DOHA – I negoziati per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza restano in un vicolo cieco. Secondo quanto riportato dal Times of Israel e confermato da fonti diplomatiche arabe coinvolte nella mediazione, i rappresentanti di Hamas presenti a Doha avrebbero categoricamente escluso la possibilità di riprendere il dialogo con Israele fintanto che non verrà affrontata e mitigata l’emergenza alimentare che attanaglia l’enclave palestinese.
La posizione del movimento islamista è stata espressa in termini netti: nessuna trattativa, nessuna discussione sulle condizioni per una tregua, finché la popolazione civile di Gaza continuerà a soffrire la fame. La crisi umanitaria, divenuta nel corso delle ultime settimane sempre più drammatica, è ormai considerata da Hamas una questione dirimente e preliminare a ogni discorso politico o militare.
L’accusa: Egitto complice, Qatar deludente
La tensione non si limita al campo del confronto armato tra Hamas e Israele. A incancrenire il quadro, si aggiungono ora dissapori crescenti tra Hamas e due dei principali attori della mediazione regionale: l’Egitto e il Qatar.
Khalil al-Hayya, figura chiave nel team negoziale di Hamas, avrebbe espresso apertamente il proprio disappunto nei confronti del Cairo, accusandolo di complicità nell’aggravarsi della crisi umanitaria. L’Egitto, infatti, controlla il valico di Rafah, uno dei pochi passaggi attraverso i quali possono entrare beni di prima necessità e aiuti internazionali nella Striscia. Secondo Hamas, il blocco parziale o i ritardi nei transiti avrebbero contribuito a soffocare ulteriormente la popolazione.
Ma anche Doha finisce nel mirino. Fonti vicine ai negoziati rivelano che al-Hayya avrebbe manifestato profonda irritazione per la decisione del Qatar di sottoscrivere una dichiarazione alle Nazioni Unite che esortava Hamas a deporre le armi e a rinunciare al controllo di Gaza. Una presa di posizione che il movimento islamista considera una rottura della neutralità diplomatica che Doha aveva finora mantenuto, e che viene letta come un segnale di allineamento con le pressioni occidentali.
Fame come arma politica: una questione morale e strategica
La scelta di Hamas di porre la crisi alimentare al centro della trattativa riflette un cambiamento tattico ma anche comunicativo. È un messaggio chiaro alla comunità internazionale: non è possibile negoziare la pace su macerie umanitarie. Dietro la condizione posta dai delegati si intravede un tentativo di riscrivere le priorità della diplomazia regionale e globale, spostando l’attenzione dalla sicurezza israeliana alla sopravvivenza palestinese.
L’emergenza umanitaria a Gaza, aggravata dai continui bombardamenti, dalle restrizioni ai valichi e dalla distruzione sistematica delle infrastrutture civili, è ormai fuori controllo. Organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite e numerose ONG, hanno denunciato un rischio concreto di carestia. I convogli di aiuti entrano a singhiozzo, mentre il sistema sanitario è al collasso e la rete di distribuzione alimentare pressoché inesistente.
In questo contesto, la fame diventa non solo un dramma umano ma anche una leva negoziale. Hamas sembra voler usare la propria presa sul territorio per porre un aut aut: prima salvare la popolazione, poi discutere di armi, prigionieri, confini e tregua.
Lo stallo diplomatico e il rischio di isolamento
Il deterioramento dei rapporti tra Hamas, Egitto e Qatar complica ulteriormente un quadro già segnato da profonde fratture. Le tensioni con Il Cairo minano uno dei canali principali attraverso cui si potrebbe far arrivare aiuti alla popolazione, mentre lo scollamento con Doha priva Hamas di un alleato strategico nella regione.
L’isolamento del movimento palestinese potrebbe avere effetti contraddittori. Da un lato, riduce la capacità di Hamas di interloquire con attori esterni. Dall’altro, potrebbe radicalizzare ulteriormente la sua posizione, rendendo più difficile ogni compromesso.
A oggi, non sembrano esistere canali alternativi sufficientemente solidi per riattivare il dialogo. L’iniziativa dell’Egitto, del Qatar e degli Stati Uniti per un accordo su cessate il fuoco, rilascio degli ostaggi israeliani e aiuti umanitari resta congelata. L’intransigenza di Hamas sulla questione alimentare ha interrotto ogni progresso.
Il peso morale dell’opinione pubblica internazionale
Sullo sfondo, l’opinione pubblica globale guarda con crescente preoccupazione a quanto sta accadendo a Gaza. Le immagini di bambini malnutriti, ospedali senza rifornimenti e civili in fuga dai bombardamenti si sono imposte nell’immaginario collettivo. Il dibattito sulla necessità di un cessate il fuoco immediato si è fatto più acceso, soprattutto in Europa e in alcune componenti progressiste della società statunitense.
Ma i governi, stretti tra esigenze strategiche e pressioni diplomatiche, sembrano ancora lontani dal trovare una sintesi efficace. Il conflitto rischia così di trascinarsi ancora, mentre il numero delle vittime civili aumenta, giorno dopo giorno.
Uno scenario senza vie d’uscita?
Il rifiuto di Hamas di proseguire nei negoziati senza un intervento immediato sulla crisi umanitaria non è solo una posizione politica: è la denuncia esplicita di una situazione insostenibile che rischia di trasformarsi in una catastrofe collettiva. Ma è anche il sintomo della difficoltà, per la diplomazia regionale e internazionale, di costruire un quadro di dialogo credibile, equo e realistico.
La prossima mossa spetta ora ai mediatori. E anche a chi, in Occidente, esercita influenza sugli attori regionali. Perché una tregua è possibile solo se prima si garantisce il pane. E questa, a Gaza, non è più una metafora.
