Il carcere non avrebbe interrotto i collegamenti con l’esterno, né fermato la capacità di impartire disposizioni e mantenere attivi gli interessi criminali. È questo il quadro che emerge dall’indagine condotta dai Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Napoli Bagnoli, con la collaborazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria e sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, culminata nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli.
Le investigazioni, sviluppate tra luglio 2025 e aprile 2026, avrebbero documentato l’operatività di esponenti di vertice di diversi clan camorristici di Napoli e provincia anche durante la loro permanenza negli istituti penitenziari. Un’attività che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata resa possibile dall’utilizzo illecito di telefoni cellulari e smartphone introdotti nelle celle, strumenti attraverso i quali mantenere i contatti con gli affiliati in libertà e intervenire nella gestione di attività criminali.
Gli indagati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, traffico di stupefacenti, estorsione, lesioni e violenza privata, anche finalizzata a costringere altri a commettere reati. Le contestazioni comprendono le aggravanti del metodo e delle finalità mafiose.
Le comunicazioni dal carcere al centro dell’inchiesta
Un ruolo determinante nella ricostruzione investigativa sarebbe stato svolto dalle intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite in carcere. Gli accertamenti avrebbero consentito di ricostruire una rete di comunicazioni attraverso cui alcuni detenuti avrebbero continuato a esercitare la propria influenza sugli affiliati all’esterno, impartendo direttive e intervenendo nella gestione degli interessi dei rispettivi gruppi criminali.
Tra gli episodi ritenuti significativi dagli investigatori figura quello che coinvolgerebbe un elemento apicale del clan Troncone, detenuto nel carcere di Milano Opera. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’uomo avrebbe disposto estorsioni e impartito indicazioni ai sodali in libertà attraverso smartphone introdotti illegalmente nella propria cella.
Un altro filone dell’indagine riguarda un affiliato al medesimo clan, detenuto nel carcere di Siracusa, che, sempre secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe avviato un’attività di intermediazione nella vendita di cocaina, rifornendosi attraverso contatti con altri detenuti legati a organizzazioni camorristiche campane.
Tra i gruppi citati nel comunicato della Procura figurano i clan Mazzarella, Ferrara-Cacciapuoti, Gionta, Avventurato, De Luca-Bossa-Minichini e D’Amico.
La vicenda riporta l’attenzione sul problema delle comunicazioni illecite dagli istituti penitenziari e sulla possibilità che strumenti introdotti clandestinamente possano essere utilizzati per mantenere attivi rapporti criminali anche durante la detenzione. È proprio su questo aspetto che si è concentrato il lavoro investigativo, volto a documentare contatti, disposizioni e presunte attività illecite riconducibili a esponenti dei gruppi coinvolti.
L’ordinanza eseguita è una misura cautelare adottata nella fase delle indagini preliminari. Gli indagati sono pertanto da considerarsi presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo quanto precisato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli.
