la prova di un cedimento dell’autorità; dall’altra, chi rischia di leggere gli episodi violenti esclusivamente attraverso le ragioni, vere o presunte, del malcontento sociale.
Entrambe le impostazioni sono insufficienti. Comprendere le cause di un fenomeno non significa giustificarne le conseguenze. E condannare un’aggressione non esime dal domandarsi perché una parte del disagio sociale trovi espressione in forme sempre più conflittuali.
La risposta delle istituzioni deve tenere insieme questi due piani, senza confonderli: tutela dell’ordine pubblico e capacità di comprendere le condizioni nelle quali maturano le tensioni.
Il governo prepara il decreto. Salvini annuncia 500 militari in più
La reazione dell’esecutivo si muove lungo la direttrice del rafforzamento della sicurezza. Il vicepremier Matteo Salvini annuncia l’arrivo a Milano di 500 militari in più, una misura destinata a potenziare il dispositivo di presenza sul territorio e a rassicurare una città che teme il ripetersi degli scontri.
L’annuncio si inserisce in un quadro più ampio, nel quale il governo valuta un intervento normativo atteso in Consiglio dei ministri martedì 20 ottobre. L’obiettivo è rendere più incisivo il contributo delle Forze armate alle attività di supporto alle forze di polizia, soprattutto nelle situazioni considerate più delicate.
Ma è proprio su questo passaggio che emerge una questione tutt’altro che secondaria: aumentare il numero degli uomini impiegati non equivale automaticamente ad aumentare l’efficacia dell’intervento.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo sottolinea intervenendo su X. Il titolare del dicastero ringrazia il sottosegretario Matteo Perego per il lavoro svolto con gli uffici legislativi del ministero e chiarisce che l’incremento del personale militare deve essere accompagnato da regole operative precise.
«È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo», osserva Crosetto, indicando la necessità di norme che consentano ai militari di agire, nei limiti e per le finalità previste, con poteri adeguati alle attività di supporto alle forze di polizia.
Il ministro prospetta una finestra temporale di tre mesi, durante la quale il personale militare dovrebbe sostenere Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di finanza nell’affrontare fenomeni analoghi a quelli osservati a Milano.
La questione non è soltanto quantitativa, ma giuridica e organizzativa. Un dispositivo di sicurezza funziona quando ogni componente conosce il proprio mandato, i limiti del proprio intervento, le responsabilità connesse alle decisioni operative e il coordinamento con gli altri corpi. Senza questa architettura, il rafforzamento numerico rischia di produrre un risultato inferiore alle aspettative, se non di complicare la gestione sul campo.
L’impiego dei militari può contribuire alla sorveglianza di obiettivi sensibili, alla protezione di infrastrutture e al presidio di aree strategiche, liberando risorse di polizia per attività che richiedono competenze specifiche di ordine pubblico e polizia giudiziaria. Non è però una soluzione sostitutiva: l’identificazione dei responsabili, la raccolta delle prove, la prevenzione delle recidive e la gestione delle manifestazioni richiedono strumenti, professionalità e responsabilità differenti.
È questo il punto che il governo dovrà chiarire nel passaggio parlamentare e nell’attuazione delle eventuali nuove disposizioni. La sicurezza non si misura soltanto contando le divise presenti in strada, ma valutando la capacità di prevenire gli incidenti, intervenire con proporzionalità e assicurare alla giustizia chi commette reati.
Trentadue persone fermate, 23 sono minorenni
Intanto, il bilancio giudiziario e materiale degli scontri continua a prendere forma. Sono 32 le persone fermate, 23 delle quali minorenni. Un dato che introduce un elemento particolarmente delicato nella lettura della vicenda: la presenza consistente di giovanissimi tra le persone coinvolte.
Il numero, da solo, non consente di ricostruire le motivazioni individuali né di attribuire un’identica responsabilità a tutti i soggetti fermati. Le singole posizioni dovranno essere valutate sulla base delle condotte contestate, delle prove raccolte e delle garanzie previste dall’ordinamento. Ma la componente anagrafica non può essere liquidata come una semplice informazione statistica.
