6 Ottobre 2026, martedì
HomeItaliaCronacaLeopoldo Mastelloni, il corpo colpito dall’ictus, la mente ancora ribelle

Leopoldo Mastelloni, il corpo colpito dall’ictus, la mente ancora ribelle

Il celebre attore e regista napoletano, figura di culto del teatro e della televisione degli anni ’70 e ’80, è ricoverato in prognosi riservata al Fatebenefratelli di Roma. L’ictus lo coglie mentre si apprestava a pubblicare un libro di memorie: il racconto di una vita controcorrente, senza compromessi.

Il teatro italiano rischia di perdere una delle sue voci più singolari, più coraggiose e più irregolari. Leopoldo Mastelloni, ottant’anni appena compiuti il 12 luglio scorso, è stato colpito da un ictus e si trova attualmente ricoverato in prognosi riservata all’ospedale Fatebenefratelli di Roma. A rendere nota la notizia è stato l’entourage dell’attore e regista napoletano, figura controversa ma indimenticabile della scena culturale italiana del secondo Novecento.

Dietro la maschera di un istrione che ha attraversato i decenni alternando teatro colto, incursioni televisive, provocazioni pubbliche e lunghi silenzi, si cela un artista che ha sempre vissuto al limite, rifiutando le regole della convenienza e pagando un prezzo altissimo per la propria libertà. La sua parabola, artistica e personale, è quella di un uomo che ha scelto di non vendersi mai — come ama ripetere — anche a costo di rimanere solo, marginale, “bullizzato culturalmente”, per usare le sue stesse parole.

Un’esistenza tra genio e ferite

Nato a Napoli nel 1945, in una famiglia di giuristi, Mastelloni ha scelto prestissimo il palcoscenico, esordendo ventenne al Teatro Esse sotto la guida di Gennaro Vitiello. Gli autori erano Artaud, Genet, Hofmannsthal: un repertorio già dichiaratamente radicale, che annunciava una carriera fuori dalle convenzioni. La sua cifra distintiva diventa presto un mix di intensità drammatica, carisma istrionico, fluidità sessuale e provocazione estetica: negli anni Settanta e Ottanta, Mastelloni è un volto riconoscibile e inconfondibile del teatro e della televisione, amatissimo da registi come Giuseppe Patroni Griffi e dai grandi protagonisti della cultura italiana del tempo.

In televisione il successo arriva anche grazie a varietà raffinati come Bambole non c’è una lira, diretti da Antonello Falqui, e Studio ’80. Ma proprio sul piccolo schermo si consuma anche la sua condanna: nel 1984, durante una puntata della trasmissione Blitz, una bestemmia pronunciata in diretta gli costa l’allontanamento immediato dalla RAI e un lungo esilio mediatico che segna profondamente la sua carriera. Era un’epoca in cui il confine tra scandalo e censura era netto, implacabile, e Mastelloni, artista senza filtri, divenne un capro espiatorio perfetto.

Solo anni dopo riuscirà a tornare in televisione, nel 1988, grazie al coraggio professionale di Loretta Goggi che lo volle nel programma Via Teulada 66. Ma le ferite rimangono. Ferite che oggi emergono nelle sue ultime dichiarazioni, in cui si alternano lucidità feroce e malinconia profonda.

Il tempo dell’oblio e della memoria

“Temo la depressione, faccio brutti pensieri”, aveva confessato nel 2024 all’agenzia ANSA. Un grido d’allarme che aveva toccato persino il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il quale aveva promesso di interessarsi alla sua situazione. Ma, come ha rivelato lo stesso Mastelloni in una recente intervista rilasciata per i suoi 80 anni, “non ne ho saputo più nulla”. Un’amarezza amara, pronunciata con l’eleganza di chi sa che la cultura italiana è spesso pronta a dimenticare chi l’ha servita con passione, senza rete e senza padroni.

Nel frattempo, l’attore si stava preparando a un’ultima, importante sfida: la pubblicazione del suo libro di memorie, Così fan tutti, prevista per settembre con l’editore Albatros-Il Filo. Non una semplice autobiografia, ma un collage di fotografie, racconti, aneddoti, confronti vis-à-vis con giganti come Gassman, Monica Vitti, Hanna Schygulla. “Non volevo qualcosa di banale, ma un’opera piena di immagini e ricordi”, ha spiegato. E ancora: “Non ho più nessuno del mio mondo, quello di Rosi, Ghirelli, Mastroianni, Squitieri. Con loro c’è stato uno scambio costante, che mi ha reso unico”.

Nel titolo di quel libro c’è l’eco mozartiana di una società dove “così fan tutti”, ma anche la nota di sarcasmo di chi ha vissuto come eccezione e non come regola. E oggi Mastelloni rivendica con forza la propria diversità: “In 80 anni nessuno può rimproverarmi di essermi venduto, infatti non ho una lira. Ora valgono i followers, non la bravura o la bellezza”.

Tra teatro, cinema e provocazione

La sua carriera teatrale, a dispetto dell’ostracismo televisivo, è proseguita con coerenza e passione. Ha interpretato Eduardo De Filippo, Goldoni, Pirandello, Patroni Griffi, Viviani. Al cinema ha recitato in Inferno di Dario Argento, in commedie come Culo e camicia di Festa Campanile e Per favore, occupati di Amelia di Flavio Mogherini. Ha inciso canzoni, sperimentato forme di travestimento scenico quando ancora era un tabù parlare apertamente di omosessualità, partecipato nel 2006 al reality La fattoria, forse nel tentativo – amaro – di rientrare nel circuito mediatico da cui era stato estromesso.

Un’eredità da riconoscere

Oggi, nel silenzio di un reparto d’ospedale, la figura di Mastelloni torna a imporsi come simbolo di un’Italia culturale che ha saputo essere coraggiosa, irriverente, a volte spietata. Un artista che ha vissuto con coerenza la propria vocazione alla marginalità, che ha preferito la solitudine alla finzione dell’inclusione, che ha attraversato i decenni armato solo della propria voce e del proprio corpo.

La sua condizione clinica è grave, ma il dibattito sulla sua eredità — umana e artistica — è più che mai necessario. Non si tratta solo di restituire dignità a un uomo colpito da malattia e dimenticanza. Si tratta di interrogarsi, ancora una volta, sul modo in cui il nostro Paese tratta chi non si piega al conformismo, chi osa disturbare l’ordine precostituito della cultura ufficiale.

Leopoldo Mastelloni ha avuto il coraggio di restare fedele a se stesso. Che oggi, nel tempo sospeso della malattia, questo coraggio venga riconosciuto. Prima che sia troppo tardi.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti