A cura di Daniele Cappa
C’è chi lo vede come un movimento di resistenza, chi come un regime autoritario, chi come un’organizzazione terroristica. Hamas è tutto questo, e insieme qualcosa di più complesso. Per i palestinesi – soprattutto quelli che vivono nella Striscia di Gaza – non è soltanto una sigla, ma una presenza quotidiana: governa, amministra, distribuisce servizi, impone regole. E, allo stesso tempo, mantiene un’ala militare che combatte Israele con razzi e tunnel sotterranei.
Le origini: dalla Fratellanza Musulmana alla Prima Intifada
Hamas nasce nel 1987, all’alba della Prima Intifada, come ramo palestinese della Fratellanza Musulmana. Il nome, Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, significa “Movimento di Resistenza Islamica”. La sua missione iniziale era duplice: da un lato, combattere l’occupazione israeliana; dall’altro, promuovere un modello di società ispirato all’Islam politico.
A differenza di altri movimenti palestinesi, Hamas fin dall’inizio unisce militanza armata e attività sociali. Non si limita a organizzare proteste o attentati: costruisce scuole, ospedali, centri di assistenza per i più poveri. Questo approccio “a due binari” gli consente di conquistare consensi in una popolazione stremata, soprattutto laddove l’Autorità Nazionale Palestinese appare distante, inefficiente o corrotta.
La vittoria elettorale e la frattura con Fatah
Il momento di svolta arriva nel 2006. Hamas decide di partecipare alle elezioni legislative palestinesi, in molti pensavano solo per testimonianza. Invece conquista la maggioranza assoluta dei seggi. È un terremoto politico: per la prima volta un movimento islamista, nato come gruppo di resistenza, ottiene il mandato di governare.
La coabitazione con Fatah, il partito laico e nazionalista che guida l’Autorità Palestinese, dura poco. Nel 2007 esplode uno scontro fratricida che in pochi mesi trasforma la geografia politica palestinese: Hamas prende il controllo della Striscia di Gaza, Fatah resta in Cisgiordania. Da allora, due governi paralleli incarnano una Palestina divisa non solo territorialmente, ma anche ideologicamente.
Hamas e la vita quotidiana a Gaza
Per i 2,3 milioni di abitanti della Striscia, Hamas è un attore totalizzante. Gestisce le scuole pubbliche, la polizia, i tribunali. Supervisiona le cliniche, organizza distribuzioni alimentari, offre sostegno ai più bisognosi. Per molti, rappresenta una rete di protezione in un territorio segnato da povertà estrema, disoccupazione e isolamento.
Ma c’è anche l’altra faccia: quella di un governo autoritario, che non tollera il dissenso. Le proteste popolari contro il carovita o contro le condizioni di vita vengono regolarmente represse con arresti e intimidazioni. La libertà di stampa è limitata, i partiti di opposizione ridotti al silenzio. Chi critica Hamas rischia conseguenze pesanti.
Perché la popolazione non lo rovescia
La domanda sorge spontanea: se Hamas è tanto contestato, perché la popolazione non si ribella? La risposta non è univoca, ma intreccia diversi fattori.
- Il controllo armato: Hamas possiede un apparato di sicurezza imponente. Dissidenti, giornalisti e oppositori vengono sorvegliati e repressi con decisione. Organizzare una rivolta interna è quasi impossibile.
- L’assenza di alternative credibili: molti palestinesi non nutrono fiducia nell’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah, percepita come corrotta e inefficace. In assenza di un’opposizione forte e radicata, Hamas resta il “meno peggio” per una parte della popolazione.
- Il fattore israeliano: il blocco imposto da Israele ed Egitto, le offensive militari ricorrenti, la precarietà quotidiana rafforzano la narrazione di Hamas come unica forza di resistenza. Anche chi lo critica, di fronte ai bombardamenti o ai raid, finisce per percepirlo come scudo necessario.
- Il tessuto sociale e religioso: le reti di assistenza, le moschee, le associazioni caritatevoli legate al movimento creano un sistema di dipendenza. Molte famiglie ricevono aiuti, stipendi o servizi che, senza Hamas, mancherebbero del tutto.
Il risultato è un equilibrio fragile: insofferenza diffusa, ma senza la massa critica né la libertà necessaria per trasformarla in rivolta.
Voci da Gaza
“Non amiamo Hamas, ma non possiamo permetterci di perderlo”, racconta A., un insegnante di 42 anni. “I miei figli vanno in scuole che gestiscono loro. Senza, non ci sarebbe nulla”.
F., 27 anni, laureato in ingegneria ma disoccupato, è più duro: “Hamas ci ha rubato il futuro. Non ci sono posti di lavoro, non ci sono prospettive. Chi prova a protestare viene picchiato. Ma rovesciarli? Impossibile. Hanno armi, hanno soldi, e noi siamo soli”.
S., madre di cinque figli, parla con pragmatismo: “Quando arrivano gli aiuti alimentari, li portano i volontari di Hamas. Io so che sono loro a tenermi in vita. E come potrei dire di no?”.
Tre voci, tre sfumature diverse che raccontano lo stesso paradosso: Hamas è insieme rifugio e oppressore, sostegno e catena.
Isolamento internazionale e alleanze regionali
Sul piano esterno, Hamas è inserito nelle liste delle organizzazioni terroristiche da Stati Uniti, Unione Europea e Israele. Eppure, non è un corpo estraneo alla diplomazia regionale: riceve sostegno finanziario e politico da Paesi come Qatar e Turchia, mantiene rapporti con l’Iran e cerca, talvolta, spiragli di dialogo con l’Egitto per alleviare l’isolamento di Gaza.
La sua natura bifronte – movimento politico e milizia armata – rende difficile ogni approccio. Israele lo considera un nemico irriducibile, mentre una parte del mondo arabo lo vede come interlocutore necessario, seppure ingombrante.
Un nodo irrisolto
A quasi quarant’anni dalla sua nascita, Hamas resta un nodo irrisolto nella storia del conflitto israelo-palestinese. Per i palestinesi di Gaza è insieme governo, milizia, rete di assistenza e gabbia autoritaria. Per la comunità internazionale è un paradosso: troppo potente per essere ignorato, troppo radicale per essere riconosciuto.
Capire Hamas significa, in fondo, comprendere la complessità di una società costretta a vivere da decenni tra occupazione, assedio e divisioni interne. Non basta definirlo con un’etichetta: è un fenomeno politico e sociale che continua a modellare, nel bene e nel male, il destino di milioni di palestinesi.