Quando una quota rilevante dei protagonisti di episodi violenti è composta da minorenni, la risposta pubblica deve necessariamente articolarsi su più livelli. Quello giudiziario, anzitutto, perché l’età non cancella le responsabilità previste dalla legge. Quello educativo, perché l’intervento delle istituzioni non può esaurirsi nel momento in cui una persona viene identificata. E quello sociale, perché la capacità di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio è parte integrante di una politica di prevenzione.
Non esiste una spiegazione unica per la partecipazione dei giovani alle violenze di piazza. Sarebbe sbagliato ricondurre automaticamente questi comportamenti alla povertà, all’esclusione o alla provenienza familiare. Sarebbe altrettanto sbagliato escludere che, in determinati contesti, la marginalità, la mancanza di prospettive e la distanza dalle istituzioni possano contribuire a creare un terreno favorevole alla radicalizzazione del conflitto.
La sfida consiste proprio nel distinguere. Da un lato, i comportamenti criminali, da accertare e sanzionare individualmente. Dall’altro, le condizioni ambientali che possono favorire la diffusione di atteggiamenti ostili, l’emulazione e il progressivo indebolimento del senso di appartenenza alla comunità.
Confondere questi due piani significa sbagliare diagnosi e, di conseguenza, terapia.
Un milione di euro di danni: il conto che paga la città
Sul versante economico, la prima stima di Confcommercio colloca intorno al milione di euro i danni provocati in 48 ore. Una cifra che restituisce la dimensione concreta delle conseguenze degli scontri, ma che non esaurisce il costo complessivo della violenza.
Ci sono le vetrine danneggiate, le strutture da riparare, le merci compromesse e le spese straordinarie sostenute dagli esercenti. Ci sono le giornate di lavoro perse, le attività che rinunciano ad aprire per timore di nuovi disordini e i clienti che modificano le proprie abitudini per evitare le zone considerate a rischio.
A tutto questo si aggiunge un costo meno immediatamente quantificabile: quello della fiducia.
Un centro commerciale che abbassa le serrande per precauzione non sta semplicemente interrompendo le vendite. Sta segnalando che la normale fruizione dello spazio urbano, almeno per qualche ora, non è più percepita come scontata. La sicurezza, in questo senso, è anche una condizione economica: senza la possibilità di lavorare, spostarsi e incontrarsi senza paura, la città perde una parte della propria vitalità.
Milano conosce bene il valore della propria immagine internazionale, della capacità di attrarre investimenti e della concentrazione di attività produttive e commerciali. Proprio per questo, episodi di guerriglia urbana producono conseguenze che vanno oltre il perimetro delle strade coinvolte. Intaccano la percezione di affidabilità di un territorio e alimentano interrogativi sulla capacità delle istituzioni di proteggere cittadini, lavoratori e imprese.
Ma anche in questo caso occorre evitare scorciatoie. Il ripristino dell’ordine è indispensabile; altrettanto indispensabile è impedire che la paura diventi un’abitudine e che intere aree della città vengano percepite come luoghi da evitare.
La sicurezza urbana non è un bene che riguarda soltanto chi abita o lavora nel centro. È una condizione che deve essere garantita in tutti i quartieri, con strumenti proporzionati ai rischi e alle caratteristiche dei territori.
Il Movimento del 17 ottobre e la protesta che cerca una forma
Nel frattempo, sui social è comparso il cosiddetto Movimento del 17 ottobre, che annuncia nuove proteste. Anche questo elemento richiede attenzione, senza cedere né all’allarmismo né alla sottovalutazione.
La circolazione di appelli digitali può contribuire a organizzare manifestazioni, amplificare messaggi e accelerare la mobilitazione. Ma la presenza di una pagina o di un richiamo online non dimostra, da sola, l’esistenza di una struttura organizzativa stabile, né consente di prevedere automaticamente l’intensità o la natura delle iniziative successive.
