La discussione sulla riforma del reato di violenza sessuale torna a incendiarsi nei palazzi della politica. Dopo l’approvazione unanime alla Camera del disegno di legge che aggiorna la normativa e introduce una definizione più stringente del consenso, il testo si è arenato in Senato tra richieste di approfondimento, timori di interpretazioni troppo elastiche e accuse di rallentamento.
A riaccendere il dibattito è stato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha richiamato con forza la necessità di un lavoro tecnico e prudente su una norma che tocca il cuore stesso del Codice penale. Il nodo è la consapevolezza del consenso o del dissenso, un elemento soggettivo che determina la qualificazione del reato. Intervenire su questi aspetti, spiega Nordio, richiede precisione chirurgica. Ogni parola, ogni inciso, deve essere calibrato per evitare che l’applicazione della legge generi interpretazioni “eccentriche”, capaci di svuotare la norma o di renderla impraticabile.
Nordio invita dunque a non lasciarsi guidare dall’emotività né da slanci approssimativi. La materia è delicatissima, e un ritocco maldestro agli equilibri del Codice penale rischierebbe di produrre più incertezza che tutela.
Sulla stessa linea, pur da una posizione istituzionale diversa, interviene la presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno. La senatrice, investita del compito di esaminare il testo, respinge ogni sospetto di ostruzionismo. La norma, ricorda, è arrivata in Commissione soltanto martedì. Prima di procedere servono analisi, audizioni, il contributo di giuristi ed esperti che possano valutare la formulazione e verificare eventuali criticità applicative. Per Bongiorno si tratta di un passaggio necessario, non di una manovra dilatoria: accelerare senza riflettere potrebbe rivelarsi controproducente.
A irrigidire il fronte politico è invece la voce del vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, che definisce la nuova definizione di consenso un principio “condivisibile”, ma pericolosamente indeterminato nella sua attuale formulazione. Secondo Salvini, una norma che concede ampia discrezionalità nell’interpretazione rischia di appesantire ulteriormente i tribunali e di accendere conflitti, anziché ridurre episodi di violenza. Il timore del leader leghista è che un concetto di “consenso preliminare, informato e attuale” troppo sfumato possa prestarsi a denunce strumentali, alimentate da rancori personali, tanto da parte delle donne quanto degli uomini.
Salvini rivendica inoltre il ruolo della stessa Bongiorno, figura che conosce a fondo la materia per la sua esperienza professionale al fianco di molte vittime di violenze e molestie. Un modo per sottolineare che la richiesta di rivedere il testo non nasce da pregiudizi politici ma da valutazioni tecniche e dalla volontà di rendere la legge realmente efficace.
Il percorso del ddl in Senato si preannuncia dunque complesso. Da un lato l’urgenza, condivisa da tutte le forze politiche, di rafforzare gli strumenti di tutela contro la violenza sessuale; dall’altro il timore che un dispositivo giuridico impreciso possa generare più problemi di quanti ne risolva. Nel mezzo, la sfida di tradurre un principio etico universale – l’importanza del consenso – in una norma chiara, applicabile e immune da abusi interpretativi.
Il confronto nelle prossime settimane sarà decisivo per capire se il Parlamento riuscirà a trovare un equilibrio tra la necessità di protezione delle vittime e l’esigenza di garantire un impianto giuridico solido, capace di reggere alla prova dei casi concreti. In gioco non c’è soltanto una definizione giuridica: c’è la credibilità dell’intero sistema penale nel contrasto a una delle violenze più diffuse e più difficili da perseguire.
