14 Ottobre 2026, mercoledì
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Appalti pilotati e “tesoretti” hi-tech: l’ombra della corruzione su scuole e università tra Sicilia e Campania

La Procura europea chiede l’arresto per 16 tra docenti, ricercatori e manager: con i fondi Ue – anche del Pnrr – avrebbero favorito società informatiche in cambio di dispositivi elettronici e buoni spesa. L’inchiesta partita dalla scuola Falcone dello Zen di Palermo.

Avrebbero orientato gare e affidamenti pubblici dall’interno degli atenei e degli istituti in cui insegnavano, piegando la funzione educativa a interessi privati. In cambio, secondo l’accusa, non tangenti in contanti ma veri e propri “tesoretti” tecnologici: smartphone di ultima generazione, computer, smart tv, stampanti, perfino buoni spesa. È lo scenario delineato dalla Procura europea, l’European Public Prosecutor’s Office (Eppo), che ha chiesto l’arresto di 16 persone tra docenti universitari, ricercatori, insegnanti e manager di aziende informatiche, attivi tra Sicilia e Campania.

L’ipotesi investigativa è quella di un sistema rodato: professori e funzionari pubblici avrebbero indirizzato le procedure di acquisto di beni e servizi digitali verso specifiche società, garantendo loro commesse finanziate anche con fondi europei. In cambio, avrebbero ricevuto benefici personali sotto forma di dispositivi elettronici e altri beni di consumo.

Le accuse: corruzione e turbativa d’asta

Per i docenti universitari e i ricercatori coinvolti, l’Eppo ipotizza i reati di corruzione propria – l’omissione o il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio – e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. In sostanza, secondo gli inquirenti europei, le decisioni sugli acquisti non sarebbero state guidate dall’interesse pubblico o dalla convenienza economica, ma da un patto occulto con fornitori “amici”.

Il meccanismo, sempre stando all’accusa, prevedeva una sorta di retrocessione indiretta: una parte dei profitti generati dagli affidamenti sarebbe tornata ai promotori interni sotto forma di beni tecnologici destinati all’uso personale o a familiari e conoscenti. Non valigette di denaro, ma iPhone di fascia alta, pc, televisori intelligenti, stampanti e voucher per la spesa.

Dalla scuola dello Zen all’università: l’origine dell’inchiesta

Il procedimento affonda le radici in un’inchiesta avviata nel 2023 a Palermo, che aveva già portato agli arresti domiciliari Daniela Lo Verde, dirigente della scuola Falcone nel quartiere Zen, il suo vice e una dipendente della società R-Store spa, Alessandra Conigliaro.

Secondo l’impianto accusatorio, la dirigente avrebbe gestito in modo illecito sia le forniture alimentari per la mensa sia i fondi europei destinati all’istituto per l’acquisto di strumenti informatici. In particolare, avrebbe orientato l’utilizzo dei finanziamenti Ue verso il punto vendita riconducibile alla dipendente coinvolta, ottenendo in cambio dispositivi elettronici per sé e per i propri familiari.

Le dichiarazioni rese da Conigliaro agli inquirenti avrebbero poi allargato il perimetro dell’indagine. Da un singolo istituto scolastico del capoluogo siciliano, il filone investigativo si sarebbe esteso a facoltà universitarie e ad altre scuole, fino a coinvolgere realtà accademiche anche nell’area napoletana.

I fondi Pnrr e la “politica commerciale” aggressiva

Al centro della vicenda ci sono anche le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr, che ha destinato al mondo dell’istruzione ingenti fondi per la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica. Una massa di finanziamenti che, secondo la Procura europea, avrebbe attirato l’interesse di alcune aziende del settore informatico.

Nelle carte dell’accusa si parla di una “politica commerciale” iperaggressiva da parte della società coinvolta, descritta come costantemente alla ricerca di profitto e attratta dalle opportunità offerte dai fondi europei. Il passaggio dall’aggressività commerciale all’illecito, nella ricostruzione degli investigatori, sarebbe avvenuto grazie al ruolo decisivo di docenti e ricercatori interni alle istituzioni: figure in grado di incidere sulle scelte di acquisto e di “imporre” forniture, in cambio di vantaggi personali.

Il risultato, se le accuse troveranno conferma in sede processuale, sarebbe un sistema capace di drenare risorse destinate alla scuola e all’università pubblica, piegandole a interessi privati e minando la trasparenza delle procedure.

La posta in gioco: fiducia e legalità

L’inchiesta dell’Eppo riporta al centro un nodo cruciale: la gestione dei fondi europei in una fase storica in cui l’Italia è tra i principali beneficiari delle risorse comunitarie. Le misure cautelari richieste rappresentano solo il primo passaggio di un procedimento che dovrà ora confrontarsi con il vaglio del giudice e con il principio di presunzione di innocenza.

Ma il dato politico e istituzionale è già evidente: laddove la digitalizzazione avrebbe dovuto rafforzare la qualità dell’offerta formativa, l’accusa ipotizza invece un cortocircuito tra interesse pubblico e vantaggi privati. Un intreccio che, se accertato, rischia di compromettere non solo bilanci e appalti, ma la credibilità stessa delle istituzioni educative.

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