6 Novembre 2026, venerdì
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Cambio di passo

Una società paranoica in cui tutti temono tutti e tutti sono in competizione con tutti: questa è la società occidentale contemporanea forgiata a immagine e somiglianza del modello economico in cui siamo immersi. L'Etica della Sobrietà si propone come arma non violenta, gesto rivoluzionario del consumo critico e consapevole.

A cura di Gilberto Borzini

In Inghilterra un normale giovane sportivo ha appena acquistato una mazza da baseball per allenarsi e viene immediatamente arrestato dalla polizia per possesso di arma impropria.

C’è tensione in Gran Bretagna dove troppe persone vanno in giro armate di coltello e minacciano la comunità. Ma c’è tensione ovunque, dagli USA al Liechtenstein, perchè ovunque si manifestano frequentemente aggressioni, disagi comportamentali, episodi di follia o di rabbia che a volte trovano pretesto nel travisamento della fede, altre nel disagio economico, altre ancora in quello relazionale e affettivo, ma tensione e disagio sono ormai divenute caratteristiche strutturali delle nostre società.

Il motivo scatenante di questa conflittualità ormai permanente è solidamente definito dal modello economico a cui siamo soggetti: un modello iper competitivo, dove la precarietà impone il darwinismo sociale, dove la spinta al consumo definisce con l’insufficienza permanente le proprie disponibilità economiche, dove l’insicurezza occupazionale si accompagna al timore di un conflitto continentale e molte giovani trovano più opportuno affittarsi ed esibirsi on line piuttosto che cercare un lavoro tradizionale. Un modello economico che impone la molteplicità dei ruoli e dei generi con il fine di moltiplicare le vendite e i consumi perché due single consumano più di una coppia e occupano due appartamenti  e trascorrono molti più viaggi e soggiorni di vacanza brevi e molte più serate in locali pubblici moltiplicando i consumi. Un modello economico che sul disagio psicologico fonda il timore attraverso il quale regnare incontrastato. Un modello economico che detesta il patriarcato perché il patriarca sa dire di no, è economicamente prudente, è moralmente fastidioso e impedirebbe alle figlie di uscire di casa vestite e truccate in un certo modo: il patriarca è culturalmente antico e quindi anti economico e come tale va reso ridicolo e condannato.

La protesta diffusa

Speravamo, noi europei, che il continente che ama definirsi culla del diritto sapesse resistere politicamente all’aggressività economica statunitense, che non importasse insieme con i film anche la scarsa istruzione, l’incultura, lo stress sociale che porta alle dipendenze, la nevrosi imposta dalla distorsione economica basata sull’apparire, su una spirale narcisistica senza fine né obiettivo. Speravamo invano e l’Europa ha acquisito tutti i vizi e i difetti dagli Stati Uniti fino al punto da disperdere il proprio tessuto produttivo sull’altare delle convenienze degli azionisti, perdendo migliaia di posti di lavoro e generando nuove ondate di insicurezza e di timore.

Dalle aree dove il disagio è maggiormente manifesto, aree di scarsa integrazione o di sussidi inadatti alla dignitosa sopravvivenza, si sono avviate le proteste e le proteste si sono andate canalizzando verso forme politiche specifiche apparentemente prive di quei programmi economici che neppure i partiti rappresentati nei parlamenti posseggono ricette, ma capaci di concentrare l’attenzione e l’interesse degli afflitti, dei disagiati, degli ansiosi, degli economicamente instabili, di chi ormai individua in ogni forma dello Stato un soggetto ostile, in ogni divisa un rappresentante di quel nemico che gli ha tolto sicurezze, ruolo e dignità.

La rabbia verso l’indifferenziato e fumoso oppressore, allora, si diffonde insieme col consenso a favore dei populismi o detti tali, e la vituperata feccia diviene solida base elettorale sulla quale, per la quale e a favore della quale costruire un progetto che attribuisca nuovamente a ognuno il senso delle proporzioni, il relativo ruolo sociale, modelli relazionali e affettivi più stabili  e meno soggetti al capriccio dei sensi, utili capacità manuali e operative al posto di sudate e costosissime quanto superflue lauree brevi.

E in questo contesto l’etica della sobrietà, il consumare consapevolmente obbligando l’industria a produrre meno, a non inondare gli scaffali e i mercati di superfluo, a produrre rispettando i diritti di chi lavora, dell’ambiente e dei territori, a ridurre inquinamento e additivi.

L’etica della sobrietà diviene atto politico, persino rivoluzionario: un atto semplice di contestazione sistemica che ognuno può produrre e applicare, mano invisibile che quotidianamente combatte il sistema con le armi del sistema, senza violenza, senza rabbia esibita, con la non violenza del non acquisto.

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