È tuttavia evidente che gli smartphone e le piattaforme social hanno modificato la velocità con cui le mobilitazioni possono prendere forma. La comunicazione è immediata, le adesioni possono essere spontanee, i messaggi si propagano al di fuori dei canali tradizionali e la capacità di convocare persone non coincide necessariamente con quella di controllare ciò che accade una volta che si ritrovano nello stesso luogo.
Per le istituzioni, questo comporta un problema operativo: occorre distinguere la protesta legittima dagli appelli alla violenza, monitorare le minacce concrete e intervenire sulla base di elementi verificabili, senza trasformare ogni forma di dissenso digitale in un’emergenza di ordine pubblico.
La stessa cautela vale sul piano politico. Le piattaforme non sono, in quanto tali, la causa del conflitto. Possono accelerare e amplificare dinamiche già esistenti, offrire visibilità a soggetti marginali e facilitare l’emulazione, ma non spiegano da sole perché alcuni giovani decidano di partecipare a un’azione violenta.
La tecnologia descrive il canale. Non sostituisce l’analisi delle motivazioni.
Assadakah: «La devastazione non è protesta»
Alla condanna delle violenze si aggiunge quella dell’associazione italo-araba Assadakah, che ha preso posizione sugli episodi verificatisi a Milano, Bologna, Torino e in altre città italiane.
In un comunicato, l’associazione esprime solidarietà alle forze dell’ordine e chiede fermezza nell’applicazione della legge nei confronti dei responsabili di danneggiamenti e aggressioni. Il messaggio insiste sulla distinzione tra il diritto di manifestare pacificamente e gli atti di violenza, sottolineando che la devastazione e le aggressioni non costituiscono forme legittime di protesta.
Assadakah richiama inoltre il dovere di rispettare le leggi e le istituzioni italiane, indipendentemente dall’origine, dalla religione o dall’appartenenza politica. Tra le richieste figurano l’identificazione dei responsabili, l’applicazione delle sanzioni previste dall’ordinamento, la tutela delle forze dell’ordine e l’adozione degli eventuali provvedimenti amministrativi consentiti dalla legge.
La presa di posizione assume rilievo anche per il significato pubblico del messaggio: il rifiuto della violenza non può essere ricondotto a una contrapposizione tra gruppi sociali, culturali o religiosi. Il rispetto delle regole democratiche è un principio comune, non un criterio da applicare selettivamente a seconda dell’identità di chi manifesta o di chi commette un reato.
Allo stesso modo, la responsabilità è individuale. Le condotte di singole persone non possono diventare il pretesto per generalizzazioni che colpiscano intere comunità. La fermezza verso chi viola la legge e il rifiuto delle discriminazioni non sono obiettivi alternativi: sono due condizioni complementari dello Stato di diritto.
La sicurezza è necessaria. Ma non basta a spiegare la violenza
La giornata di relativa tranquillità a Milano non cancella ciò che è accaduto, così come l’annuncio di nuovi militari non può essere considerato, da solo, la conclusione della vicenda.
Il governo ha il dovere di garantire l’ordine pubblico, proteggere chi lavora e interviene sul territorio e assicurare che i responsabili delle violenze siano individuati e giudicati secondo la legge. Non esiste una politica di prevenzione credibile se lo Stato rinuncia a far rispettare le proprie regole. Ma non esiste neppure una strategia di sicurezza efficace se l’intervento comincia soltanto quando la tensione è già esplosa.
È qui che la cronaca milanese smette di essere esclusivamente una questione di ordine pubblico e diventa una questione di governo delle città.
Le periferie non sono tutte uguali, non sono automaticamente luoghi di illegalità e non possono essere raccontate come serbatoi indistinti di rabbia. In molti quartieri si trovano reti associative, famiglie, scuole, attività economiche e cittadini che rappresentano un presidio quotidiano di legalità. Ma in alcune aree possono sommarsi fragilità differenti: servizi insufficienti, spazi pubblici degradati, dispersione scolastica, precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alle opportunità, sfiducia nelle istituzioni e una percezione persistente di abbandono.
