In Francia anche il calendario scolastico è finito nel mezzo della tempesta. Lunedì 5 ottobre tra 400 e 500 licei resteranno chiusi, completamente o parzialmente, mentre il governo cerca di riportare sotto controllo una protesta studentesca partita dalle aule e ormai approdata nelle strade, tra blocchi, scontri e incendi.
A confermare la sospensione delle lezioni è stato il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, secondo il quale in centinaia di istituti «non sussistono le necessarie condizioni di sicurezza». Una formula burocratica che, in questo caso, fotografa una situazione tutt’altro che burocratica: dall’inizio della mobilitazione 24 scuole sono state incendiate o saccheggiate.
Il governo punta comunque a una ripresa «parziale e graduale» delle lezioni. Il numero degli istituti interessati lunedì dovrebbe essere simile a quello registrato venerdì, quando la protesta aveva già provocato una forte disorganizzazione del sistema scolastico.
La protesta è nata tra i banchi
Prima degli incendi e delle barricate, però, c’era una questione molto più ordinaria e, proprio per questo, più difficile da liquidare: la scuola che non funziona come dovrebbe.
Gli studenti denunciano la carenza di insegnanti, le ore di lezione saltate, le classi troppo affollate e le condizioni spesso degradate degli edifici scolastici. Tra le contestazioni ci sono anche giornate scolastiche considerate eccessivamente lunghe e una cronica difficoltà nel garantire continuità didattica.
Il problema degli insegnanti, in particolare, non è soltanto una percezione degli studenti. Secondo dati del ministero citati nelle ricostruzioni della protesta, nell’anno scolastico 2024-2025 quasi il 10% delle ore di insegnamento nelle scuole secondarie pubbliche non è stato svolto; una parte significativa era legata proprio all’impossibilità di trovare supplenti.
In altre parole, la protesta è partita da una domanda piuttosto semplice: come si può chiedere agli studenti di prepararsi agli esami, progettare il proprio futuro e rispettare la scuola quando la scuola stessa fatica a garantire lezioni, docenti e ambienti adeguati?
Dalle aule alle barricate
Il problema è che la protesta ha rapidamente cambiato natura.
Le mobilitazioni, inizialmente concentrate soprattutto nell’area parigina e nei quartieri più svantaggiati, si sono estese a centinaia di istituti in tutto il Paese. Le manifestazioni sono state accompagnate da blocchi degli ingressi, incendi di cassonetti e strutture, lanci di oggetti e scontri con la polizia. In alcuni casi sono stati coinvolti anche docenti e personale scolastico.
Il bilancio è diventato così pesante da costringere il governo a trattare la vicenda non più soltanto come una vertenza sulla scuola, ma anche come una questione di sicurezza pubblica. Il capo della polizia di Parigi Patrice Faure ha definito il movimento «fuori controllo», mentre le autorità riferiscono di migliaia di arresti dall’inizio delle proteste e di centinaia di agenti feriti.
Ed è qui che la protesta entra nella sua contraddizione più evidente. Gli studenti chiedono una scuola capace di proteggerli e prepararli al futuro, ma una parte delle mobilitazioni ha prodotto esattamente l’opposto: scuole chiuse, lezioni cancellate, edifici danneggiati e insegnanti costretti a lavorare in condizioni di rischio.
Il nodo che Parigi non può ignorare
Ridurre tutto alla violenza, però, significherebbe perdere di vista l’origine della protesta. Le criticità denunciate dagli studenti sono reali e si inseriscono in una discussione più ampia sulla qualità e sulle risorse della scuola francese.
Il governo deve dunque tenere insieme due esigenze che, in questo momento, sembrano viaggiare su binari opposti: garantire la sicurezza di studenti e personale e, contemporaneamente, rispondere alle ragioni che hanno portato migliaia di ragazzi a scendere in strada.
La chiusura di fino a 500 istituti per ragioni di sicurezza è, in questo senso, più di una misura emergenziale. È anche il segnale di una crisi che ha superato i cancelli delle scuole. La protesta è nata perché gli studenti lamentavano di non poter studiare nelle condizioni che ritenevano necessarie. Ora rischiano di non poter studiare affatto.
Il ministro Geffray promette un ritorno graduale alla normalità. Ma la vera partita per il governo francese comincia proprio quando le porte delle scuole torneranno ad aprirsi: perché riaprire un cancello è relativamente semplice; convincere chi lo ha bloccato che dentro quelle mura qualcosa sta davvero cambiando è un’altra storia.
