10 Settembre 2026, giovedì
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Nagasaki, 80 anni dopo la bomba: il Giappone ricorda e rilancia l’appello per il disarmo nucleare

Nel giorno dell’anniversario del secondo attacco atomico della storia, che costò la vita a oltre 70mila persone, la città giapponese torna a chiedere al mondo un impegno concreto per abolire le armi nucleari. Presenti delegazioni da 94 Paesi. Tokyo ribadisce il suo no alla bomba, ma resta fuori dal trattato ONU.

NAGASAKI – Ottanta anni dopo, il silenzio delle sirene e il rintocco della campana nel Parco della Pace di Nagasaki rompono il tempo e riportano alla memoria una delle pagine più oscure del XX secolo. Era il 9 agosto 1945 quando la seconda bomba atomica americana, chiamata “Fat Man”, si abbatté sulla città portuale del sud del Giappone, tre giorni dopo Hiroshima. In pochi istanti, Nagasaki fu trasformata in un deserto radioattivo. Più di 70mila persone, in gran parte civili, persero la vita. Altre migliaia morirono nei mesi e negli anni successivi per gli effetti delle radiazioni.

Quel bombardamento, insieme a quello di Hiroshima, spinse l’Impero giapponese alla resa incondizionata, firmata sei giorni dopo. Fu la fine della Seconda guerra mondiale. Ma anche l’inizio dell’era atomica.

Una memoria che diventa impegno politico

La cerimonia di commemorazione si è svolta questa mattina, nell’intensa cornice del Parco della Pace, davanti al monumento simbolo dell’olocausto nucleare. Presenti delegazioni provenienti da 94 Paesi e regioni, segno di un rinnovato interesse e di un clima più disteso rispetto allo scorso anno, quando la decisione della municipalità di escludere Israele a causa del conflitto nella Striscia di Gaza aveva provocato la reazione degli Stati Uniti e di altri Paesi del G7, che avevano scelto di disertare l’evento.

Quest’anno, invece, è tornato il dialogo. E con esso, il peso della memoria condivisa.

Il sindaco di Nagasaki, Shiro Suzuki, ha letto la tradizionale Dichiarazione di Pace, in cui ha chiesto alla comunità internazionale di trasformare la commemorazione in un punto di partenza per un impegno concreto:

“I leader del mondo devono delineare un piano d’azione specifico per l’abolizione delle armi nucleari,” ha detto Suzuki, richiamando le parole e l’impegno dei sopravvissuti all’attacco atomico — gli hibakusha — che da decenni portano avanti la loro testimonianza come monito e speranza.

Suzuki ha inoltre ricordato l’importanza dell’organizzazione Nihon Hidankyo, l’associazione nazionale dei sopravvissuti, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2024, per il suo ruolo nel sensibilizzare le nuove generazioni e promuovere una più ampia collaborazione tra società civile e istituzioni internazionali.

Il Giappone ribadisce la sua “tripla rinuncia” nucleare

Nel suo intervento, il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba ha confermato la storica posizione del Giappone:

“Non possederemo, non produrremo e non permetteremo il dispiegamento di armi nucleari sul nostro territorio.”
Un principio che guida la politica estera nipponica fin dal dopoguerra, nonostante la crescente instabilità regionale, tra le provocazioni nucleari della Corea del Nord e l’espansione militare cinese.

Ishiba ha dichiarato che il Giappone continuerà a lavorare per un mondo “senza guerre nucleari e senza armi atomiche”, ma non ha fatto riferimento — né tantomeno aperture — al Trattato ONU sul divieto delle armi nucleari, entrato in vigore nel 2021 e firmato finora da oltre 90 Stati. Una reticenza che continua a sollevare critiche, soprattutto da parte delle amministrazioni di Hiroshima e Nagasaki, che chiedono da tempo l’adesione formale di Tokyo al trattato.

L’ONU: “Serve un nuovo patto di fiducia”

A rappresentare le Nazioni Unite è stata Izumi Nakamitsu, sottosegretaria generale e Alto rappresentante per il disarmo. Nel suo discorso ha sottolineato il bisogno di un rinnovato sforzo multilaterale:

“Dobbiamo riaffermare la nostra fiducia negli strumenti che hanno funzionato: il dialogo, la diplomazia, la trasparenza, la riduzione degli armamenti. Il disarmo non è utopia, ma una responsabilità condivisa.”

Le sue parole arrivano in un momento in cui la corsa globale al riarmo nucleare sembra riacquistare slancio, tra la modernizzazione degli arsenali di Russia, Stati Uniti e Cina, e le tensioni belliche in Medio Oriente ed Europa orientale.

I numeri di una tragedia ancora viva

Secondo le ultime statistiche diffuse dal governo giapponese, i sopravvissuti ufficialmente riconosciuti delle due bombe atomiche — Hiroshima e Nagasaki — sono oggi 99.130, scesi per la prima volta sotto quota 100mila. L’età media è di poco superiore agli 86 anni.
Molti di loro continuano a testimoniare nelle scuole, nei musei, alle Nazioni Unite. Con voce spesso affaticata, ma con una determinazione rimasta intatta negli anni.

Ogni loro racconto, ogni cicatrice fisica e psicologica che portano sul corpo, è una preghiera laica contro l’indifferenza.

Una memoria che guarda al futuro

Ottant’anni dopo l’apocalisse, Nagasaki non è solo un luogo della memoria. È un simbolo attivo, un punto di riferimento morale per il mondo. E la cerimonia di oggi lo ha ribadito con forza.

La memoria non è mai fine a se stessa. Non basta ricordare. Serve trasformare il ricordo in azione, l’orrore in consapevolezza, la storia in futuro. Un futuro — è il messaggio che da Nagasaki si leva ogni 9 agosto — che non deve conoscere più il boato di un fungo atomico.

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