Nessuno di questi fattori produce necessariamente violenza. La relazione non è automatica e non deve diventare un alibi. Tuttavia, quando più fragilità si accumulano e non vengono affrontate, il territorio può diventare meno capace di assorbire le tensioni, mentre le istituzioni perdono progressivamente la possibilità di intercettarle prima che si trasformino in conflitto aperto.
È questo il passaggio che la politica dovrebbe affrontare con maggiore lucidità: la prevenzione non coincide soltanto con la presenza delle forze dell’ordine, ma comprende la capacità di leggere il territorio, conoscere le sue trasformazioni e intervenire prima che il disagio si consolidi in una condizione permanente di sfiducia.
Servono presidi di sicurezza, ma anche servizi sociali in grado di raggiungere chi ne ha bisogno. Servono scuole capaci di contrastare la dispersione, politiche di formazione e inserimento lavorativo, spazi pubblici curati e occasioni concrete di partecipazione. Servono amministrazioni che sappiano coordinare gli interventi e misurarne i risultati, anziché limitarsi ad annunciare nuovi stanziamenti o a moltiplicare le dichiarazioni d’intenti.
Non si tratta di sostituire la repressione con l’assistenza, né di immaginare che un progetto sociale possa fermare nell’immediato una persona che aggredisce un agente o devasta un negozio. Si tratta di riconoscere che la risposta immediata al reato e la prevenzione delle condizioni che rendono più probabile il ripetersi di determinati fenomeni appartengono a due tempi diversi della stessa responsabilità pubblica.
Uno Stato che interviene soltanto dopo gli scontri arriva tardi. Uno Stato che investe nella prevenzione ma rinuncia a sanzionare le condotte violente abdica invece a una delle proprie funzioni essenziali. La sfida è fare entrambe le cose, senza utilizzare l’una per giustificare l’assenza dell’altra.
Il centro protetto e le periferie dimenticate
La geografia della paura merita, infine, un’attenzione specifica. Quando le immagini delle violenze arrivano dalle strade centrali, dalle vie dello shopping e dalle zone simbolo della città, la reazione pubblica è immediata. Le istituzioni si mobilitano, le dichiarazioni si moltiplicano, le misure straordinarie entrano nell’agenda politica.
È comprensibile: il centro è esposto, visibile, economicamente strategico. Ma sarebbe un errore lasciare che questa visibilità condizioni l’intera distribuzione delle risorse e delle attenzioni.
Le periferie, infatti, non cominciano a esistere quando la tensione raggiunge il centro. Le difficoltà di un quartiere non diventano politicamente rilevanti soltanto quando producono immagini che occupano le aperture dei telegiornali. E il disagio non è meno importante perché si manifesta lontano dalle vetrine più prestigiose.
La frattura tra centro e periferia non è soltanto urbanistica. È anche una frattura nell’accesso alle opportunità, nella qualità dei servizi, nella percezione di essere ascoltati e nella fiducia che le istituzioni siano presenti in modo continuativo. È la distanza tra una città che viene raccontata come motore economico e una parte dei suoi abitanti che fatica a riconoscersi nelle promesse di quella stessa città.
Ridurre tutto alla contrapposizione tra ricchi e poveri sarebbe semplicistico. Nelle periferie vivono persone con storie, aspirazioni e condizioni molto diverse; nei quartieri centrali esistono a loro volta vulnerabilità e disuguaglianze. Il problema non è la distanza geografica in sé, ma il rischio che essa diventi distanza politica: territori amministrati in modo diseguale, cittadini che percepiscono le istituzioni come interlocutori occasionali e giovani che non vedono percorsi credibili per costruire il proprio futuro.
È in questo spazio che la politica dovrebbe esercitare la propria funzione più importante: trasformare i conflitti potenziali in problemi affrontabili, prima che diventino emergenze.
Il vero banco di prova per governo e opposizione
Il decreto atteso in Consiglio dei ministri sarà valutato per la sua capacità di offrire strumenti efficaci alle forze dell’ordine, nel rispetto delle garanzie costituzionali e dei principi di proporzionalità. Ma la sua efficacia non potrà essere misurata soltanto attraverso il numero dei militari impiegati o l’entità delle sanzioni introdotte.
