L’Europa senza frontiere torna a fare i conti con le sue frontiere. L’Italia ha deciso di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, mantenendo così una misura che, nelle intenzioni di Roma, risponde a una precisa esigenza di sicurezza ma che a Madrid viene letta come una decisione ingiustificata e politicamente grave.
La proroga è stata disposta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e comunicata alla Commissione europea e agli altri ministri dell’Interno dell’Unione. La decisione è arrivata al termine delle valutazioni del Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere, riunitosi in mattinata.
Secondo il Viminale, non sono venute meno le condizioni che avevano portato alla reintroduzione temporanea dei controlli. Restano, si legge nella motivazione, «elevati profili di rischio per la sicurezza interna», insieme alla possibilità di «infiltrazioni terroristiche».
È proprio questo il punto sul quale il governo italiano costruisce la propria difesa. Roma non presenta la misura come una scelta contro la Spagna, né come una revisione politica dei rapporti con Madrid, ma come uno strumento temporaneo legato alla valutazione della minaccia.
Una linea ribadita dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Non è un atteggiamento contro qualcuno, non è una posizione politica», ha spiegato, sottolineando che l’obiettivo resta «garantire la sicurezza interna e delle frontiere».
Il riferimento è anche alla situazione a Ceuta, territorio spagnolo sulla costa nordafricana, considerata dal governo italiano un elemento da non sottovalutare nell’attuale quadro di sicurezza. «Con la Spagna non c’è una frontiera, ci sono navi e aerei che arrivano dalla Spagna», ha osservato Tajani, sostenendo che, in una situazione definita «drammatica», sia necessario mantenere alta la vigilanza.
Per il governo, dunque, il principio della libera circolazione all’interno dello spazio Schengen non può prevalere in modo assoluto sulle esigenze di sicurezza quando le autorità ritengono che esistano rischi concreti. La questione diventa però inevitabilmente anche politica, perché la sospensione temporanea dei normali meccanismi di Schengen tocca uno dei pilastri più visibili dell’integrazione europea.
Da Madrid è arrivata infatti una reazione durissima. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha definito la decisione italiana «assurda, inutile e una vergogna», accusando Roma di mettere in discussione lo stesso significato della collaborazione tra partner europei. In effetti, è dura dargli torto.
Secondo Albares, non esisterebbe alcuna minaccia all’integrità dello spazio Schengen proveniente da Ceuta e Melilla. Il ministro spagnolo ha quindi spostato il confronto dal terreno della sicurezza a quello della responsabilità politica europea, sostenendo che Giorgia Meloni e Antonio Tajani stiano agendo più «come leader politici di partito» che come «leader europei all’altezza delle circostanze».
Lo scontro, così, non riguarda soltanto quindici giorni aggiuntivi di controlli. Sullo sfondo c’è una questione più ampia: fino a che punto gli Stati membri possono ripristinare le verifiche alle frontiere interne per ragioni di sicurezza senza indebolire il principio stesso su cui si fonda Schengen?
Roma rivendica il diritto di adottare misure precauzionali davanti a una minaccia ritenuta ancora presente. Madrid considera invece quella stessa scelta sproporzionata e dannosa per la fiducia tra governi europei.
La proroga italiana diventa così un nuovo capitolo di una tensione che mette una accanto all’altra due esigenze difficili da conciliare: la libertà di movimento, simbolo concreto dell’Europa integrata, e la richiesta crescente di protezione delle frontiere di fronte a terrorismo, immigrazione irregolare e instabilità nel Mediterraneo.
Per ora Roma sceglie la prudenza e conferma i controlli. Madrid chiede invece di tornare alla normalità. In mezzo, ancora una volta, c’è Schengen, uno dei simboli più forti dell’Europa senza frontiere e, proprio per questo, uno dei più sensibili quando la sicurezza torna a prevalere sulla libertà di circolazione.
