7 Ottobre 2026, mercoledì
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Shoah, scontro sulla memoria: il Memoriale di Milano accusa Roccella di “falso storico”

La fondazione che custodisce la memoria della deportazione degli ebrei italiani reagisce duramente alle dichiarazioni del ministro sulla "strumentalizzazione politica" delle visite nei campi di concentramento. “Parole gravi che sviliscono il valore civile ed educativo del ricordo”

MILANO – La memoria non è neutra, ma nemmeno proprietà esclusiva di una parte politica. È su questo crinale delicato che si consuma il duro confronto tra la Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. Oggetto della polemica sono le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dalla ministra in merito alle visite nei campi di sterminio nazisti, definite in alcuni casi “gite di parte”, interpretate come strumenti di un’educazione alla memoria ideologicamente orientata.

Un’affermazione che ha provocato l’immediata e ferma reazione del Memoriale, uno dei luoghi simbolo della memoria della deportazione in Italia, sorto proprio nel luogo – il Binario 21 della Stazione Centrale – da cui partirono decine di convogli diretti ad Auschwitz, Mauthausen e altri lager.

“Dipingere la visita a questi luoghi come frutto di un disegno politico di parte limita, prima di tutto, la memoria delle vittime e rappresenta un falso storico”, ha dichiarato la Fondazione in una nota ufficiale, senza mezzi termini.

Il cuore della contestazione: la neutralità della memoria

La critica si inserisce in un contesto più ampio, dove da tempo si discute sul rischio di “normalizzazione” o, peggio, di “relativizzazione” della Shoah nel dibattito pubblico. Secondo la Fondazione, insinuare che le visite nei campi siano state utilizzate per finalità politiche è non solo un grave errore interpretativo, ma anche un atto che rischia di svuotare di significato uno dei più profondi percorsi educativi costruiti in Italia nel secondo dopoguerra.

Il Memoriale sottolinea come centinaia di migliaia di studenti italiani abbiano partecipato, negli anni, a percorsi di conoscenza e riflessione promossi da scuole, associazioni, istituzioni locali e nazionali, con l’obiettivo di trasmettere non solo la conoscenza storica, ma anche il senso civico e la consapevolezza democratica che scaturisce dal confronto diretto con l’abisso della disumanizzazione.

“Sapere che negli anni centinaia di migliaia di studenti hanno visitato questo luogo e che molti di loro ne hanno colto il significato diventando testimoni attivi, rafforza la nostra missione”, si legge nella nota, che rivendica con forza il valore universale di quell’esperienza, e non certo la sua appartenenza a una parte politica.

Una polemica che riapre vecchie fratture

Le parole della ministra Roccella, pur inserite in un contesto più ampio di riflessione sul modo in cui si trasmette la memoria storica alle giovani generazioni, hanno toccato un nervo scoperto. L’accusa di “strumentalizzazione” delle visite nei lager, anche se non espressa in termini frontali, ha evocato lo spettro di un revisionismo strisciante che da tempo agita il dibattito italiano.

Non è la prima volta che il tema della memoria della Shoah viene investito da polemiche di carattere politico. Già in passato, esponenti della destra italiana avevano contestato l’impostazione di certi percorsi educativi, ritenendoli sbilanciati o ideologizzati. Tuttavia, mai prima d’ora una ministra in carica aveva messo pubblicamente in discussione la neutralità pedagogica di quelle esperienze.

Il riferimento alle “gite” nei campi, in particolare, è stato vissuto come una minimizzazione, se non una banalizzazione, del valore formativo ed etico di quelle visite, spesso vissute dagli studenti – e dai docenti – come autentici passaggi di coscienza.

Il ruolo del Memoriale: un presidio contro l’oblio

Il Memoriale della Shoah di Milano non è solo un luogo della memoria. È un archivio vivente, uno spazio di formazione, un presidio culturale dove la storia si incarna nelle testimonianze, nei documenti, nelle pietre. Inaugurato nel 2013, dopo un lungo e difficile percorso progettuale, sorge proprio nel cuore della città, dove l’Italia fascista collaborava attivamente con i nazisti nella deportazione degli ebrei.

Dal Binario 21 partirono tra il 1943 e il 1945 almeno venti convogli diretti verso i campi di concentramento e sterminio, in particolare Auschwitz-Birkenau. Tra i deportati, anche Liliana Segre, oggi senatrice a vita, che da anni richiama con forza alla responsabilità civile della memoria.

Ogni anno, migliaia di studenti visitano il Memoriale, partecipando a percorsi guidati, incontri con i testimoni, laboratori storici. La Fondazione, presieduta da Roberto Jarach, ha sempre mantenuto un approccio rigoroso e apartitico, centrato sulla trasmissione storica e valoriale dei fatti, e sul dialogo intergenerazionale.

Una questione che interroga la politica e la società

Le parole della ministra Roccella non hanno suscitato solo la reazione del Memoriale. Diverse personalità del mondo della cultura, dell’associazionismo e della scuola hanno espresso preoccupazione per quella che appare come una frattura tra istituzioni e luoghi della memoria.

Il rischio, sostengono in molti, è quello di alimentare una visione competitiva e divisiva del passato, quando invece la Shoah – proprio per la sua unicità e radicalità – dovrebbe essere terreno di incontro e di convergenza morale, non di contesa ideologica.

La memoria della Shoah, ha ricordato più volte la senatrice Segre, non è un museo da contemplare, ma un’eredità viva da coltivare. Soprattutto in un momento storico in cui i segnali di antisemitismo – anche in Europa e in Italia – non mancano, e il negazionismo trova nuove forme di diffusione, anche sottili e travestite da legittime opinioni.

Un invito alla responsabilità della memoria

La polemica tra la ministra Roccella e il Memoriale della Shoah di Milano, al di là della contingenza, solleva un nodo cruciale per la democrazia italiana: quello della gestione pubblica del ricordo, e del ruolo delle istituzioni nella tutela della memoria condivisa.

In un tempo in cui la verità storica viene spesso relativizzata, e in cui la polarizzazione politica rischia di inquinare anche le questioni fondamentali della convivenza civile, appare quanto mai urgente riaffermare che la memoria della Shoah non appartiene a una parte, ma a tutta la società. È il fondamento stesso della nostra identità democratica e repubblicana.

Per questo, ogni parola che la riguarda – soprattutto da parte di chi riveste cariche pubbliche – richiede misura, consapevolezza e responsabilità. La storia non è un’opinione. E la memoria, se diventa bersaglio, rischia di non essere più un ponte tra le generazioni, ma un campo di battaglia sterile.

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