22 Ottobre 2026, giovedì
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Trump torna all’attacco: “Dazi all’UE per la multa a Google”. E il Pentagono cambia nome: sarà il “Dipartimento della Guerra”

Il tycoon non rinuncia alla linea dura. Minacce commerciali contro l’Europa e retorica muscolare sul fronte militare. Silicon Valley avvisata: chi non investe in America, pagherà. Ma Apple è salva.

WASHINGTON – Donald Trump non perde il gusto per il confronto diretto e lo dimostra ancora una volta con un doppio affondo che ha già sollevato onde d’urto ben oltre l’Atlantico. Da una parte, il presidente statunitense rilancia la minaccia di nuovi dazi contro l’Unione Europea, colpevole – a suo dire – di aver punito ingiustamente Google con una maxi-multa. Dall’altra, annuncia una svolta simbolica ma eloquente: il Pentagono tornerà a chiamarsi “Dipartimento della Guerra”, un nome che negli Stati Uniti non si sentiva più da quasi ottant’anni.

Nel mezzo, un incontro ad alta tensione alla Casa Bianca con i vertici delle principali aziende tecnologiche americane: tra gli invitati Tim Cook (Apple), Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Meta) e Safra Catz (Oracle). È in quel contesto che Trump ha delineato la nuova fase della sua politica industriale, puntando il dito contro le aziende che continuano a produrre semiconduttori all’estero e promettendo, al tempo stesso, protezione per chi – come Apple – investe sul suolo americano.

Dazi in arrivo? La reazione alla multa UE contro Google

Il casus belli è la recente decisione della Commissione Europea di infliggere una pesante sanzione a Google per pratiche anticoncorrenziali, l’ennesima di una lunga serie negli ultimi anni. Per Trump, però, si tratta di un attacco frontale agli interessi americani, orchestrato da Bruxelles per colpire le Big Tech statunitensi.

“La UE si arricchisce multando le nostre aziende più innovative. Ma ora basta: se pensano di approfittarsene, risponderemo con dazi molto severi”, avrebbe dichiarato Trump, secondo fonti vicine alla Casa Bianca.

Non è la prima volta che l’ex presidente (oggi di nuovo candidato con forza per un secondo mandato) minaccia ritorsioni commerciali nei confronti dell’Europa. Già nel suo primo quadriennio aveva flirtato con l’idea di imporre tariffe su auto tedesche e prodotti francesi, salvo poi fermarsi prima di una vera escalation. Ora però il tono si è fatto nuovamente bellicoso, e l’eventualità di misure concrete appare più vicina.

Silicon Valley sotto pressione, ma Apple è “salva”

Durante l’incontro alla Casa Bianca, Trump ha lanciato un messaggio inequivocabile alle multinazionali tecnologiche: chi produce all’estero pagherà dazio. Letteralmente.

Nel mirino ci sono in particolare le aziende che continuano ad affidarsi a fornitori asiatici per la produzione di semiconduttori, settore strategico e sempre più sensibile nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

“Sono pronti dazi piuttosto consistenti per chi non riporta la produzione in America”, ha detto il presidente. Ma, come spesso accade con Trump, c’è l’eccezione: Apple. Il colosso di Cupertino, guidato da Tim Cook, è stato esplicitamente escluso dal pacchetto punitivo, perché ritenuto “un esempio virtuoso” per i suoi investimenti sul territorio americano.

Cook, presente all’incontro, ha ricevuto parole di elogio personale da parte del presidente, a dimostrazione che il rapporto privilegiato tra i due – già consolidato negli anni precedenti – è tutt’altro che tramontato.

Il ritorno del “Dipartimento della Guerra”: una scelta carica di simboli

Ma il passaggio che più colpisce sul piano simbolico è quello legato al Pentagono, destinato – secondo l’annuncio di Trump – a perdere l’attuale denominazione di “Dipartimento della Difesa” per tornare a chiamarsi “Dipartimento della Guerra”.

Una mossa che, di per sé, non ha effetti immediati sull’apparato militare, ma che assume un significato politico e comunicativo ben preciso. La definizione di “Department of War” era stata abbandonata nel 1947, in pieno dopoguerra, con la volontà di marcare una discontinuità rispetto alla retorica bellicista. La sostituzione con “Department of Defense” era parte di una riforma istituzionale che mirava a dare agli Stati Uniti una postura più diplomatica e multilaterale.

Oggi, Trump ribalta quella narrazione. Dietro il cambio di nome non c’è solo nostalgia per un passato più diretto e meno cerimonioso: c’è l’idea di un’America che non si giustifica più per il suo potere militare, ma lo rivendica apertamente.

Il nuovo capo del Pentagono, Pete Hegseth, commentatore conservatore e veterano, sarà dunque – se l’ordine esecutivo verrà firmato come previsto – il primo “Segretario della Guerra” degli Stati Uniti dal secondo dopoguerra.

L’asse America First: tecnologia, industria, difesa

Nel complesso, le mosse di Trump disegnano un ritorno deciso alla dottrina “America First” che ha caratterizzato il suo primo mandato: protezionismo economico, promozione dell’industria nazionale, e una politica estera più assertiva, se non apertamente muscolare.

In questo schema, la Silicon Valley diventa contemporaneamente bersaglio e alleata: chi investe negli Stati Uniti viene premiato, chi resta all’estero rischia l’isolamento o la punizione fiscale. L’Europa, invece, viene trattata più come un concorrente da contenere che come un alleato strategico. E sul fronte della difesa, l’idea non è più quella di “proteggere”, ma di “combattere” – quantomeno nella scelta delle parole.

Un lessico e una postura che piaceranno alla base elettorale trumpiana, sensibile ai temi dell’identità nazionale e della sovranità industriale. Ma che rischiano di aprire un nuovo fronte diplomatico, proprio nel momento in cui i rapporti transatlantici sembravano essersi parzialmente ricomposti.

Le reazioni: Europa cauta, le Big Tech in silenzio

Per ora, da Bruxelles non è arrivata una risposta ufficiale alle minacce del presidente statunitense. Le istituzioni europee mantengono un profilo cauto, consapevoli che la campagna elettorale americana è entrata nella sua fase più calda, e che alcune uscite vanno inquadrate anche in chiave interna.

Le aziende tecnologiche presenti all’incontro con Trump, invece, non hanno rilasciato commenti pubblici. Un silenzio eloquente, che riflette da un lato la necessità di non inimicarsi l’attuale amministrazione, dall’altro la prudenza nel gestire un presidente che – anche fuori dagli schemi – continua a dettare l’agenda.

Conclusione: più che un ritorno, un’accelerazione

Con queste nuove dichiarazioni, Donald Trump non si limita a riportare indietro le lancette della politica americana: al contrario, accelera verso una visione dell’America come potenza economica e militare che agisce senza troppe mediazioni.

Dazi contro l’Europa, pressioni sulla Silicon Valley, e una retorica militare che non teme più la parola “guerra”. Il messaggio è chiaro: l’America che Trump vuole guidare è meno diplomatica, più diretta, più dura. Resta da vedere quanto questa visione riuscirà a reggere nel confronto con il mondo reale, fatto di alleanze complesse, catene di fornitura globali e sfide tecnologiche condivise.

Ma se l’obiettivo era far parlare di sé, ancora una volta, Trump l’ha centrato in pieno.

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