6 Ottobre 2026, martedì
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La libertà addomesticata: come il sistema trasforma i cittadini in consumatori

Un cambiamento lento e quasi invisibile sta ridefinendo il concetto di libertà: dalla televisione alla sanità, il passaggio dal pubblico al privato ridisegna diritti, consumi e identità collettiva.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Giorno per giorno i diritti acquisiti vengono ridotti e i Servizi Sociali passano in mano privata. Come si riflette sulla vita di ciascuno la trasformazione sistemica del modello economico imperante?

Apparentemente è un cambiamento persino trascurabile: avviene giorno per giorno e sta modificando radicalmente le nostre quotidianità. Una sorta di mitridatizzazione, di abitudine al veleno, all’intossicazione prodotta dalla deformazione del modello economico prevalente e dalla conduzione politica della cosa pubblica che ne consegue.

L’illusione della libertà

Viviamo in una sorta di sogno, in una grande illusione. A forza di sentirci dire e ripetere che siamo liberi, abbiamo finito col percepirci tali, all’interno di un significato di libertà calato dall’alto, appreso più che vissuto.

Così, quando ci confrontiamo con i tempi del nostro agire quotidiano, con le modalità, con gli svaghi, con i consumi e con le abitudini — che sono le stesse identiche dei nostri vicini o dei nostri colleghi — potremmo anche capire che non di libertà si tratta, ma di coazione a ripetere.

E magari riteniamo che la libertà consista nel disporre di ore libere dal lavoro, di giorni liberi dal lavoro, salvo poi trovarci incolonnati insieme a migliaia di altri, impegnati a consumare il tempo liberato dal lavoro come “libertà” vuole. Come se il nostro senso di libertà dovesse necessariamente coincidere con l’utilizzo del tempo secondo regole economicamente stabilite da altri, da un sistema che è pura economia, nulla a che vedere con l’etica, tanto meno con l’umanesimo, comunque inteso.

E mentre andiamo a lavorare, o mentre andiamo in vacanza, potremmo persino soffermarci a pensare che ogni servizio di cui disponiamo, ogni consumo che produciamo, altro non è che il frutto dell’obbediente partecipazione al lavoro da parte di altre persone che, come noi, partecipano al sistema produttivo che detta tempi, regole e consumi. Ogni nostro consumo si basa, a voler essere onesti e a guardare negli occhi la realtà, sull’asservimento lavorativo di qualcun altro.

Spostamento lento

Accade allora che ciò che un tempo era offerto da un servizio pubblico dai contenuti anche interessanti — la RAI dei decenni passati — e dai costi abbordabili, sia prima divenuto più esteso con l’ingresso delle emittenti commerciali e abbia poi avviato un processo di trasformazione caratterizzato dallo svuotamento dei contenuti.

Oggi i palinsesti sono in larga misura decerebranti, mentre i contenuti potenzialmente più appetibili vengono trasferiti su piattaforme a pagamento, fruibili solo a condizione di disporre di una connessione permanente e performante a internet.

Così ciò che ieri costava 10 euro al mese di canone, oggi arriva a costarne dai 25 — oltre ai 10 che non sono scomparsi — ai 40 euro mensili, considerando i costi della fibra e degli abbonamenti ai diversi canali fruibili sul grande schermo domestico. E si intende che i prezzi attuali sono quelli ideati per attrarre il cliente, destinati inevitabilmente ad aumentare nel tempo, una volta che il servizio diventi percepito come insostituibile.

Il modello sistemico

Il passaggio da servizio pubblico dell’intrattenimento televisivo a canone calmierato a servizio privato oneroso è stato silenzioso, apparentemente naturale e ineludibile. Ma rappresenta solo l’inizio di un cambiamento sistemico e strutturale che coinvolge le nostre vite e sconvolge le consuetudini.

Lo stesso modello si ripropone oggi nei servizi sociali di maggiore interesse: la sanità e la scuola.

Ridurre al minimo essenziale il servizio pubblico per trasferire progressivamente i servizi al privato, inizialmente tramite convenzioni — abituando così il cittadino alla fruizione privata sostenuta da fondi pubblici — per poi arrivare a un’offerta pubblica sempre più debole, a favore di un servizio privato percepito come più efficiente.

Se oggi moltissimi pazienti optano per la sanità privata convenzionata, domani la carenza del servizio pubblico potrebbe rendere necessaria la sottoscrizione di polizze assicurative per accedere alle cure.

Se oggi i contenuti offerti dalla pubblica istruzione sono spesso ritenuti insufficienti ad affrontare le sfide del mondo del lavoro, domani sempre più famiglie potrebbero affidare l’istruzione dei figli a istituti privati, ritenuti più adeguati a fornire competenze spendibili in un mondo in continua evoluzione.

Spolpamento lento

Il “modello” si ripete, sempre uguale a sé stesso.

Trasferire ciò che era pubblico — e non eccessivamente oneroso, quando non gratuito — al privato, capace di generare valore dai servizi erogati, è il principio fondante.

Il cittadino diventa così sempre meno cittadino e sempre più utente, cliente, consumatore.

Definito al minimo il livello salariale o pensionistico — anche attraverso un progressivo ammorbidimento sindacale sostenuto da finanziamenti per la formazione permanente — il consumatore, per affrontare i costi dei servizi privatizzati, sarà spinto ad assicurarsi, sostenendo ulteriori spese, oppure, nei casi peggiori, a ricorrere a prestiti e finanziamenti per accedere a servizi essenziali come la salute o l’istruzione dei figli.

Il capitalismo, del resto, consiste nel creare valore non solo dalla produzione di beni e servizi, ma dal valore stesso, come dimostrano le dinamiche della finanza.

In un sistema simile, la “cittadinanza” di matrice illuminista — nella quale siamo stati educati a credere — tende a dissolversi. Al suo posto emerge un esercito di clienti, a cui vendere consumi, stili di vita, aspettative, svaghi, intrattenimento, speranze e opportunità.

Un sistema che, per funzionare, necessita di mantenere gli individui in una condizione di bisogno e precarietà, così da rafforzarne la dipendenza e ridurre gli spazi di contestazione, fino a minacciare l’esclusione sociale per chi non si adegua.

E tutto questo prende il nome di libertà.

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