5 Ottobre 2026, lunedì
HomeItaliaCronacaIl mistero dei reperti scomparsi: il fermacarte sparito e l’ombra sul delitto...

Il mistero dei reperti scomparsi: il fermacarte sparito e l’ombra sul delitto di Nada Cella

Nel processo per l’omicidio della giovane segretaria uccisa nel 1996 a Chiavari emergono nuovi inquietanti vuoti tra i reperti: mancano oggetti chiave del set da scrivania del commercialista imputato. Tracce di DNA sulla vittima, ma analisi compromesse.

A distanza di quasi trent’anni dal brutale assassinio di Nada Cella, emergono sconcertanti lacune nella gestione dei reperti: alcuni oggetti fondamentali, potenziali prove chiave, risultano oggi inspiegabilmente scomparsi. A rivelarlo, in aula, è stata Daniela Scimmi, ex direttrice tecnica del laboratorio di genetica forense della Polizia Scientifica di Roma, durante il processo che vede imputati Anna Lucia Cecere e il commercialista Marco Soracco, per il quale Nada lavorava come segretaria al momento dell’omicidio.

Quando il caso fu riaperto nel 2021, racconta Scimmi, “non ci vennero forniti tutti i reperti sequestrati nel 1996”. A mancare sono, tra gli altri, un fermacarte in onice, un portapenne e un portaombrelli macchiato di sangue — tutti parte di un set da scrivania appartenente proprio a Soracco. Secondo la ricostruzione accusatoria, sostenuta dalla PM Gabriella Dotto, il fermacarte in questione potrebbe essere stata l’arma usata per colpire Nada Cella alla testa, colpendola ripetutamente mentre era già a terra.

Il dettaglio inquietante: il fermacarte fu ritrovato nell’armadietto della segretaria senza una sola impronta digitale, come se fosse stato ripulito. Soracco, nel 1997, ne chiese la restituzione e alcuni pezzi del set gli vennero effettivamente riconsegnati. Ma nel 2021, quando gli inquirenti tentarono di recuperare l’intero set per sottoporlo a nuove analisi, trovarono solo un posacenere e un portapenne quadrato. Il resto — inclusa la possibile arma del delitto — era scomparso. “Le scatole dei reperti risultavano vuote”, ha spiegato Scimmi.

Le nuove analisi effettuate nel 2021 hanno permesso di individuare tracce di DNA sulla camicetta della vittima e su una sedia, ma il materiale genetico era in cattive condizioni: non confrontabile e potenzialmente contaminato. “Non possiamo escludere che le tracce appartengano a una donna, ma la qualità è talmente scarsa che non è possibile alcuna attribuzione certa”, ha precisato la genetista. Possibile anche che i profili siano stati alterati da operatori del soccorso o da altre presenze sul luogo del delitto.

A rafforzare l’ipotesi di un’aggressione violenta e metodica è stata la testimonianza del medico legale Francesco Ventura, già coinvolto nel caso negli anni ’90 come specializzando, oggi perito ufficiale della Procura: “Nada Cella fu colpita alla testa più volte, con estrema brutalità, mentre si trovava già riversa a terra. Il decesso è stato causato dalla ripetitività e intensità dei colpi inferti con uno o più oggetti contundenti”.

Il processo, che cerca di fare luce su un omicidio rimasto per anni senza colpevole, si complica ulteriormente con l’ombra pesante di prove svanite e interrogativi che si accumulano: chi ha fatto sparire i reperti? Perché? E, soprattutto, potrebbero contenere la chiave per identificare con certezza l’assassino di Nada Cella?

Mentre l’aula giudiziaria si interroga, un intero Paese attende risposte.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti