6 Ottobre 2026, martedì
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Via i dazi Ue sui beni industriali americani. Trump rilancia la sfida: “La Fed? Il presidente può rimuovere i governatori”

Bruxelles cancella i dazi sui prodotti industriali Usa e sigla una tregua sul nodo auto. Ma negli Stati Uniti la tensione istituzionale è alta: la governatrice della Fed Lisa Cook fa causa a Trump. Intanto l’economia americana accelera: Pil a +3,3%.

Un’intesa commerciale storica e una nuova frizione istituzionale scuotono le relazioni tra Stati Uniti ed Europa, mentre l’economia americana sorprende per solidità. La giornata si apre con l’annuncio ufficiale della Commissione europea: l’Unione Europea ha formalizzato la proposta legislativa per l’eliminazione dei dazi sui beni industriali americani, una mossa destinata a rafforzare i rapporti transatlantici e a disinnescare un nodo critico, quello delle automobili.

L’accordo, già abbozzato nelle dichiarazioni congiunte tra Bruxelles e Washington, diventa operativo con l’applicazione retroattiva – a partire dal 1° agosto – di un tetto massimo del 15% ai dazi Usa sulle auto europee e sui componenti automobilistici. Un gesto distensivo, che consente di superare una delle questioni più controverse del commercio bilaterale, rimasta congelata negli anni della pandemia e ora tornata al centro del dialogo tra le due sponde dell’Atlantico.

Ma se da Bruxelles arrivano segnali di apertura, a Washington il clima politico è tutt’altro che disteso. Il presidente Donald Trump, tornato alla guida degli Stati Uniti, è di nuovo al centro di uno scontro con la Federal Reserve, stavolta a causa dell’azione legale promossa da Lisa Cook, governatrice della banca centrale.

Cook ha infatti depositato una causa contro l’amministrazione Trump, accusando il presidente di aver cercato la sua rimozione dal consiglio dei governatori senza una base legittima. Una mossa giudicata senza precedenti nella storia recente della Fed e che riporta al centro il tema dell’indipendenza della banca centrale rispetto al potere esecutivo.

La replica dalla Casa Bianca è arrivata per bocca del direttore del Consiglio per l’economia nazionale, Kevin Hassett, che ha difeso la posizione del presidente: “Il comandante in capo ha piena autorità di rimuovere un governatore della Fed, in presenza di una giusta causa. È previsto dalla legge ed è nell’interesse della trasparenza e dell’efficienza istituzionale”.

La vicenda riapre una ferita mai del tutto rimarginata: quella tra Trump e la Federal Reserve, da lui più volte criticata già nel corso del primo mandato, quando accusava la banca centrale di ostacolare la crescita economica con una politica monetaria troppo prudente. La nuova amministrazione sembra intenzionata a esercitare un controllo più diretto sulla Fed, in un contesto di crescita robusta ma di rinnovate incertezze sul fronte dell’inflazione e della politica dei tassi.

A rafforzare la posizione del presidente arrivano i dati macroeconomici del secondo trimestre, che segnano una crescita superiore alle attese: +3,3% il Pil, rispetto al +3,0% della prima stima e al +3,1% previsto dagli analisti. Il risultato certifica la ripresa dell’economia statunitense, dopo un primo trimestre più debole, frenato dalle turbolenze globali e dalle ripercussioni di lungo periodo delle passate politiche commerciali.

Il dato positivo sul Pil offre alla Casa Bianca un argomento in più per sostenere la bontà della propria strategia economica: meno burocrazia, più investimenti infrastrutturali, maggiore protezione per l’industria nazionale ma anche pragmatismo nei rapporti internazionali, come dimostrato dall’intesa con l’Unione Europea.

L’eliminazione dei dazi industriali può infatti rappresentare un banco di prova per un nuovo assetto nei rapporti commerciali globali, in cui Washington vuole riaffermare la propria centralità, senza però chiudersi in un isolazionismo sterile. Il gesto dell’Ue è stato accolto positivamente dagli ambienti economici statunitensi, che vedono in questa apertura una possibilità concreta di rilanciare le esportazioni e ridurre i costi per le imprese americane.

Nel frattempo, resta alta la tensione tra poteri federali: la causa avviata da Lisa Cook potrebbe avere sviluppi rilevanti non solo per l’equilibrio interno della Fed, ma anche per la giurisprudenza costituzionale sul rapporto tra Presidenza e autorità indipendenti. Una questione che va ben oltre la singola figura in discussione e tocca i meccanismi di controllo e autonomia delle istituzioni americane.

In questo scenario, Trump prosegue nel suo progetto di ridefinizione del ruolo presidenziale in economia: più interventista, meno subordinato ai tecnicismi delle agenzie indipendenti, più legato a una visione nazionale dell’interesse economico.

Con i dazi rimossi, la crescita sopra le attese e il fronte giudiziario acceso, gli Stati Uniti si muovono su un crinale sottile, dove la forza economica convive con un confronto sempre più acceso sulle regole della democrazia istituzionale. E dove, ancora una volta, sarà la Corte Suprema – o il consenso politico – a stabilire i nuovi equilibri.

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