6 Ottobre 2026, martedì
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Tajani e la questione palestinese: il paradosso del riconoscimento condizionato

Il ministro degli Esteri italiano apre al riconoscimento dello Stato palestinese, ma solo a patto che "prima venga costruito". Una posizione che riflette l'equilibrismo diplomatico del governo, ma che solleva interrogativi sulla volontà politica reale e sulla coerenza con il diritto internazionale.

A cura di Daniele Cappa

«Siamo favorevoli al riconoscimento dello Stato palestinese, ma riconoscere qualcosa che non c’è è velleitario. Lavorare per costruirlo è invece concreto». Con queste parole, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sintetizzato la posizione del governo italiano sul riconoscimento della Palestina come Stato sovrano. Un’affermazione che, al netto del tono pragmatico, solleva interrogativi non solo sul piano diplomatico, ma anche su quello della coerenza politica e del rispetto degli equilibri internazionali.

Il punto sollevato da Tajani è chiaro: per l’Italia, il riconoscimento dello Stato palestinese resta un obiettivo, ma subordinato alla creazione effettiva di quello Stato, come se il riconoscimento fosse l’esito di un processo di costruzione territoriale, istituzionale e politica, e non anche — come accade spesso nella storia — un atto politico che serve proprio a rendere possibile la realizzazione di quello Stato. Una posizione che si muove lungo la linea di galleggiamento dell’ambiguità diplomatica, mantenendo buoni rapporti con tutte le parti senza compiere passi che possano disturbare equilibri precari o incrinare rapporti strategici, in primis con Israele.

Eppure, l’argomento secondo cui “non si può riconoscere qualcosa che non esiste” si scontra con precedenti ben noti: dal 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha conferito alla Palestina lo status di “Stato osservatore non membro”. Un riconoscimento politico e simbolico che è stato seguito da numerosi atti ufficiali da parte di singoli Stati. A oggi, oltre 140 Paesi nel mondo — una larga maggioranza dei membri dell’ONU — riconoscono formalmente la Palestina come Stato sovrano.

Tra questi, spiccano Paesi europei come la Svezia (dal 2014), la Norvegia, l’Irlanda e la Spagna, che hanno ufficializzato il riconoscimento nel maggio 2024. Anche il Vaticano, con la firma di un accordo bilaterale nel 2015, ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina. La Francia ha più volte espresso il proprio sostegno a un riconoscimento che, sebbene non ancora formalizzato dal punto di vista giuridico, è stato ribadito con forza a livello politico. La Germania, pur mantenendo una linea più cauta, ha riconosciuto la legittimità delle aspirazioni palestinesi e invocato la creazione di due Stati come unica soluzione credibile al conflitto israelo-palestinese.

In questo contesto, la posizione italiana appare isolata nella sua prudenza. La retorica dell’attesa e della “costruzione preliminare” rischia di trasformarsi in un alibi per l’inazione. Più che una strategia, sembra un esercizio di equilibrismo per non turbare i rapporti con il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, oggi più che mai contestato a livello internazionale per la prosecuzione della guerra a Gaza e le accuse di crimini di guerra.

Riconoscere la Palestina, oggi, avrebbe un significato simbolico forte: equivarrebbe a sostenere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e a riaffermare i principi del diritto internazionale. Significherebbe, in sostanza, conferire dignità a una parte che da decenni subisce occupazioni, frammentazioni territoriali, isolamento politico e umanitario. Non si tratta, come sostiene Tajani, di un atto “velleitario”, bensì di un passo politico che altri Paesi, in piena consapevolezza, hanno già compiuto proprio per rafforzare il processo di pace.

Il nodo, dunque, è tutto politico. Il mancato riconoscimento non è frutto di un vuoto istituzionale o di un’assenza di interlocutori legittimi tra i palestinesi. È una scelta. Una scelta che rispecchia più la volontà di non entrare in rotta di collisione con Israele — o con l’asse geopolitico che sostiene Netanyahu — che non un’oggettiva impossibilità diplomatica. L’Italia, che in passato ha svolto ruoli importanti nel Mediterraneo e nei processi di pacificazione internazionale, oggi sembra accontentarsi del ruolo di spettatore prudente, mentre altri Paesi europei decidono di esercitare la propria sovranità diplomatica senza timori reverenziali.

In definitiva, il riconoscimento della Palestina non è solo una questione giuridica o diplomatica. È un atto di responsabilità politica e morale, che interpella direttamente la credibilità di ogni Stato democratico che si dichiari impegnato per la pace, il diritto e la giustizia internazionale. Continuare a posticiparlo in attesa che lo Stato palestinese “si costruisca” da sé rischia di essere non solo illusorio, ma anche complice di un immobilismo che da decenni ostacola una vera soluzione al conflitto.

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