Delitto di Garlasco, la Procura generale impugna la semilibertà di Alberto Stasi: “Violata una prescrizione”
MILANO — La vicenda giudiziaria di Alberto Stasi si arricchisce di un nuovo capitolo. A pochi mesi dalla concessione della semilibertà da parte del Tribunale di Sorveglianza di Milano, la Procura generale ha presentato ricorso in Cassazione chiedendone la revoca. Il motivo? Un’intervista televisiva rilasciata da Stasi alla trasmissione “Le Iene” durante un permesso per ricongiungimento familiare, senza la preventiva autorizzazione del magistrato di sorveglianza.
Il ricorso, firmato dalla procuratrice generale Francesca Nanni e dalla sostituta Valeria Marino, contesta ai giudici della Sorveglianza di non aver attribuito il giusto peso a quello che viene considerato un comportamento elusivo da parte del detenuto. Secondo l’accusa, il mancato rispetto delle prescrizioni, anche se isolato, avrebbe dovuto far propendere per un giudizio più severo sull’idoneità di Stasi al regime di semilibertà.
Stasi, 41 anni, ex studente della Bocconi, sta scontando una condanna a 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco nel 2007. La sentenza è diventata definitiva nel 2015, dopo un lungo iter processuale. Dal 2023 gli è stato concesso di svolgere attività lavorativa all’esterno del carcere, e dall’11 aprile di quest’anno è stato ammesso alla semilibertà: può uscire al mattino per rientrare alla sera, con obbligo di rispettare orari e prescrizioni.
Il punto controverso ruota attorno all’intervista registrata il 22 marzo scorso. Secondo la Procura generale, Stasi avrebbe dovuto ottenere un’autorizzazione specifica per partecipare alla trasmissione, anche se il permesso era formalmente destinato a un ricongiungimento familiare. Tuttavia, il direttore del carcere di Bollate, Giorgio Leggieri, ha chiarito in un documento agli atti che la registrazione è avvenuta durante un periodo autorizzato e che non sono state riscontrate infrazioni.
Una posizione condivisa anche dai giudici del Tribunale di Sorveglianza, che nella loro ordinanza avevano sottolineato il comportamento positivo dell’imputato durante la detenzione. Le relazioni dell’équipe penitenziaria descrivono un detenuto collaborativo, empatico verso la vittima e in grado di accettare la condanna nonostante si sia sempre professato innocente.
L’avvocata di Stasi, Giada Bocellari, respinge con fermezza le accuse della Procura generale: “Siamo assolutamente sereni. La questione dell’intervista è già stata chiarita dal carcere e dai giudici. Se davvero vi fosse stata una violazione, sarebbe stato revocato il lavoro esterno, non negata la semilibertà”. Bocellari solleva anche un punto tecnico: “Nel ricorso vi è un problema di norme di riferimento, ma evidentemente la Procura ha deciso di portare avanti la stessa linea già espressa nell’udienza di aprile”.
Ora la parola passa alla Cassazione, che dovrà fissare un’udienza per valutare la fondatezza del ricorso. Intanto, per Stasi si profila una nuova possibilità: fra non molto potrebbe chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali, un ulteriore passo verso la libertà condizionata.
Il caso continua a far discutere, a distanza di quasi vent’anni da quel 13 agosto 2007 in cui Chiara Poggi fu trovata morta nella villetta di famiglia a Garlasco. Una vicenda giudiziaria complessa, tra colpi di scena, perizie contraddittorie e un unico, controverso condannato.
