20 Ottobre 2026, martedì
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Sanità pubblica, l’allarme delle Regioni: «Il governo trovi le risorse per salvare il Servizio sanitario nazionale»

Schlein e Sereni chiedono di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil: i 2,4 miliardi aggiuntivi previsti per il 2027 sono meno della metà delle risorse sollecitate dallo stesso ministro Schillaci. Sul fronte energetico, Niccolai denuncia i ritardi sulle comunità rinnovabili e avverte: senza interventi immediati, famiglie e imprese delle aree interne e montane rischiano di pagare il prezzo più alto.

La sanità pubblica torna al centro dello scontro politico e riporta in primo piano una questione che investe direttamente la qualità della democrazia italiana: garantire a ogni cittadino il diritto alle cure, indipendentemente dal reddito, dall’età e dal luogo in cui vive. Il Partito democratico raccoglie l’appello dei presidenti di sei Regioni, che chiedono al governo di destinare al Servizio sanitario nazionale risorse adeguate ai bisogni della popolazione, e denuncia una distanza sempre più evidente tra le dichiarazioni sulla centralità della salute e le disponibilità finanziarie effettivamente messe in campo.

La richiesta è chiara: portare la spesa sanitaria al 7 per cento del prodotto interno lordo, allineandola alla media europea indicata dal Pd come obiettivo indispensabile per sostenere il sistema pubblico. Una soglia che, nella lettura dei democratici, rappresenta il riferimento per invertire la tendenza al sottofinanziamento e impedire che le difficoltà economiche si traducano in tempi d’attesa più lunghi, prestazioni rinviate e maggiori disuguaglianze nell’accesso alle cure.

A rendere più urgente il confronto sono le cifre contenute nel Documento programmatico di bilancio, che indicano per il 2027 risorse aggiuntive pari a 2,4 miliardi di euro. Una somma giudicata insufficiente dall’opposizione, anche alla luce delle richieste avanzate dallo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, che avrebbe sollecitato stanziamenti superiori, paventando il rischio di gravi difficoltà per il sistema.

È su questo divario tra fabbisogni e risorse che la segretaria del Pd, Elly Schlein, costruisce la propria critica all’esecutivo. «Facciamo nostro il grido di allarme e l’appello che i presidenti di sei Regioni hanno rivolto al governo, tornando a chiedere di finanziare adeguatamente la sanità pubblica italiana», afferma in una nota. Il punto politico, sottolinea, è che non dovrebbe essere necessario ricorrere a ripetuti appelli per ottenere i finanziamenti indispensabili a garantire un diritto riconosciuto dalla Costituzione.

Per Schlein, il nodo non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma la scelta delle priorità. Il Servizio sanitario nazionale è chiamato a rispondere a una domanda di assistenza crescente, mentre le Regioni devono fare i conti con costi più elevati e bisogni sempre più complessi. Pretendere che il sistema continui a reggere senza un adeguato sostegno finanziario significa, secondo la leader dem, trasferire sui territori un peso che le amministrazioni regionali non possono sostenere da sole.

Da qui la richiesta di fare della sanità una priorità effettiva della prossima legge di Bilancio. «Il governo ascolti le Regioni, smetta di fare proclami e la faccia diventare una priorità vera», conclude Schlein, contestando una politica che, nella sua valutazione, non traduce le dichiarazioni d’intenti in finanziamenti proporzionati alle necessità.

A rendere particolarmente significativo l’appello è la provenienza dei firmatari politici della richiesta. A sollecitare un intervento sono Michele de Pascale per l’Emilia-Romagna, Stefania Proietti per l’Umbria, Alessandra Todde per la Sardegna, Eugenio Giani per la Toscana, Roberto Fico per la Campania e Antonio Decaro per la Puglia. Sei presidenti di Regione che chiedono alle forze politiche, tanto di maggioranza quanto di opposizione, di affrontare il finanziamento della sanità come una questione nazionale, non come una rivendicazione di parte.

Il loro intervento, rilanciato dal Pd, punta a superare la contrapposizione politica per richiamare l’attenzione su una criticità che riguarda l’intero sistema sanitario. Le difficoltà delle Regioni, infatti, non possono essere liquidate come un problema circoscritto alle amministrazioni di un determinato orientamento politico. Il tema investe la capacità dello Stato di assicurare livelli di assistenza adeguati in tutto il Paese, evitando che la disponibilità di servizi e prestazioni dipenda sempre più dalle risorse dei singoli territori.

È questo il significato che Marina Sereni, responsabile Sanità nella segreteria nazionale del Pd, attribuisce all’iniziativa dei governatori. «La possibilità di ricevere cure tempestive e appropriate non può dipendere dal portafoglio o dal luogo di residenza», sottolinea, richiamando il principio di universalità sul quale si fonda il Servizio sanitario nazionale.

