5 Ottobre 2026, lunedì
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Gaza, tregua fragile e ritorno a casa: 300mila sfollati rientrano mentre si apre il varco per gli aiuti

In corso l’attuazione dell’intesa internazionale per il cessate il fuoco. Mentre i camion carichi di aiuti umanitari attraversano i valichi, si intensificano i negoziati per la liberazione degli ostaggi e si delinea il futuro politico della Striscia. Atteso lunedì un vertice in Egitto con la presenza di Trump e Macron.

Gaza — Una tregua ancora fragile, ma già carica di conseguenze tangibili. Dopo settimane di combattimenti e bombardamenti, l’accordo per il cessate il fuoco sta cominciando a tradursi in azioni concrete: oltre 300mila sfollati hanno fatto ritorno a Gaza City, secondo quanto riferito dalla protezione civile locale, e centinaia di camion con aiuti umanitari hanno cominciato ad attraversare i valichi d’ingresso verso la Striscia, nonostante molte delle principali vie di accesso restino chiuse o parzialmente operative.

A pochi giorni dall’annuncio dell’intesa tra Israele e Hamas, mediata da Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia, la situazione sul terreno resta incerta. Gli scontri non si sono del tutto fermati: fonti mediche, citate dall’agenzia palestinese Wafa, denunciano la morte di almeno 19 persone in attacchi aerei israeliani avvenuti durante la tregua. Un segnale che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la realtà del cessate il fuoco è ancora ben lontana da una piena attuazione.

La macchina degli aiuti: flusso in movimento ma ancora insufficiente

Secondo il Cogat — l’ente del Ministero della Difesa israeliano che gestisce il coordinamento delle operazioni civili nei territori palestinesi — solo nella giornata di venerdì sono entrati oltre 500 camion carichi di generi alimentari, medicinali, acqua e carburante. Un primo sollievo per una popolazione stremata da mesi di conflitto e da una crisi umanitaria che ha raggiunto livelli drammatici. Tuttavia, il numero è ancora ben al di sotto delle reali necessità.

“Un cessate il fuoco da solo non basta”, ha dichiarato Tess Ingram, portavoce dell’Unicef, parlando dal centro di Gaza all’agenzia Associated Press. “Sì, si spera che fermi l’uccisione e il ferimento di bambini, ma è anche necessario garantire un’ondata di aiuti umanitari che inizi a far fronte agli enormi danni causati negli ultimi due anni”.

L’Unicef ha annunciato di avere pronti 1.300 camion di aiuti, parte di un contingente ben più ampio di circa 170.000 tonnellate di materiali accumulati nei Paesi vicini in attesa del via libera da parte israeliana. L’emergenza alimentare è ancora acuta in vaste aree della Striscia: la carestia è tecnicamente ancora in corso e l’accesso al cibo resta incerto, in particolare nel nord di Gaza, dove le infrastrutture sono state gravemente danneggiate.

La questione ostaggi: trattative serrate nelle prossime ore

Al centro dei negoziati internazionali, e della delicata gestione della tregua, rimane la questione del rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas. Secondo una fonte della CNN, la liberazione di almeno una parte dei prigionieri potrebbe avvenire tra la notte di domenica e le prime ore di lunedì, come gesto di “buona volontà” all’interno dell’intesa multilaterale.

L’attesa è alta anche in Israele, dove l’opinione pubblica resta fortemente concentrata sul destino degli ostaggi. Lunedì è previsto l’arrivo del presidente statunitense Donald Trump, che incontrerà i familiari dei rapiti e terrà un intervento alla Knesset, il parlamento israeliano, prima di volare al Cairo per partecipare alla cerimonia di firma ufficiale dell’accordo di pace.

Macron atteso in Egitto: il fronte diplomatico si allarga

Anche il presidente francese Emmanuel Macron sarà presente in Egitto lunedì. Secondo quanto riportato da Bfmtv citando fonti dell’Eliseo, il leader francese intende esprimere “pieno sostegno all’attuazione dell’accordo” raggiunto grazie all’intermediazione del presidente Trump, del Qatar, dell’Egitto e della Turchia. Si tratta della prima fase di un piano più ampio, che punta alla stabilizzazione duratura della Striscia, al disarmo controllato delle milizie e al ripristino stabile dei flussi umanitari.

Hamas: niente disarmo, né tutela straniera

Nel frattempo, Hamas chiarisce le sue posizioni attraverso le dichiarazioni di uno dei suoi leader politici. In un’intervista rilasciata da Basem Naim, esponente di primo piano del movimento islamista, viene esclusa l’ipotesi di un disarmo totale della milizia. Hamas, ha spiegato Naim, non intende rinunciare alla sua ala armata, ma è pronta a integrarla in una “struttura militare palestinese unificata”, lasciando intravedere la possibilità di una transizione verso un modello di tipo istituzionale.

Non solo: secondo fonti giornalistiche israeliane, sia Hamas sia altri gruppi armati operanti nella Striscia, tra cui la Jihad Islamica, respingono l’idea che un organismo straniero possa assumere il controllo di Gaza nel periodo post-bellico. Nessuna forza internazionale di interposizione, nessuna amministrazione provvisoria: i movimenti palestinesi insistono sulla piena sovranità locale, anche a costo di prolungare l’instabilità.

Il ruolo degli Stati Uniti: smentita l’ipotesi dell’invio di truppe

Nelle stesse ore, l’ammiraglio statunitense Brad Cooper ha smentito le voci — inizialmente riportate da alcuni media internazionali — riguardo l’invio di circa 200 soldati americani in Israele con funzioni di monitoraggio. “Nessuna truppa è stata dispiegata per seguire la tregua sul campo”, ha dichiarato Cooper, precisando che gli Stati Uniti continueranno a svolgere un ruolo diplomatico e logistico nella gestione della crisi.

Verso un accordo storico, ma tutto ancora da costruire

Il vertice previsto lunedì al Cairo sarà il primo banco di prova per l’intesa faticosamente raggiunta. Nonostante l’enfasi posta dagli attori coinvolti — Washington, Doha, Il Cairo, Ankara e ora anche Parigi — restano molteplici incognite su come il piano potrà essere implementato in concreto.

La liberazione degli ostaggi, la gestione della sicurezza nella Striscia, la ricostruzione infrastrutturale, la distribuzione degli aiuti e il ruolo delle fazioni armate palestinesi sono tutti tasselli di un mosaico ancora incompleto. Nessuno, tra gli osservatori internazionali, si illude che l’accordo rappresenti la soluzione definitiva al conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, la tregua in corso e i negoziati diplomatici in atto rappresentano, per la prima volta dopo mesi di escalation, un’opportunità concreta per contenere la violenza e aprire uno spazio di dialogo.

Un cessate il fuoco, ha detto qualcuno, è solo l’inizio. Ma in questo contesto, è già molto.

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