Occorrerà capire quali problemi intenda risolvere, con quali strumenti, per quanto tempo e sulla base di quali verifiche. Le misure straordinarie possono essere giustificate da situazioni specifiche, purché siano proporzionate, circoscritte e accompagnate da una valutazione dei risultati. Il rischio è che l’emergenza diventi una modalità ordinaria di governo, con interventi successivi che si sommano senza affrontare le cause delle criticità.
Per la maggioranza, il banco di prova consiste nel dimostrare che la fermezza non è soltanto una postura comunicativa. Rafforzare i controlli e introdurre nuove disposizioni può essere necessario, ma un governo si misura anche dalla capacità di coordinare ministeri, amministrazioni locali, scuole, servizi territoriali e forze dell’ordine in una strategia coerente.
Per l’opposizione, la sfida è altrettanto impegnativa. Criticare l’impostazione securitaria dell’esecutivo non basta. Occorre presentare proposte concrete, individuare responsabilità amministrative, spiegare come finanziare gli interventi di prevenzione e indicare quali strumenti consentano di misurarne l’efficacia. La critica è politicamente utile quando produce un’alternativa praticabile, non quando si limita a contestare la risposta dell’avversario.
La sicurezza, del resto, non appartiene a una sola parte politica. È un diritto dei cittadini e una responsabilità delle istituzioni. Come non è credibile chi invoca l’ordine ignorando tutto ciò che precede il disordine, non è credibile chi denuncia le disuguaglianze senza affrontare il problema della violenza e delle responsabilità individuali.
In una democrazia matura, la prevenzione sociale e il rispetto della legge non sono due bandiere contrapposte. Sono due strumenti che devono operare insieme.
La politica e le micro-bombe sociali che nessuno ha voluto vedere
C’è, però, una questione più scomoda che la cronaca degli scontri milanesi consegna alla politica italiana. E riguarda una responsabilità che attraversa gli schieramenti, da destra a sinistra: l’incapacità, o la mancata volontà, di intercettare per tempo quelle che si potrebbero definire micro-bombe sociali.
Non grandi emergenze improvvise, ma accumuli di tensione localizzati, spesso circoscritti a singoli quartieri, che si formano lentamente e diventano visibili soltanto quando esplodono. Fragilità scolastiche, assenza di prospettive professionali, spazi pubblici trascurati, servizi insufficienti, conflitti di convivenza, sfiducia nelle istituzioni e senso di esclusione possono combinarsi in modi diversi, creando contesti nei quali la rabbia trova più facilmente occasioni di aggregazione e manifestazioni distruttive.
Non si tratta di attribuire a queste condizioni una responsabilità automatica per i reati. La maggioranza delle persone che vivono situazioni difficili non commette violenze, e nessuna condizione sociale cancella la responsabilità personale. Il punto è un altro: una politica capace di governare dovrebbe saper riconoscere i segnali di deterioramento della coesione sociale prima che diventino problemi di ordine pubblico.
Questa capacità richiede continuità amministrativa, conoscenza dei territori e strumenti di analisi. Richiede di mettere in relazione dati sulla dispersione scolastica, sull’occupazione giovanile, sull’accesso ai servizi, sulla qualità degli spazi urbani e sulle segnalazioni raccolte dalle amministrazioni locali. Richiede soprattutto di ascoltare chi vive nei quartieri, comprese le persone che non partecipano ai circuiti associativi e che spesso restano invisibili fino a quando il loro disagio non assume forme difficili da ignorare.
È un lavoro poco spettacolare. Non offre immagini efficaci per una conferenza stampa e non produce risultati immediati da esibire nel ciclo quotidiano delle dichiarazioni politiche. Proprio per questo rischia di essere trascurato.
La destra tende a trovare nella sicurezza, nella deterrenza e nella punizione gli strumenti più immediatamente riconoscibili per rispondere alla domanda di protezione. Sono strumenti necessari, ma diventano insufficienti quando vengono presentati come una spiegazione completa del fenomeno. La sinistra, dal canto suo, rischia di concentrarsi sulle cause sociali fino a perdere di vista la necessità di una risposta chiara alle condotte violente, oppure di invocare inclusione e diritti senza tradurli in politiche territoriali verificabili.
