7 Ottobre 2026, mercoledì
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Debito pubblico in calo a maggio: -10 miliardi, ma il sollievo è parziale

La Banca d’Italia registra una flessione del debito a 3.053,5 miliardi di euro. In aumento le entrate tributarie nei primi cinque mesi dell’anno. Il Tesoro stringe la cinghia, ma il fabbisogno statale resta elevato.

Debito pubblico in calo, ma con riserva. A maggio 2025, secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia nel consueto supplemento “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”, l’ammontare complessivo del debito delle Amministrazioni pubbliche si è ridotto di 10 miliardi di euro rispetto al mese precedente, attestandosi a quota 3.053,5 miliardi. Un segnale di respiro per i conti pubblici italiani, frutto di una combinazione di fattori gestionali e tecnici che meritano, tuttavia, una lettura attenta e contestualizzata.

La flessione, infatti, non è legata a un miglioramento strutturale dell’equilibrio tra entrate e spese, bensì alla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro, che passano dai 69,4 miliardi di aprile ai 46,2 miliardi di maggio. Una contrazione di 23,2 miliardi che ha compensato l’aumento del fabbisogno (+12,1 miliardi) e altri fattori minori, tra cui gli scarti all’emissione e le variazioni di cambio, che nel complesso hanno inciso per circa 1,2 miliardi.

Un segnale tecnico, dunque, più che una svolta di bilancio. La riduzione del debito, infatti, riflette principalmente l’andamento delle amministrazioni centrali, mentre quelle locali e gli enti previdenziali risultano sostanzialmente stabili. L’intervento sulla cassa da parte del Tesoro suggerisce un’operazione di razionalizzazione della liquidità, che incide direttamente sul saldo debitorio, ma che non modifica il quadro complessivo della finanza pubblica. In altre parole, si tratta di una manovra di gestione finanziaria, non di un miglioramento strutturale.

Nel frattempo, però, arriva una buona notizia dal fronte delle entrate. Nei primi cinque mesi del 2025, il gettito tributario ha segnato un incremento del 3,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 213,5 miliardi di euro, con un aumento di 6,8 miliardi. Il Ministero dell’Economia, utilizzando un criterio di rilevazione diverso (basato su cassa giuridica), rileva un ammontare leggermente più elevato: 217,1 miliardi. Un risultato che conferma la tenuta delle principali voci fiscali, sia dirette sia indirette, e che rappresenta un elemento positivo nel contesto macroeconomico ancora incerto.

Ma chi detiene oggi il debito italiano? Anche in questo campo si registrano dinamiche degne di nota. La quota di titoli di Stato detenuta dalla Banca d’Italia si riduce lievemente, passando dal 20,2% di aprile al 20% di maggio. Parallelamente, cresce l’interesse da parte degli investitori esteri, che aumentano la loro esposizione da 798,7 a 818,4 miliardi di euro. Segnale che, almeno sul piano finanziario, il debito italiano continua a godere di una relativa fiducia sui mercati internazionali.

Anche la componente domestica privata – composta da famiglie e imprese italiane – mostra un incremento, raggiungendo i 389,3 miliardi. Resta invece invariata la durata media residua del debito, ferma a 7,9 anni: un dato importante per valutare il rischio di rifinanziamento e l’esposizione ai rialzi dei tassi d’interesse.

Il quadro complessivo, dunque, è fatto di luci e ombre. Il calo del debito è una notizia positiva, ma non può essere interpretata come l’inizio di una tendenza strutturale al miglioramento. La crescita del fabbisogno statale e la riduzione delle riserve di liquidità del Tesoro suggeriscono che i margini di manovra sono ancora stretti. Sullo sfondo resta la sfida del consolidamento fiscale, tanto più pressante in vista della ripresa delle regole di bilancio europee, attualmente sospese ma destinate a rientrare in vigore.

Serve quindi prudenza. I segnali di tenuta – come l’aumento delle entrate tributarie e l’interesse del mercato per i titoli italiani – non devono far dimenticare la dimensione ancora colossale del debito, che rappresenta oltre il 140% del PIL nazionale. Un fardello che limita la capacità dello Stato di investire, di intervenire con politiche espansive e di reagire con flessibilità a eventuali shock esterni.

In sintesi, i numeri di maggio offrono una tregua, non una soluzione. E anche se, per una volta, il debito scende invece di salire, non è ancora tempo di brindare.

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