Roma si affretta a precisare: nessuna truppa italiana sarà inviata in Ucraina. Lo comunica solennemente Palazzo Chigi in una nota ufficiale, quasi a voler tranquillizzare chi, però, non aveva manifestato particolare preoccupazione al riguardo. Nessuna richiesta formale, nessuna convocazione NATO all’orizzonte, nemmeno un accenno sospetto. Eppure, la smentita è arrivata puntuale. Così puntuale da sembrare un’ammissione travestita da rassicurazione. Per i più colti, suona come un classico caso di excusatio non petita, accusatio manifesta. Ma a scanso di equivoci, no: non c’è nessuna accusa.
La premier Giorgia Meloni ha convocato una riunione a Palazzo Chigi per fare “un punto di situazione sul possibile percorso negoziale per la pace in Ucraina”, sulla scia dei recenti colloqui con la Casa Bianca. E da quella riunione è scaturita una dichiarazione che sembra voler bloccare sul nascere una questione che non era ancora nata: “Non è prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impiegare in territorio ucraino”. Fine delle speculazioni. O dell’autosabotaggio.
A voler essere pignoli, la formula scelta per il no all’invio di truppe lascia comunque uno spiraglio aperto: “Sono al vaglio ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini, solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità”. Tradotto dal burocratese: quando e se la guerra sarà finita, e se servirà una mano per insegnare qualcosa a qualcuno, magari ci faremo vivi. Ma niente fango sotto gli anfibi, né trincee da condividere. Eventualmente, PowerPoint e lavagne, ma a debita distanza.
Il senso politico dell’operazione? Rassicurare sul fronte interno, mostrando al contempo di restare allineati al fianco degli alleati. L’Italia, insomma, c’è. Ma meglio se con la penna che con il fucile. Il messaggio è chiaro: sosteniamo l’Ucraina, difendiamo la pace, ma non al punto da spedirci i paracadutisti. Perché si sa, entrare in guerra è facile, uscirne molto meno. E l’opinione pubblica, su questi temi, ha memoria lunga e sensibilità affilata.
Il tempismo della nota solleva però una curiosità: chi aveva avanzato l’ipotesi dell’invio di truppe? Quale alleato aveva bussato alla porta italiana con un piano militare in mano? La risposta sembra essere: nessuno. E allora perché tutta questa premura nel dire di no? Forse proprio per dire, indirettamente, che l’ipotesi era stata ventilata, anche solo tra le righe, in qualche corridoio diplomatico. E che la risposta italiana è un cortese ma deciso “no grazie”.
In un contesto internazionale in cui le parole hanno il peso di proiettili e ogni virgola può trasformarsi in un’escalation, anche una precisazione apparentemente superflua serve a mettere i puntini sulle “i”. L’Italia non parteciperà a operazioni militari in Ucraina. E se qualcuno pensava il contrario, si sbagliava. Anche se, a giudicare dalla reazione del governo, forse quel pensiero era passato anche da qui.
Nel dubbio, meglio averlo detto. Perché – e qui il latino torna comodo – in dubio pro… pace.