La questione è sostanziale. Un sistema universalistico non si limita a riconoscere formalmente a tutti il diritto all’assistenza, ma deve essere in grado di renderlo effettivo. Quando le liste d’attesa si allungano, quando una visita o un esame non possono essere effettuati in tempi compatibili con le esigenze cliniche e quando il ricorso al privato diventa, per alcuni cittadini, l’unica alternativa praticabile, la distanza tra il diritto scritto e quello concretamente esercitabile rischia di aumentare.

Il problema non si esaurisce, dunque, nella contabilità pubblica. Dietro la discussione sugli stanziamenti si trova una scelta che riguarda l’equità sociale: stabilire se il costo delle difficoltà del sistema debba ricadere sui cittadini attraverso attese più lunghe, spese sanitarie private o rinunce alle cure, oppure se debba essere affrontato attraverso un finanziamento pubblico adeguato.

Sereni insiste anche sulle ragioni strutturali che rendono necessario un cambio di passo. L’inflazione, osserva, ha eroso il valore degli aumenti destinati al Fondo sanitario nazionale, mentre l’invecchiamento della popolazione ha accresciuto la domanda di assistenza. Due dinamiche che agiscono contemporaneamente e che rendono insufficiente una valutazione basata soltanto sull’aumento nominale delle risorse.

Aumentare gli stanziamenti, infatti, non significa necessariamente rafforzare la capacità del sistema di rispondere ai bisogni. Se nel frattempo crescono i prezzi di beni e servizi, aumentano i costi di gestione delle strutture e si moltiplicano le necessità assistenziali, una parte delle risorse aggiuntive viene assorbita dal mantenimento dei servizi esistenti. Il risultato può essere un finanziamento formalmente più elevato, ma non sufficiente a garantire un miglioramento concreto delle prestazioni.

Da qui la richiesta del Pd di raggiungere il 7 per cento del Pil, obiettivo che il partito afferma di sostenere fin dall’inizio della legislatura. Secondo Sereni, anziché avvicinarsi a questa soglia, l’Italia se ne sarebbe progressivamente allontanata. Una tendenza che, nella sua analisi, contribuisce a spiegare perché oggi le difficoltà vengano denunciate da amministrazioni regionali di diverso orientamento politico.

«Le Regioni, tutte, a prescindere dal colore politico delle Giunte, denunciano una situazione di difficoltà che non può più essere negata», afferma la responsabile Sanità del Pd, che giudica poco rassicuranti le cifre previste per il 2027. I 2,4 miliardi di risorse aggiuntive, sottolinea, sono meno della metà di quanto richiesto dallo stesso ministro Schillaci.

Il richiamo al titolare del dicastero della Salute introduce un elemento rilevante nel confronto con il governo. Se anche dal ministero emerge la necessità di risorse maggiori, la discussione non può essere ridotta a una contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Il nodo diventa la capacità dell’esecutivo di tradurre le esigenze riconosciute sul piano politico e istituzionale in decisioni finanziarie coerenti.

Per questo Sereni si rivolge direttamente alle forze della maggioranza e al governo, chiedendo di ascoltare i presidenti di Regione e di individuare le risorse necessarie a salvaguardare il Servizio sanitario nazionale. La richiesta riguarda non soltanto la tenuta delle strutture, ma anche la possibilità di conservare un modello di assistenza nel quale il bisogno di cure, e non la capacità economica individuale, costituisca il criterio fondamentale per l’accesso alle prestazioni.

La partita sulla sanità si intreccia, così, con una questione più ampia di coesione territoriale. La distribuzione dei servizi, la disponibilità di personale, i tempi necessari per ottenere una prestazione e la capacità di finanziare la rete assistenziale incidono in modo diverso sulle diverse aree del Paese. Nei territori più fragili, dove la distanza dai presidi sanitari può essere maggiore e l’offerta di servizi più limitata, ogni difficoltà aggiuntiva rischia di trasformarsi in un ostacolo concreto.

È proprio il rapporto tra fragilità territoriali e capacità di intervento pubblico a emergere anche in un altro fronte sollevato dal Partito democratico: quello del caro energia nelle aree interne e montane. Un problema distinto dal finanziamento della sanità, ma accomunato dalla stessa preoccupazione politica per le conseguenze delle scelte nazionali sui territori che dispongono di minori margini economici e infrastrutturali.

A lanciare l’allarme è Marco Niccolai, responsabile del Dipartimento Aree interne del Pd, secondo il quale l’aumento dei costi energetici rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà di famiglie e imprese con l’avvicinarsi della stagione fredda. Il timore è che i territori interni e montani, già esposti a maggiori costi logistici e a condizioni economiche spesso meno favorevoli, debbano affrontare una nuova pressione sulle spese quotidiane e sui bilanci delle attività produttive.

