Cernobbio – Se c’è una cosa che non manca mai ai grandi eventi internazionali come il Forum di Cernobbio, è la presenza di chi, tra un panel economico e un brunch istituzionale, trova sempre il modo di regalare una dichiarazione ad effetto. Stavolta è toccato ad Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, che ha voluto mettere il cappello su una delle crisi più gravi della contemporaneità con una soluzione semplice, quasi disarmante: sanzioni finanziarie a Putin, così si arriva alla pace.
“L’unico modo per spingere il presidente della Russia Vladimir Putin a porre fine alla guerra in Ucraina è quello delle sanzioni mirate al sistema finanziario russo”, ha spiegato Tajani, con l’aria di chi ha appena rivelato un segreto di Stato. Peccato che sia esattamente quello che l’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno facendo da oltre due anni. I risultati, finora, non proprio entusiasmanti. Ma a quanto pare il problema non erano le sanzioni, era che non erano abbastanza “mirate”. Ora lo sappiamo.
La finta sorpresa del realismo magico
L’intervento di Tajani è sembrato uscito da un manuale del perfetto statista di facciata, dove si spiega che ogni tanto bisogna dire qualcosa di apparentemente fermo e risoluto, senza però prendersi troppi rischi. Le sanzioni, si sa, sono come la pizza margherita della diplomazia internazionale: piacciono a tutti, almeno a parole, e sono sempre di moda. Funzionano? Non importa. Basta che si dica che sono “l’unico modo” per ottenere la pace, e il gioco è fatto.
Ma Tajani non si è fermato lì. Ha anche respinto con sdegno l’ipotesi che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky possa recarsi a Mosca per negoziare. “Chiedergli una cosa del genere sarebbe come chiedergli la resa”, ha detto con tono grave. Una frase che, nella sua semplicità, potrebbe suonare sensata, se non fosse che nessuno – almeno ufficialmente – ha mai chiesto a Zelensky di prendere il primo volo per il Cremlino con bandiera bianca in valigia. È un po’ come ribadire che non va bene rubare caramelle ai bambini: una posizione coraggiosa, certo, ma anche un filo superflua.
Sanzioni ieri, oggi e domani: la comfort zone della diplomazia italiana
Il punto, forse, è che Tajani non ha detto nulla che non sia già stato detto (e ridetto) almeno mille volte, ma con l’aggiunta di quella solennità un po’ naïf che lo contraddistingue. Le sanzioni contro la Russia, nel concreto, sono già in vigore dal 2014, dopo l’annessione della Crimea. Dal 2022 sono state ampliate, irrigidite, aggiornate. Il sistema finanziario russo è sotto pressione da tempo, eppure la guerra continua, il rublo regge più o meno, e Putin è ancora lì, saldamente al potere.
Nel frattempo, l’Italia continua a muoversi su una linea di sostegno dichiarato a Kiev, ma con toni che cercano sempre di non irritare troppo Mosca. In questo equilibrio a tratti grottesco, Tajani riesce a recitare la parte dell’atlantista fermo e deciso, senza mai spostare davvero l’ago della bussola diplomatica. Un capolavoro di immobilismo travestito da fermezza.
Quando il palco chiama, Tajani risponde
Va detto che il Forum di Cernobbio è anche il palcoscenico perfetto per certi slanci retorici: un pubblico composto da politici, imprenditori, analisti, giornalisti e qualche curioso ben vestito. Un ambiente in cui si può dire quasi tutto, purché suoni autorevole. Tajani, che ormai da anni colleziona dichiarazioni come figurine Panini (non sempre rare, ma spesso colorite), non si è fatto pregare.
Il risultato è stata una sintesi degna di un meme internazionale: sanzioni come unica via per la pace, e Zelensky che non deve cedere nemmeno un millimetro. Una posizione netta, certo, ma con il difetto di sembrare uscita da un convegno del 2022, più che da una strategia aggiornata al 2025.
Morale della favola
In fondo, Tajani ha semplicemente fatto ciò che ci si aspetta da lui: dire qualcosa di apparentemente serio, con tono da dichiarazione storica, senza preoccuparsi troppo della sostanza. Il tutto condito da un po’ di pathos e da una generosa dose di déjà vu. Un’operazione che non cambierà la geopolitica mondiale, ma che – almeno a Cernobbio – ha strappato qualche applauso e molti sguardi perplessi.
D’altronde, si sa: in certi ambienti, più che dire qualcosa di nuovo, basta dire qualcosa che suoni come se lo fosse. E Tajani, in questo, è un vero professionista.
