6 Ottobre 2026, martedì
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Chi ha spiato i giornalisti italiani? Il silenzio che inquieta

Lo scandalo spyware e il caso Fanpage: Paragon offre collaborazione, ma Roma tace. Ruotolo (PD): “La stampa non si spia. Si difende”

Chi ha spiato i giornalisti italiani? Chi ha intercettato le loro conversazioni, i loro appunti, le loro fonti? A queste domande, da mesi, nessuno risponde. Ma le intercettazioni ci sono state. E oggi, una novità rischia di riaccendere il caso: la società israeliana Paragon, produttrice dello spyware al centro dell’inchiesta, si dice pronta a collaborare con le autorità italiane per fare chiarezza.

Lo afferma direttamente la società, in seguito al caso che ha coinvolto il giornalista Mario Cancellato di Fanpage. Paragon conferma di aver interrotto ogni attività in Italia dopo che il Parlamento e il governo si sono rifiutati di verificare se il suo software fosse stato usato illegalmente contro un giornalista. Un fatto gravissimo. E ora, a distanza di mesi, Paragon tende di nuovo la mano: “Siamo disponibili a collaborare con un’indagine indipendente.” Un’offerta che, almeno finora, non ha ricevuto risposta da Roma.

A parlare è anche Sandro Ruotolo, giornalista e componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, oggi europarlamentare nel gruppo Socialisti & Democratici: “È tempo di rompere il muro di silenzio. È tempo che il Copasir, il governo, il Parlamento ascoltino le vittime e aprano davvero un’indagine. La stampa non si spia. Si difende.”

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), nella sua relazione del 5 giugno, ha escluso responsabilità dirette dei servizi segreti italiani, ipotizzando addirittura che la notifica inviata da Meta al giornalista possa essere stata un errore. Ma se non è stato lo Stato italiano, chi è stato? Un altro Stato? Un’entità privata? In entrambi i casi, sarebbe uno scandalo ancora più grave. Perché spiare giornalisti significa violare le fondamenta stesse della democrazia.

E non si tratta di un episodio isolato. Oltre a Mario Cancellato, anche il giornalista Ciro Pellegrino, sempre di Fanpage, risulta essere stato spiato. Ma l’indagine si è fermata prima ancora di cominciare. Nessuna audizione delle vittime. Nessun confronto pubblico. Solo ipotesi, reticenze e una preoccupante inerzia istituzionale.

“Il 30 maggio scorso, come delegazione dei Socialisti e Verdi al Parlamento europeo,” racconta Ruotolo, “siamo venuti a Roma per incontrare giornalisti, attivisti, rappresentanti della società civile. Chi è stato spiato ha avuto il coraggio di metterci la faccia. Le istituzioni italiane, invece, hanno scelto di tacere. Ma questa vicenda non può finire in un archivio.”

C’è poi una questione più ampia e strutturale, che va ben oltre il singolo caso: a chi stiamo affidando il controllo e la sorveglianza dei nostri dati sensibili? Possiamo davvero delegare la nostra sicurezza – e la nostra privacy – a società private straniere, magari finanziate da fondi americani e con sede legale in Israele?

Ruotolo pone una domanda che non può essere ignorata: “Che sovranità è mai questa, se nemmeno sappiamo chi ha spiato un giornalista italiano sul nostro territorio? Serve una sorveglianza democratica, non una sorveglianza in outsourcing. Serve trasparenza, non opacità.”

Il principio di “sicurezza nazionale” non può e non deve trasformarsi in una formula magica che giustifica tutto: intercettare attivisti, spiare giornalisti scomodi, violare la riservatezza delle fonti. È su questo punto che Ruotolo lancia un monito: “È questo il modello di democrazia che vogliamo? Noi continueremo a chiederlo, in tutte le sedi: chi ha spiato? Chi ha coperto? Perché nessuno risponde?”

Nel silenzio delle istituzioni, resta solo l’eco delle domande senza risposta. E un principio, uno solo, che dovrebbe unire ogni forza democratica: la stampa non si spia. Si difende.

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