Non è una simmetria perfetta e non tutte le responsabilità sono identiche. Governo e amministrazioni locali dispongono di poteri, risorse e competenze differenti. Ma il limite comune è evidente quando la competizione politica sostituisce l’analisi: ciascuno seleziona la parte della realtà che conferma la propria narrazione, mentre il problema continua a crescere fuori dall’inquadratura.
Il risultato è un dibattito che si accende dopo ogni episodio e si spegne prima che le misure annunciate possano essere valutate. La maggioranza promette più controlli e nuove sanzioni. L’opposizione denuncia la natura emergenziale della risposta o richiama le disuguaglianze. Entrambe, troppo spesso, si fermano alla superficie del conflitto che dichiarano di voler risolvere.
La politica, così, finisce per rincorrere gli eventi invece di governare i processi.
Il decreto può essere necessario. Le sanzioni devono essere applicate quando ricorrono i presupposti di legge. I responsabili delle aggressioni e dei danneggiamenti devono essere individuati e giudicati. Ma fare del decreto e della repressione l’intera strategia sarebbe una scelta miope, soprattutto per una maggioranza che ha posto la sicurezza tra le proprie priorità. Se il problema si ripresenta, non basterà annunciare ogni volta un nuovo contingente o un nuovo inasprimento normativo.
Sarebbe la forma più semplice di risposta politica e, proprio per questo, una delle più deboli: confondere il controllo dell’emergenza con la soluzione del problema.
Anche l’opposizione deve fare i conti con la propria insufficienza. Limitarsi a contestare il governo, denunciarne le contraddizioni o richiamare genericamente le responsabilità sociali significa lasciare irrisolta la questione essenziale: quali interventi, in quali quartieri, con quali risorse, attraverso quali soggetti e con quali risultati attesi? Senza queste risposte, la critica rischia di ridursi a una rincorsa degli avversari, più interessata a conquistare il vantaggio del giorno che a costruire un’alternativa di governo.
In questo senso, la politica tutta sembra rincorrere le oche: si agita dietro al rumore dell’ultima emergenza, scambia la visibilità del problema per la sua comprensione e arriva sempre quando il margine per intervenire si è già ristretto.
La frattura tra centro e periferie non si ricompone con uno slogan, così come non si risolve con un semplice trasferimento di risorse. Occorrono scelte urbanistiche, politiche educative, servizi territoriali, opportunità professionali, manutenzione degli spazi pubblici e un presidio delle istituzioni che non sia soltanto occasionale. Occorre, soprattutto, una responsabilità politica capace di superare la convenienza elettorale del momento.
Se queste tensioni vengono affrontate soltanto quando raggiungono le vie dello shopping, significa che il sistema istituzionale continua a considerare l’emergenza più importante della prevenzione. Se vengono ignorate perché si manifestano in quartieri meno visibili, significa che la cittadinanza viene, di fatto, riconosciuta con intensità differenti a seconda del luogo in cui si vive.
È una contraddizione che nessun decreto può cancellare.
Milano, oggi, ha bisogno di tornare a essere una città nella quale si possa lavorare, manifestare pacificamente e vivere senza paura. Le forze dell’ordine devono poter operare con strumenti adeguati, i commercianti devono essere protetti e chi commette reati deve risponderne. Ma la politica ha un compito ulteriore: impedire che la prossima emergenza venga preparata, lentamente e lontano dai riflettori, negli stessi spazi che oggi dichiara di voler mettere in sicurezza.
Perché le micro-bombe sociali non esplodono sempre all’improvviso. Spesso mandano segnali per mesi, talvolta per anni. Il problema è che qualcuno dovrebbe ascoltarli, interpretarli e intervenire prima che diventino cronaca nazionale.
E se nessuno lo fa, non è soltanto la periferia ad aver perso il contatto con il centro. È la politica ad aver perso il contatto con il Paese.
