22 Ottobre 2026, giovedì
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Zan (Pd): “La Cassazione smonta il modello Albania della Meloni. È una violazione della Costituzione”

Il responsabile Diritti del Partito Democratico commenta la sentenza della Suprema Corte sul trattenimento illegittimo di un uomo nel Cpr di Bari: “Una prova che i principi dello Stato di diritto vengono calpestati. Il piano del governo è fuori dalla legalità costituzionale”

ROMA – Un colpo durissimo alla tenuta giuridica del cosiddetto “modello Albania”, il protocollo tanto voluto dal governo Meloni per la gestione dei migranti, arriva direttamente dalla Corte di Cassazione. E a esultare – in termini politici – è Alessandro Zan, europarlamentare del Partito Democratico e responsabile Diritti nella segreteria nazionale del partito, che parla senza mezzi termini di un “ennesimo smottamento del castello di propaganda eretto da Giorgia Meloni”.

“La pronuncia della Cassazione – afferma Zan – smonta pezzo dopo pezzo il modello Albania. Trattenere una persona senza convalida significa violare i principi più elementari dello Stato di diritto”. Parole nette, che si accompagnano a una critica di fondo all’intero impianto giuridico e politico che sostiene il trasferimento e la detenzione dei migranti nei centri per il rimpatrio (Cpr), sia sul territorio nazionale che all’estero.

La sentenza della Cassazione: sei articoli della Costituzione violati

La sentenza che ha riacceso il dibattito politico arriva dalla Corte di Cassazione, che ha rilevato la violazione di ben sei articoli della Costituzione italiana nel caso specifico di un cittadino straniero trattenuto nel Cpr di Bari. L’uomo era stato trasferito lì dopo che il suo trattenimento non era stato convalidato dalle autorità albanesi, come previsto dalle procedure in caso di migranti trasferiti in attesa di rimpatrio.

Secondo la Corte, questo mancato passaggio formale non è un dettaglio burocratico, ma una violazione grave dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Vengono messi in discussione principi fondamentali come il diritto alla libertà personale, il controllo giurisdizionale su ogni forma di privazione della libertà, e il rispetto delle garanzie minime previste per chi si trovi in stato di detenzione, anche temporanea.

Una presa di posizione che non si limita al caso singolo, ma apre interrogativi su tutto l’assetto normativo e operativo del “modello Albania”, ovvero l’intesa tra Italia e Albania che prevede la gestione di parte dei migranti intercettati in mare in strutture extraterritoriali.

Zan: “I Cpr sono zone franche dai diritti”

La reazione di Zan è durissima e punta il dito direttamente contro l’impostazione ideologica del governo Meloni in materia di immigrazione. “Questo governo vuole trasformare i Cpr in zone franche dai diritti, dove la Costituzione non arriva”, accusa l’esponente dem, che da tempo si batte per una revisione profonda dell’attuale sistema detentivo legato all’immigrazione.

“Le sentenze come questa – prosegue Zan – certificano ciò che denunciamo da mesi: la propaganda del governo non solo è disumana, ma è anche illegale. La Corte di Cassazione ci dice, nero su bianco, che i principi fondamentali della nostra Repubblica sono stati calpestati”.

Un modello sotto accusa: cosa prevede l’accordo con l’Albania

L’intesa Italia-Albania, sottoscritta nel novembre 2023 e più volte rivendicata come “modello di efficacia” dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, prevede che alcuni migranti salvati in mare da navi italiane vengano trasferiti in centri di detenzione realizzati sul territorio albanese, sotto giurisdizione italiana.

La premier lo ha definito “un modello di cooperazione internazionale che può ispirare altri paesi europei”, ma la sua applicazione concreta ha sollevato più di una perplessità, sia sul piano operativo che su quello legale. La mancanza di garanzie effettive per le persone trattenute, la complessità dei controlli giurisdizionali a distanza, e il rischio di eludere il pieno rispetto delle garanzie costituzionali italiane sono solo alcune delle criticità sollevate da giuristi, ong e opposizioni politiche.

Ora, con la pronuncia della Cassazione, questi dubbi assumono il peso di un verdetto istituzionale. E diventano un precedente rilevante per chi contesta l’intero impianto del “modello Albania”.

Il confronto politico: la Costituzione al centro

La sentenza della Cassazione riporta il confronto politico sul terreno dei diritti costituzionali, un fronte su cui l’opposizione – e in particolare il Partito Democratico – sembra voler concentrare la sua azione nelle prossime settimane.

“Chi governa non può pensare di piegare le regole in nome del consenso facile o della propaganda securitaria – sottolinea Zan –. La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, ma il fondamento su cui si costruisce una società giusta e democratica”.

Il governo, dal canto suo, non ha ancora reagito ufficialmente alla sentenza. Ma è prevedibile che nei prossimi giorni il tema tornerà con forza nel dibattito parlamentare e sui tavoli della politica nazionale, anche in vista della nuova sessione autunnale che si preannuncia densa di tensioni, sia sul fronte dei diritti civili che su quello della gestione dell’immigrazione.

Conclusione: una crepa nella narrazione sovranista

La decisione della Corte di Cassazione rappresenta un elemento di rottura importante nella narrazione sovranista che il governo ha cercato di consolidare in questi mesi: quella di un’Italia che, grazie alla fermezza dell’esecutivo, ha finalmente ripreso il controllo dei suoi confini e della sua sovranità.

Ma quando il principio di legalità entra in collisione con la costruzione politica del consenso, le crepe si fanno visibili. E allora non basta la retorica del “modello alternativo” o la promessa di “zero sbarchi”: servono risposte coerenti con i principi fondamentali dell’ordinamento democratico.

Per Alessandro Zan, questa sentenza segna un punto di svolta. “La Corte ha parlato. Ora il governo dovrà spiegare se intende proseguire su una strada che la nostra Costituzione non riconosce.”

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