Nel cuore di un’estate già segnata da tensioni politiche e giudiziarie, il caso Almasri continua ad alimentare uno scontro istituzionale senza precedenti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata con forza sulla vicenda, rilanciando le sue accuse contro la magistratura e difendendo apertamente i suoi ministri coinvolti nella richiesta di autorizzazione a procedere per il caso legato al rimpatrio del giovane palestinese. Con toni perentori, Meloni ha dichiarato: “Considero surreale la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, che hanno agito nel pieno rispetto della legge per tutelare la sicurezza degli italiani”.
Ma le parole della premier non si sono limitate a una difesa tecnica dell’operato dell’esecutivo. Al contrario, Meloni ha esplicitamente evocato un presunto intento politico da parte di settori della magistratura, affermando: “Io vedo un disegno politico. Non sono Alice nel Paese delle Meraviglie. Sono il capo del governo, non un Conte qualsiasi che faceva finta di non sapere cosa facesse il suo ministro degli Interni”.
Una frase che, per tono e contenuto, ha immediatamente provocato la reazione del diretto interessato. Giuseppe Conte, oggi leader del Movimento 5 Stelle e già presidente del Consiglio durante due governi di composizione differente, ha replicato con fermezza: “Grazie a Dio che non sono come Meloni. Io non avrei mai rimpatriato, violando il diritto internazionale e lo Statuto della Corte penale internazionale, una persona accusata di stupri su bambini e crimini contro l’umanità. Mi sarei comportato ben diversamente, e ne sono orgoglioso”.
Conte ha anche respinto l’accusa implicita di complicità silente nei confronti dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini durante il caso Open Arms, sottolineando di aver sempre espresso la propria contrarietà: “Criticai pubblicamente Salvini, alla luce del sole, con lettere formali protocollate dalla Presidenza del Consiglio, con post, in tutti i modi. Mi sono da subito chiaramente distaccato dalla sua gestione, che non ho assolutamente condiviso”.
L’episodio rappresenta l’ennesimo punto di attrito tra politica e giustizia, con la presidente del Consiglio che, ormai da mesi, ha fatto della riforma della magistratura uno dei principali cavalli di battaglia del suo governo. “La riforma della giustizia sta procedendo a passi spediti – ha ribadito Meloni – e ho messo in conto le eventuali conseguenze”. Una dichiarazione che, letta nel contesto delle accuse lanciate alla magistratura, suona come una denuncia implicita di ritorsione giudiziaria contro un esecutivo deciso a intervenire sul sistema giudiziario.
Il caso Almasri, che ha per oggetto il respingimento e il successivo rimpatrio in Egitto di un giovane palestinese richiedente asilo, è ormai diventato il catalizzatore di uno scontro che va ben oltre il singolo episodio. Al centro vi sono questioni di fondo: la responsabilità politica delle scelte in materia di immigrazione, il rispetto dei diritti umani, il ruolo della magistratura in un sistema democratico e, non da ultimo, l’interpretazione dei rapporti tra poteri dello Stato.
Con la stagione politica che si preannuncia incandescente, e con una riforma della giustizia in avanzato stato di elaborazione, le frizioni istituzionali rischiano di trasformarsi in un conflitto aperto. Meloni, nella sua strategia comunicativa, sembra voler rimarcare un tratto decisionista, rivendicando la centralità del presidente del Consiglio come figura di sintesi e comando. Una postura che contrasta con quella che lei stessa imputa ai suoi predecessori: “I miei ministri non governano a mia insaputa”, ha detto, tracciando un confine netto con le esperienze di governo precedenti.
In gioco, tuttavia, non c’è solo il rapporto tra potere esecutivo e magistratura. Lo scontro fra Meloni e Conte ha anche un’evidente valenza politica e simbolica, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali e nell’ambito di un’opposizione che cerca di riorganizzarsi. Per ora, la premier ha scelto la linea del confronto diretto e della polarizzazione. Ma le istituzioni, almeno nella forma, dovranno ritrovare presto un punto di equilibrio.
