WASHINGTON / MOSCA / KYIV – Il 15 agosto sarà una data da segnare sul calendario della diplomazia mondiale. Donald Trump, candidato repubblicano alla presidenza e già in piena campagna elettorale, ha annunciato un incontro faccia a faccia con Vladimir Putin. La sede scelta non è casuale: l’Alaska, crocevia simbolico e geopolitico tra Est e Ovest. L’obiettivo dichiarato: discutere di un possibile accordo per porre fine alla guerra in Ucraina.
L’annuncio è arrivato direttamente da Trump, con il consueto stile diretto, sulla sua piattaforma Truth Social. “Ci vedremo in Alaska. La pace è possibile”, ha scritto. Non una parola di più, ma tanto è bastato per scatenare reazioni e indiscrezioni. Secondo diverse fonti internazionali, Mosca avrebbe avanzato una proposta concreta: il riconoscimento dell’Ucraina orientale — in particolare le regioni del Donbass — come parte della Russia, in cambio della cessazione delle ostilità.
Un’offerta che fa tremare Kiev e scuote Bruxelles.
Un “territorial deal”? Trump non smentisce
Il tycoon americano ha confermato che sul tavolo ci sarà uno “scambio di territori”. Frase ambigua, ma sufficiente per alimentare il sospetto che l’ex presidente sia disposto a esplorare un compromesso territoriale pur di archiviare un conflitto che da oltre tre anni ha stravolto l’equilibrio europeo e messo a dura prova i rapporti tra Stati Uniti, NATO e Russia.
A far eco alle indiscrezioni è anche il primo ministro polacco Donald Tusk, che nelle ultime ore ha avuto una lunga e riservata conversazione con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Ci sono segnali — ha dichiarato Tusk — che forse un congelamento del conflitto è più vicino di quanto si pensi”. Parole pesanti, pronunciate da un leader europeo storicamente vicino alla causa ucraina.
Zelensky non arretra: “Nessuna terra in regalo ai russi”
A Kyiv, però, l’aria è ben diversa. Zelensky ha immediatamente gelato ogni ipotesi di cessione territoriale. “Non regaleremo la nostra terra ai russi”, ha scritto su Telegram, ribadendo una linea rossa invalicabile per l’Ucraina: l’integrità del territorio nazionale.
Il leader ucraino, che da mesi chiede armi e sostegno continuo all’Occidente, si trova ora di fronte a uno scenario potenzialmente pericoloso: la trattativa sul futuro del suo Paese potrebbe svolgersi fuori dalla sua sfera di controllo, e in un momento di crescente pressione internazionale per una de-escalation del conflitto.
Il rischio del “congelamento” e lo spettro di una guerra permanente
Il termine “congelamento del conflitto” evoca scenari già visti in altre aree di crisi, come la Corea o la Transnistria: una pace mai davvero firmata, una guerra mai del tutto conclusa. È l’ipotesi su cui, secondo alcune fonti diplomatiche, starebbero lavorando emissari americani e russi, nel tentativo di ottenere almeno una cessazione temporanea delle ostilità, magari sotto garanzia internazionale.
Ma per Kyiv, congelare oggi potrebbe voler dire perdere domani.
Il timore — più che fondato — è che Mosca usi la pausa per riorganizzarsi e tornare all’attacco in futuro. Per questo Zelensky continua a chiedere chiarezza, sia agli alleati europei che all’amministrazione Biden, che finora ha mantenuto un profilo basso sulla vicenda.
Un summit che divide l’Occidente
L’annuncio dell’incontro in Alaska divide anche l’opinione pubblica e le cancellerie occidentali. Da una parte c’è chi vede nella mediazione di Trump un tentativo di riaprire un canale con il Cremlino e fermare una guerra che sta logorando le economie occidentali. Dall’altra, c’è chi teme che l’ex presidente — già criticato in passato per i suoi toni concilianti verso Putin — possa legittimare un’aggressione militare attraverso una trattativa parallela e fuori dai consessi multilaterali.
Resta da capire quale sarà il reale margine di manovra dell’incontro: se sarà un evento simbolico o un primo passo verso una trattativa strutturata.
Conclusione: diplomazia o geopolitica da campagna elettorale?
A tre mesi dalle elezioni presidenziali statunitensi, il summit del 15 agosto potrebbe rappresentare un colpo da maestro per Donald Trump, che intende presentarsi agli elettori come l’unico in grado di “fermare la guerra in 24 ore”, come spesso ripete nei comizi. Ma la realtà è ben più complessa.
Il rischio, ora, è che una trattativa nata in nome della pace si trasformi in un compromesso pericoloso, in grado di minare i principi stessi del diritto internazionale. E mentre Trump e Putin si preparano al faccia a faccia, l’Ucraina si trova ancora una volta al centro di un gioco più grande, in cui la pace — vera o presunta — potrebbe avere un prezzo altissimo.
