25 Ottobre 2026, domenica
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Appendino all’attacco: “Meloni incoerente e pavida. Il referendum sul lavoro è lo spartiacque tra chi sta con i diritti e chi con i poteri forti”

La vicepresidente del Movimento 5 Stelle da Bari rilancia la sfida sul referendum abrogativo di quattro norme del Jobs Act. “Meloni si sottrae al voto per non disturbare i padroni del vapore. Ma i lavoratori meritano rispetto, sicurezza e dignità”

BARI – È una Chiara Appendino determinata, quella che prende la parola davanti ai sostenitori del comitato per il Sì ai referendum sul lavoro. L’ex sindaca di Torino, oggi vicepresidente del Movimento 5 Stelle, non lesina critiche alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusandola di incoerenza, opportunismo e distanza siderale dai problemi reali del Paese. Sullo sfondo, il confronto politico attorno al referendum abrogativo che punta a smantellare alcuni pilastri del Jobs Act, una riforma del lavoro approvata nel 2015 che, secondo i promotori, ha alimentato il precariato, ridotto le tutele e aumentato le disuguaglianze.

“Meloni è incoerente – attacca Appendino – perché nel 2016, quando c’era il referendum sulle trivelle, accusava il governo Renzi di temere il giudizio popolare e invitava gli italiani a votare. Oggi, di fronte a un referendum che riguarda la vita concreta di milioni di lavoratori, fa esattamente il contrario: si appella all’astensione, sperando che il quorum non venga raggiunto. Un ribaltamento di principi che rivela una verità semplice: ha paura del voto.”

La vicepresidente del M5S rincara la dose, puntando il dito anche sulla presunta viltà e l’atteggiamento elitario della Premier: “È pavida perché non ha il coraggio politico di dire chiaramente che è contraria a questi quesiti. Elitaria, perché ha scelto da che parte stare: quella dei grandi interessi economici, delle lobby industriali, dei poteri forti che vogliono mano libera sul mercato del lavoro. Non è più la Meloni che si definiva ‘popolare’. È diventata la ventriloqua di chi detiene il potere economico.”

Appendino, che ha preso parte alla manifestazione pubblica del comitato referendario a Bari, sottolinea il significato politico del referendum come momento di verità per l’intero arco parlamentare: “Questa consultazione è uno spartiacque. Non solo tra chi vuole abrogare norme ingiuste e chi le difende, ma tra due visioni opposte di società. Una che mette al centro la dignità, la sicurezza e i diritti del lavoro. L’altra che considera il lavoro solo una merce, una variabile da comprimere nei bilanci aziendali. Chi si rifiuta di votare, si rifiuta di schierarsi con chi fatica ad arrivare a fine mese, con chi vive il dramma della precarietà, con chi ogni giorno entra in una fabbrica senza sapere se ne uscirà vivo”.

Un riferimento diretto, questo, al quesito referendario che riguarda l’abolizione dei licenziamenti in caso di infortunio o malattia prolungata, così come alle norme sulla somministrazione a termine e ai contratti a tempo determinato più flessibili. “Quando Meloni dice che andrà al seggio ma non ritirerà la scheda, che messaggio sta mandando? – si chiede Appendino – Sta forse dicendo che va bene così? Che tre morti sul lavoro al giorno sono un dettaglio? Che la precarietà diffusa è una condizione accettabile? È uno schiaffo a milioni di italiani che vivono sulla loro pelle l’insicurezza, il ricatto occupazionale, l’umiliazione quotidiana di non avere diritti.”

La critica si fa ancora più dura sul piano umano e simbolico: “È facile parlare di Patria e Nazione dalle stanze dorate di Palazzo Chigi. Ma la Patria vera è quella delle tute blu, dei contratti part-time involontari, dei rider, degli insegnanti precari. Meloni non ha il coraggio di presentarsi davanti a loro, ai cancelli delle fabbriche, nelle periferie sociali dove il disagio è quotidiano. Noi sì, noi ci siamo stati e continueremo a esserci.”

Per Appendino, il voto referendario non è solo una battaglia politica, ma una chiamata etica: “Il cittadino che ha di fronte una Premier che ignora le sue difficoltà non ha molte opzioni. Ha però un dovere morale: prendere la penna e votare. Perché è attraverso il voto che si restituisce dignità a chi lavora, a chi lotta, a chi spera in un futuro migliore. Noi vogliamo una Repubblica fondata sul lavoro, non sull’obbedienza cieca a logiche di profitto.”

Infine, un messaggio chiaro a tutte le opposizioni: “Non si può stare a sinistra a parole e difendere il Jobs Act nei fatti. Non si può dichiararsi progressisti e poi votare con la destra contro il salario minimo. Non si può cercare il consenso dei lavoratori e poi accettare le regole del neoliberismo. Questo referendum è anche una resa dei conti tra coerenza e ambiguità. E noi, senza esitazione, stiamo dalla parte dei più deboli.”

Il conto alla rovescia verso la consultazione è iniziato. E con esso, il confronto tra due visioni di Paese. Da una parte, chi invoca la stabilità e preferisce che nulla cambi. Dall’altra, chi chiede giustizia sociale e una riforma profonda del mondo del lavoro. Sullo sfondo, la voce dei cittadini: chiamati non solo a votare, ma a scegliere che tipo di società vogliono costruire.

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