Dall’iniziativa alla resa: la parabola diplomatica degli E3 sul nucleare iraniano
Nel 2003 furono loro a rompere gli indugi. Mentre il mondo era ancora scosso dall’invasione americana dell’Iraq, Francia, Germania e Regno Unito – noti come gli “E3” – intrapresero un’iniziativa diplomatica con l’Iran sul controverso programma nucleare di Teheran. Quel processo, proseguito per oltre un decennio, avrebbe portato nel 2015 alla firma dello storico Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo internazionale che impose severi limiti al programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Un successo multilaterale raro, che vide coinvolti anche Stati Uniti, Cina, Russia e l’Unione Europea.
Oggi, a distanza di vent’anni dall’avvio di quel percorso, gli E3 sembrano pronti a mettere la parola fine a quell’esperienza. Lo scorso 28 agosto, hanno attivato il cosiddetto meccanismo di snapback, previsto sia dal Jcpoa che dalla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un atto formale che, se non bloccato entro 30 giorni da un’intesa tra le parti, porterà alla riattivazione automatica delle sanzioni ONU contro Teheran.
Un colpo potenzialmente mortale alla già fragile architettura diplomatica costruita in due decenni di negoziati.
Lo snapback: meccanismo e motivazioni
Il meccanismo dello snapback è stato ideato proprio per evitare l’ostruzionismo di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, come Russia e Cina. In pratica, non si vota sull’imposizione delle sanzioni, ma sulla loro continuazione. Se anche un solo membro permanente oppone il veto, le sanzioni vengono automaticamente reintrodotte.
La tempistica della mossa europea non è casuale: il diritto a invocare lo snapback sarebbe scaduto il 18 ottobre di quest’anno. Così, con una finestra giuridica che si stava chiudendo, gli E3 hanno deciso di agire.
Le motivazioni ufficiali non mancano. L’Iran ha progressivamente violato gli obblighi del Jcpoa dal 2019, in seguito al ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, sotto l’amministrazione Trump. Da allora, Teheran ha aumentato l’arricchimento dell’uranio, ridotto l’accesso degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e sviluppato tecnologie sensibili.
Secondo gli E3, nonostante numerosi tentativi di mediazione, l’Iran avrebbe sabotato una possibile ripresa dell’accordo nell’estate del 2022, rifiutando una proposta negoziata con l’amministrazione Biden. Come prova della loro buona fede, i tre Paesi europei sottolineano di aver offerto di estendere di sei mesi la scadenza dello snapback a condizione che Teheran ripristinasse pieno accesso agli ispettori Onu e si impegnasse in un nuovo ciclo negoziale.
Ma la realtà geopolitica che motiva l’azione degli E3 è ben più complessa.
Dietro la decisione europea: dalla diplomazia alla deterrenza
A guidare l’azione degli E3 oggi non sono solo le preoccupazioni per la proliferazione nucleare. La loro postura riflette un cambiamento profondo delle priorità strategiche. Alla tradizionale volontà di evitare l’escalation e mantenere aperti i canali di dialogo con Teheran, si è sostituito un atteggiamento di chiara punizione nei confronti dell’Iran.
In particolare, gli E3 accusano il governo iraniano di tre gravi responsabilità: il sostegno militare fornito alla Russia nella guerra in Ucraina, la brutale repressione delle proteste scoppiate in Iran nell’autunno 2022 e la detenzione arbitraria di cittadini europei. Un insieme di dossier che ha radicalizzato le posizioni europee e trasformato una questione di sicurezza nucleare in un confronto ideologico e strategico più ampio.
L’Iran, dal canto suo, respinge con forza la legittimità dello snapback. Teheran contesta che gli E3 – a seguito del ritiro americano dal Jcpoa – abbiano ormai perso l’autorità legale per invocare il meccanismo. E accusa l’Europa di aver fallito nel proteggere le proprie imprese dalle sanzioni extraterritoriali statunitensi, di fatto violando l’impegno a normalizzare i rapporti commerciali previsto dall’accordo.
Ma c’è di più. Gli iraniani vedono nella mossa europea un comportamento ipocrita e persino provocatorio. A loro giudizio, è l’Europa ad aver distorto la realtà, trasformando un attacco israeliano contro l’Iran in un atto “difensivo” e ignorando che, nel momento dell’aggressione, Teheran stava negoziando con Washington e non aveva né in programma né in atto piani per costruire un’arma nucleare, come confermato anche dall’intelligence americana nel marzo scorso.
La crisi del multilateralismo
Il rischio che si profila ora è duplice: da un lato, l’Iran sembra determinato a non accettare le condizioni poste dagli E3, anche per motivi tattici. L’accesso degli ispettori internazionali rappresenta per Teheran una leva negoziale importante nei confronti degli Stati Uniti, che – al momento – non sono disposti a fornire garanzie contro eventuali nuovi attacchi israeliani. Gli europei, d’altro canto, non hanno né la capacità né la volontà di esercitare pressioni efficaci su Washington in tal senso.
Dall’altro lato, se le sanzioni ONU venissero reintrodotte senza un consenso internazionale, Cina e Russia potrebbero semplicemente ignorarle, minando ulteriormente la già fragile autorità del Consiglio di Sicurezza. Un simile scenario indebolirebbe in modo irreversibile l’ONU, proprio in un momento storico in cui le regole multilaterali sono sotto attacco in più aree del globo.
A peggiorare la situazione c’è l’ipotesi, tutt’altro che remota, che l’Iran risponda formalmente alla reimposizione delle sanzioni con il ritiro dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), il pilastro legale che impedisce a Teheran di sviluppare l’arma atomica. Anche se ciò non dovesse avvenire, è altamente probabile che l’Iran blocchi del tutto l’accesso agli ispettori dell’AIEA, eliminando qualsiasi forma di trasparenza sul proprio programma nucleare. Questo aprirebbe la porta a nuove azioni militari da parte di Israele e ad una spirale di escalation regionale difficilmente controllabile.
Una scelta deliberata, non obbligata
Gli E3 si difenderanno sostenendo di non aver avuto scelta. Diranno che è stato l’Iran a chiudere tutte le porte. Ma la realtà è più sfumata. Avrebbero potuto optare per un’estensione tecnica dello snapback più breve e meno condizionata, ad esempio subordinata solo alla ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti. Avrebbero potuto scegliere la prudenza strategica, come fatto in passato. Invece, hanno optato per una linea dura che li avvicina più alle logiche della deterrenza che a quelle della diplomazia.
Ed è proprio questa la tragica ironia della vicenda: gli stessi Paesi che contribuirono a evitare una guerra nel 2015, rafforzando il regime di non proliferazione e la credibilità del Consiglio di Sicurezza, oggi rischiano di essere gli artefici del fallimento definitivo di quella visione. Distruggendo, con una scelta affrettata e politicamente motivata, il frutto di due decenni di impegno multilaterale.
L’ultimo chiodo nella bara della diplomazia nucleare con l’Iran potrebbe portare la firma proprio degli E3.