Al centro della sua denuncia ci sono le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinate alle comunità energetiche rinnovabili nei piccoli Comuni. La misura, inizialmente concepita per sostenere le comunità con meno di 5 mila abitanti, disponeva di una dotazione di 2 miliardi di euro e puntava a favorire la produzione e la condivisione di energia da fonti rinnovabili, contrastando al tempo stesso la povertà energetica.

Secondo Niccolai, tuttavia, l’intervento non avrebbe prodotto i risultati attesi. L’ampliamento della platea dei Comuni beneficiari, estesa fino a 50 mila abitanti, e il mancato utilizzo di quasi il 60 per cento dei fondi avrebbero impedito alla misura di sviluppare pienamente il proprio potenziale.

Il punto sollevato dal dirigente dem non riguarda soltanto l’impiego delle risorse disponibili, ma anche l’opportunità di una politica energetica capace di valorizzare le caratteristiche specifiche dei territori. Le aree interne e montane, sostiene, potrebbero trarre particolare beneficio dalla diffusione delle energie rinnovabili, grazie alla possibilità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e di sviluppare forme di produzione e condivisione dell’energia su scala locale.

Una maggiore autonomia energetica potrebbe contribuire ad attenuare l’esposizione delle famiglie alle oscillazioni dei prezzi e offrire alle imprese strumenti per contenere i costi di esercizio. Perché questo potenziale si traduca in risultati, tuttavia, servono investimenti, procedure efficaci e una capacità amministrativa in grado di accompagnare la realizzazione dei progetti.

È su questo terreno che Niccolai contesta la gestione delle risorse del Pnrr e chiede al governo di intervenire senza ulteriori ritardi. «Servono misure immediate anche per questi territori», afferma, avvertendo che non sarebbe accettabile lasciare le comunità montane e le aree interne senza risposte di fronte a una nuova fase di rincari.

La sua critica si estende all’indirizzo complessivo della politica energetica dell’esecutivo. Secondo il responsabile dem, continuare a puntare sulle fonti fossili anziché accelerare lo sviluppo delle rinnovabili rischia di compromettere proprio quelle opportunità che potrebbero aiutare i territori più vulnerabili a ridurre i costi e rafforzare la propria autonomia.

Niccolai richiama, in questo contesto, l’impostazione originaria del Pnrr, sostenendo che alcune delle opportunità previste dal piano siano state ridimensionate o non adeguatamente utilizzate. La richiesta è di recuperare la funzione strategica degli investimenti nelle comunità energetiche, evitando che le risorse stanziate rimangano in larga parte inutilizzate mentre famiglie e imprese si preparano ad affrontare una nuova stagione di spese elevate.

Sanità ed energia restano ambiti diversi, con strumenti, vincoli e obiettivi specifici. Il loro accostamento, tuttavia, restituisce una linea politica riconoscibile: per il Pd, la sostenibilità dei servizi essenziali e la protezione delle comunità più esposte richiedono un intervento pubblico commisurato ai bisogni reali, non soltanto annunci o misure prive di un’attuazione efficace.

Nel caso della sanità, la sfida è garantire che il diritto alla cura non venga progressivamente condizionato dalla disponibilità economica delle famiglie o dalla capacità finanziaria delle singole Regioni. Sul fronte energetico, l’obiettivo è impedire che i rincari aggravino le disuguaglianze tra territori e che le opportunità offerte dalle rinnovabili vadano perdute per ritardi amministrativi o scelte considerate insufficienti.

In entrambi i casi, il confronto con il governo si concentra sulla distanza tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti necessari per raggiungerli. Per la sanità, il banco di prova sarà la prossima legge di Bilancio, chiamata a stabilire quante risorse destinare al Servizio sanitario nazionale e con quale prospettiva di medio periodo. Per le aree interne e montane, la questione riguarda invece la capacità di attivare interventi tempestivi contro il caro energia e di trasformare gli investimenti disponibili in progetti concretamente operativi.

Il messaggio che arriva dal Pd è quindi duplice: senza finanziamenti adeguati, i diritti rischiano di restare sulla carta; senza una gestione efficace delle risorse, anche gli investimenti già programmati possono mancare il loro obiettivo. Due criticità che chiamano in causa non soltanto la quantità della spesa pubblica, ma anche la qualità delle decisioni e la capacità delle istituzioni di tradurre gli impegni in risultati.

La richiesta rivolta all’esecutivo è di passare dalle dichiarazioni alle scelte, individuando le risorse necessarie per sostenere la sanità pubblica e adottando misure capaci di proteggere famiglie e imprese dalle conseguenze del caro energia. Una sfida che investe il rapporto tra Stato e territori e che, al di là delle contrapposizioni politiche, riguarda la possibilità di garantire servizi essenziali e opportunità di sviluppo senza lasciare indietro le comunità più fragili.

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