26 Ottobre 2026, lunedì
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Martina e le domande senza risposta: Meloni invoca unità contro la violenza giovanile

Il premier scossa dal femminicidio della 14enne di Afragola ritorna sul tema: “Forse non stiamo davvero capendo cosa succede ai nostri ragazzi”. Ma le contraddizioni politiche restano.

Femminicidio di Afragola, Meloni: “Disarmati di fronte a questa violenza. Serve un confronto nazionale sulle nuove generazioni”

Dopo l’omicidio di Martina Carbonaro, il Presidente del Consiglio lancia un appello alle forze politiche: “Un tema più grande di noi. Lavoriamo insieme”. Ma sul tavolo restano ancora i nodi di un’educazione affettiva mai accolta.

ROMA — “La storia di Martina mi ha lasciato senza fiato”. È un Giorgia Meloni visibilmente scossa quella che prende la parola dopo l’ennesimo femminicidio che sconvolge il Paese. Martina Carbonaro, 14 anni, è stata uccisa ad Afragola dal suo ex fidanzato coetaneo, Alessio Tucci. Un delitto che riapre con urgenza il dibattito sulla violenza tra giovanissimi, sulle dinamiche affettive sempre più distorte, e sul ruolo delle istituzioni di fronte a una generazione che, secondo la stessa premier, “rischiamo di non capire”.

“Sul tema dei femminicidi — ha detto Meloni — ci stiamo lavorando tanto, ma uno si sente disarmato. Forse non lo stiamo capendo veramente. Le leggi ci sono, gli strumenti anche, ma forse il problema è più profondo”.

Parole che segnano un momento di riflessione pubblica, ma che, inevitabilmente, riportano alla luce anche le scelte politiche del governo in materia educativa e sociale. Perché se il riconoscimento della complessità è un passo, lo è anche fare i conti con ciò che finora è mancato. A partire dall’introduzione sistematica dell’educazione sentimentale nelle scuole — misura invocata da anni da associazioni, pedagogisti e centri antiviolenza — ma finora respinta con decisione dai partiti della maggioranza, che l’hanno spesso bollata come ideologizzazione precoce.

“Non ho le risposte — ha continuato Meloni — ma se non ci poniamo le domande non le troveremo mai. C’è un aumento inquietante di casi di violenza, di autolesionismo, di suicidi inspiegabili. È tempo di una riflessione enorme, e io sono pronta a farla. Sto scrivendo alla Commissione bicamerale per l’Infanzia: chiedo a tutte le forze politiche di lavorare insieme, mettiamoci seduti, affrontiamo questo tema senza bandiere”.

Nel suo intervento, Meloni ha anche ricordato di aver già proposto una collaborazione al Parlamento. Un tentativo, però, che — a suo dire — è stato accolto con polemica da parte dell’opposizione. “Eppure io non mollo”, ha ribadito.

Ma la questione centrale resta aperta: si può davvero combattere la violenza giovanile e il dramma dei femminicidi ignorando l’educazione affettiva? Si può costruire un argine senza parlare di sessualità, rispetto, consenso, senza farlo con linguaggi e strumenti adeguati fin dalla scuola primaria?

Per molte voci del mondo educativo e della società civile la risposta è no. Serve un cambio di paradigma che non si limiti a misure emergenziali o a proclami di buona volontà. Serve riconoscere che prevenire significa educare. E che l’educazione non è neutra, ma va pensata, strutturata e sostenuta con decisione.

Il caso di Martina Carbonaro, così come quelli di Giulia Cecchettin, Alessandra Matteuzzi, Saman Abbas — solo per citare alcuni nomi — racconta storie diverse, ma unite da un filo rosso tragico: giovani vite spezzate da relazioni malate, da solitudini invisibili, da contesti incapaci di ascoltare.

L’appello alla coesione è giusto. Ma se non sarà accompagnato da scelte chiare e coerenti, rischia di restare una dichiarazione d’intenti. E in un Paese in cui una donna viene uccisa ogni tre giorni, il tempo per le parole è finito.

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